Da eroe a criminale. A sette mesi dall’inizio del processo a suo carico, Paul Rusesabagina, lo Schindler africano che salvò oltre mille tutsi nel genocidio del 1994 e la cui storia fu raccontata dal film Hotel Rwanda, è stato condannato a 25 anni di carcere dalle autorità del Paese africano per “finanziamento al terrorismo“.

“Rusesabagina ha fondato un’organizzazione terroristica che ha attaccato il Ruanda”, ha sentenziato il giudice Beatrice Mukamurenzi. Secondo il tribunale, il 67enne ha fornito supporto economico al Fronte di Liberazione Nazionale (Fln), ala armata del Movimento ruandese per il cambiamento democratico responsabile di attacchi mortali sferrati nella regione meridionale del Nyungwe tra il 2018 e il 2019. Una condanna figlia anche delle parole che l’uomo ha pronunciato circa un anno fa, quando davanti alla giustizia ruandese ha ammesso di aver partecipato alla creazione della coalizione antigovernativa negando però qualsiasi coinvolgimento nelle sue operazioni. Sull’imputato, ferreo oppositore del presidente Paul Kagame, pesano anche altri otto capi di imputazione, tra cui omicidio, sequestro e rapina a mano armata.

Rusesabagina è diventato famoso nel 2004 dopo l’uscita della pellicola Hotel Rwanda, vincitrice di tre premi Oscar, in cui si racconta come l’uomo, hutu moderato, abbia salvato più di mille persone di etnia tutsi dal genocidio che uccise 800mila ruandesi nascondendole all’interno dell’hotel di cui all’epoca era direttore, il Mille Collines a Kigali. Un’azione che gli valse appunto il soprannome di Schindler africano. Dal 1996 viveva in esilio negli Stati Uniti e in Belgio, da cui aveva ottenuto la nazionalità. È stato arrestato alla fine di agosto 2020 in Ruanda quando è sceso da un aereo che pensava fosse diretto in Burundi. La famiglia ritiene sia stato portato via con la forza e la sua difesa ha sempre sostenuto l’impossibilità di processarlo vista la sua cittadinanza straniera. Proprio per questo, Rusesabagina ha disertato l’udienza in cui è stata pronunciata la sentenza, dopo aver dichiarato di non aspettarsi giustizia in un processo definito “una vergogna“. Parole a cui hanno fatto eco quelle dei ministro degli Affari esteri belga che in una nota ha scritto: “Al termine di questi procedimenti legali e nonostante ripetuti appelli dal Belgio su questa materia, occorre rilevare che il signor Rusesabagina non ha beneficiato di un processo corretto ed equo“.

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