Più di 100mila lavoratori a rischio. Perlopiù interinali che lavorano da tempo per aziende private, ma in alcuni casi anche personale somministrato a società a partecipazione pubblica, come Afol Metropolitana che a Milano gestisce centri per l’impiego e corsi di formazione professionale. È l’effetto collaterale di un comma inserita lo scorso anno, durante la conversione in legge, nel decreto Agosto. Che, visto l’impatto della pandemia sul mondo del lavoro, aveva prorogato la possibilità di rinnovare e prorogare i contratti a termine senza causale in deroga al decreto Dignità. In fase di conversione a quell’articolo è stato aggiunto un comma che a breve, secondo i sindacati, potrebbe lasciare senza occupazione molti tra gli assunti con contratto a tempo indeterminato da un’agenzia per il lavoro che poi li invia – a tempo determinato – in un’azienda definita “utilizzatrice”. “Il ministero del Lavoro e tutte le forze politiche con cui abbiamo avuto contatti fin dalla scorsa primavera si sono detti d’accordo sul fatto che serve una modifica, ma ad oggi una mossa formale non c’è ancora stata. E gli effetti li stiamo già vedendo: con questa incertezza le imprese utilizzatrici non rinnovano i contratti e le persone restano a casa”, spiega Davide Franceschin della segreteria nazionale di Nidil Cgil, che giovedì 23 insieme a Felsa Cisl e UilTemp sarà in presidio davanti al ministero del Lavoro contro questi “licenziamenti per legge“.

Il problema nasce un anno fa, quando durante la conversione del decreto un emendamento del governo “in considerazione dell’attuale fase di rilancio dell’economia e al fine di garantire la continuità occupazionale” ha dato via libera alle somministrazioni a termine di lavoratori assunti in pianta stabile dall’agenzia interinale (e dunque già sottratti al precariato più spinto) anche per periodi superiori a 24 mesi, “senza che ciò determini in capo all’utilizzatore stesso la costituzione di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato con il lavoratore somministrato”. Una precisazione che secondo i sindacati non sarebbe nemmeno stata necessaria – il limite di 24 mesi previsto dal decreto Dignità non è mai stato applicato a questa fattispecie che coinvolge appunto lavoratori già assunti stabilmente in un agenzia – ed è stata aggiunta ad uso e consumo di Poste, unica azienda a interpretare il decreto del 2018 come una tagliola applicabile anche in questi casi. Ma il comma inserito in corsa non si limita a dare un’interpretazione autentica: fissa un termine, prevedendo che la disposizione valga solo fino al 31 dicembre 2021.

Il risultato è che, dopo quella data, i 100mila assunti a tempo indeterminato dalle agenzie e utilizzati per missioni a termine perdono la possibilità di essere a un certo punto inseriti stabilmente nell’organico dell’azienda utilizzatrice (come spesso accade attraverso accordi sindacali) e al contrario “rischiano di essere sostituiti con altri lavoratori, aumentando il turnover e favorendo una precarietà perenne“, attacca Franceschin. “Perché quel punto resteranno sì assunti dall’agenzia, che per un periodo di almeno 6 mesi deve continuare a pagarli e cercare di formarli e ricollocarli, ma nel caso non ci siano occasioni di lavoro congrue potranno alla fine essere licenziati. In più si fa un danno anche alle aziende, che perdono manodopera formata”. E sulle barricate con i sindacati ci sono stavolta anche le agenzie, per le quali la procedura di ricollocazione di un lavoratore rimasto senza “missione” ha un costo notevole. “Inserire quella frase che fissa il termine del 31 dicembre è stato un grosso errore”, commenta Francesco Salvaggio, segretario generale di Assosomm (Associazione Italiana delle Agenzie per il Lavoro). “Dopo il decreto Dignità le agenzie hanno raddoppiato i lavoratori assunti a tempo indeterminato, saliti a 100mila su 500mila totali. Senza modifiche, quel numero potrebbe dimezzarsi di nuovo nel giro di un anno”.

Claudia Di Stefano, segretaria generale Nidil Cgil di Milano, aggiunge un tassello: “Nel settore privato c’è un margine di manovra, possiamo tentare di convincere le aziende ad assumere gli interinali con qualifiche più alte e specialistiche in modo da non perderli. Ma nel pubblico, dove gli ingressi stabili devono passare per un concorso, non si può fare”. Se gli enti pubblici sono proprio per questo fuori dal perimetro del decreto Dignità, quella norma e anche la nuova tagliola valgono infatti per enti partecipati dal pubblico come Afol Metropolitana, azienda speciale consortile partecipata dalla Città Metropolitana di Milano e da 70 Comuni, a cui si applica il diritto privato. “Nel settore formazione professionale Afol conta un centinaio di somministrati di cui 60 assunti dall’agenzia per il lavoro a tempo indeterminato. Che in gran parte lavorano lì da più 5 anni e da gennaio potrebbero essere lasciati a casa”, racconta il funzionario Nidil Francesco Melis. “Stiamo cercando di ottenere almeno che l’ente pubblichi molti bandi di concorso in modo da dare una chance a chi resterà fuori, ma non ci saranno posti per tutti. E parliamo di persone che offrono un servizio essenziale come la formazione professionale nelle periferie”.

Per ora dal ministero del Lavoro non è arrivata alcuna risposta concreta, nonostante tre lettere ufficiali inviate il 9 marzo, il 10 maggio e il 19 luglio dalle sigle che rappresentano i precari per sollecitare un intervento normativo. L’ultima missiva firmata dai segretari generali di Felsa Cisl, Nidil e UilTemp avvertiva che, senza “una rapida soluzione“, i sindacati avrebbero messo in atto “azioni di protesta e rivendicazione e ogni altra iniziativa utile a garantire la continuità occupazionale”. Il primo appuntamento è per giovedì con il presidio sotto il ministero.

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