“Il presidente poteva fare la canaglia, ho agito in buona fede”. Dopo l’assalto dei suoi sostenitori a Capitol Hill lo scorso 6 gennaio, le cospirazioni sulle elezioni e la rabbia per una sconfitta difficile da accettare, Donald Trump poteva fare di tutto. A sostenerlo è Mark Milley, capo di Stato Maggiore degli Stati Uniti, finito al centro del fuoco politico dopo le rivelazioni contenute in “Peril“, il nuovo libro scritto dal commentatore politico del Washington Post, Robert Acosta, e di Bob Woodward – che nel 1972, insieme a Carl Bernstein rivelò lo scandalo Watergate, contribuendo alle dimissioni di Richard Nixon. Le rivelazioni del giornalista, ormai celebre, sembrano tornate a far tremare le alte cariche americane: le maggiori autorità militari del Paese, dietro consiglio di Milley e oltrepassando i loro poteri istituzionali, avrebbero infatti tentato di limitare le azioni di Trump nei suoi ultimi giorni alla Casa Bianca.

“Non si sa mai a che punto possa arrivare un presidente”. Sarebbero state queste le parole di Milley allo staff del capo degli Stati Uniti: “Non importa cosa vi dicono. Fate quello che vi dico”. Donald Trump infatti era – secondo il Capo di stato maggiore – un leader psicologicamente instabile, ma con un potere tale da causare un’emergenza militare se lo avesse voluto. Un attacco ingiustificato alla Cina e l’uso di armi nucleari erano i timori principali di Milley. Per questo avrebbe chiesto alle altre autorità militari, al capo della Cia e della National Security, il generale Nakasone, sorveglianza massima sulle azioni del presidente uscente. Nessuno doveva infatti accettare ordini riguardanti l’arsenale nucleare, senza che lo sapesse lo stesso Capo di stato maggiore. L’8 gennaio Milley – dopo aver consultato la speaker democratica della Camera Nancy Pelosi, anche lei preoccupata dalle condizioni di Trump – avrebbe persino comunicato la decisione anche al suo omologo cinese, il generale Li Zuocheng. Anche Pechino temeva infatti colpi di testa da parte del magnate newyorkese.

Ora la destra statunitense accusa Milley di tradimento per aver preso delle decisioni che non gli competevano. Senatori come Marco Rubio e Rand Paul chiedono il licenziamento con disonore e che il generale venga degradato. Mentre la Fox – rete televisiva marcatamente conservatrice – parla di insurrezione e invoca addirittura la corte marziale: un militare non eletto ha di fatto sostituito nel ruolo di comandante in capo il legittimo titolare di questa carica, cioè il presidente. Secondo il sito Dayly Beast, il magnate newyorkese – intervistato nelle ultime ore dall’emittente Newsmax avrebbe invitato i suoi sostenitori ad andare in televisione a sostenere la tesi del golpe militare. Allo stesso tempo però starebbe tentando di mettere in dubbio la veridicità delle rivelazioni contenute nel libro: “Le persone che hanno fabbricato questa storia sono malate e dementi, e quelle che l’hanno pubblicate sono della stessa risma”.

La sinistra invece assolve Milley: anche se le sue azioni – al momento non ancora smentite – costituiscono un reato, sarebbero state commesse a fin di bene. Il Capo di stato maggiore – si legge nel libro – avrebbe infatti agito “per precauzione e in buona fede”, perché era spaventato dal “declino mentale di un uomo che ormai gridava contro tutti compresi i militari e costruiva nella sua mente realtà alternative a base di teorie cospirative sul voto”. A sorpresa però anche esponenti militari non vicini all’ex presidente disapprovano le azioni di Milley: “Se è vero, il generale Milley deve dimettersi – ha twittato Alexander Vindman, tenente colonnello a riposo che ha testimoniato contro Trump nel primo processo di impeachment – ha usurpato l’autorità civile, interrotto la catena di comando e violato il sacrosanto principio del controllo dei civili sui militari”.

È vero però che Milley non godeva già da tempo di buoni rapporti con l’allora leader degli Stati Uniti: a giugno 2020 si era scusato pubblicamente in televisione per aver accompagnato a piedi Trump sul sagrato della chiesa di fronte alla Casa Bianca. Quello da cui aveva tenuto un discorso – ostentando una copia della Bibbia – di sfida alle manifestazioni per l’uccisione di George Floyd. In quegli stessi giorni, il Capo di stato maggiore si era poi opposto all’intervento dell’esercito per reprimere i disordini. Il compito per legge spettava alle polizie, non alle forze armate.

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