Il discorso del ministro Renato Brunetta ha sollevato un polverone, probabilmente non per gli argomenti in sé che sono seri, anzi serissimi, quanto per aver criticato l’idea di proiettare nel futuro l’utilizzo del lavoro a distanza, così com’è stato utilizzato durante l’emergenza.

Più in particolare, pare abbia infastidito l’aver definito la pratica “lavoro a domicilio all’italiana”, il che obiettivamente lascia intravedere la sua diffidenza nei confronti dei dipendenti pubblici, talora definiti fannulloni e assenteisti, anche se di recente pare abbia fatto una retromarcia definendoli “eccellenze da valorizzare”.

Se si vuole veramente capire cosa aspetta i dipendenti pubblici, e dunque le reali intenzioni di questo governo, è necessario avere una visione ampia dell’attuale evoluzione dell’organizzazione del lavoro nel settore privato, che con la riforma Brunetta-Draghi si vuol trasporre al settore pubblico (ne parlo anche qui).

A parte l’infelice frase del “lavoro a domicilio all’italiana”, che suona fastidiosa, cos’ha detto e cosa farà il ministro della pubblica amministrazione? Sostanzialmente ha detto che non siamo preparati, che il lavoro a distanza massivamente utilizzato sino ad ora è privo di un’adeguata organizzazione, di efficienti tecnologie, di obiettivi e di una regolamentazione contrattuale. È vero? Sì, è vero. Ed è ovvio che sia così poiché l’avviamento di questa forma di lavoro è avvenuta da un momento all’altro, in modo più o meno improvvisato.

Cosa farà allora il governo? Beh, in parte ce lo ha già detto con l’annuncio della riforma della pubblica amministrazione: si punta alla digitalizzazione e a una riorganizzazione del lavoro incentrata sull’utilizzo delle tecnologie, importando i modelli applicati nel settore privato: spinta alla produttività, flessibilità e, perché no, anche smart working!

Bisogna allora guardare al settore privato per comprendere che tipo di trasformazione subirà il lavoro nella p.a., dove la tecnologia ha consentito di ottenere un efficientamento (leggasi sfruttamento) del lavoro prima impensabile in talune categorie di lavoro, che vantavano anche una certa richiesta di qualifiche professionali.

Oggi sono i sistemi di lavoro che processano le attività svolte dai lavoratori, trasformando quelli che prima potevano vantare una certa “competenza” in meri esecutori di prestazioni, tendenzialmente caratterizzate dal mero inserimento di dati nei sistemi (data entry). Ciò riduce l’autonomia del lavoratore, consente al datore di lavoro di potere controllare totalmente l’attività svolta, e conseguentemente di potere chiedere una sempre maggiore produttività. Che i lavoratori stiano a casa o in ufficio cambia poco. Un esempio per certi versi estremo è quello dei lavoratori dei call center: chiedetegli cosa sono produttività, efficientamento e controllo a distanza.

Ora, a quanto pare questo è l’obiettivo del duo Draghi-Brunetta: trasformare la pubblica amministrazione in una sorta di multinazionale tecnologica. Non devono dunque stupire le dichiarazioni di Brunetta, devono semmai aggiungersi alle preoccupazioni legate alla riforma della p.a. che hanno ideato.

Attenzione, questo non significa che la pubblica amministrazione non abbia bisogno di innovarsi e riorganizzarsi, ma che occorre stare attenti al tipo di trasformazione che il governo ha in mente e quale impatto avrà sui lavoratori.

Il riferimento del ministro Brunetta al fatto che manca una regolamentazione contrattuale significa che l’introduzione dello smart working e di una rivoluzione tecnologica nella p.a. probabilmente porterà a una modifica delle condizioni di lavoro in senso peggiorativo per i lavoratori e più profittevole per l’apparato pubblico. Se questo avverrà con i criteri del capitalismo privato allora saranno dolori.

Insomma, pare che con le sue esternazioni il ministro Brunetta abbia voluto avvertire: attenzione, la pacchia finirà! Smart working o no. Il rischio è più che concreto, perché Brunetta può non piacere, ma non è un impreparato ed è fortemente convinto delle sue idee.

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