In Israele si somministra da tempo la terza dose e si discute di richiami ogni 6 mesi per rinnovare il Green pass. In Italia è tutto pronto per la terza e si partirà con gli immunodepressi. Per comprendere al meglio la strategia vaccinale Ilfattoquotidiano.it ha intervistato Lorenzo Moretta, direttore del Dipartimento di Immunologia dell’Irccs Bambino Gesù di Roma, tra gli scienziati più autorevoli in materia.

In Israele si ipotizzano richiami semestrali. Dal 1 ottobre chi ha solo due dosi di vaccino verrà considerato come non vaccinato, al fine del certificato vaccinale. Cosa si aspetta dal futuro?
Mi sembra una misura eccessiva per la popolazione generale. È comprensibile per il personale sanitario e per i pazienti fragili.

La decisione sui richiami vaccinali si basa sul titolo anticorpale (numero anticorpi rilevabili da sierologico), quindi esiste un “numero” che assicura la protezione da Covid?
Non esiste un livello standard. Attualmente, il titolo anticorpale è un parametro facilmente misurabile. Ma sottolineo che, sia l’infezione naturale che la vaccinazione, inducono “cellule memoria”: cellule B, plasmacellule e cellule T helper e killer che non vengono misurate (se non in centri di ricerca specializzati). Ad esempio, può esserci titolo anticorpale molto basso, ma se hai “cellule della memoria” queste producono in poco tempo molti anticorpi contro il virus per cui, di fatto, sei immune e difficilmente ti ammali seriamente in seguito a nuovo contagio.

Eppure la terza dose di vaccino è programmata perché gli anticorpi “calano” dopo 4-5 mesi?
Come dicevo non c’è un livello standard, un numero di anticorpi che definisca la sicura protezione dal virus. Il numero di anticorpi sono una sorta di spia, importante. Ma se hai cellule “memoria”, che non vengono misurate attualmente, si evita che il virus causi infezioni gravi.

Uno studio pubblicato da Nature ha dimostrato che le cellule B (della memoria immunitaria, presenti nel nostro midollo e nei linfonodi) proteggono per lunghi periodi, anche anni. Lo studio si riferiva sia all’immunità naturale (dei guariti) sia a quella indotta dal vaccino. Allora su cosa si basa la scelta di una terza dose?
Ad oggi, la terza dose è indicata soprattutto per il personale sanitario e per i soggetti fragili: è un salvagente in più, che induce una rapida e abbondante produzione di anticorpi. Infatti, tanti anticorpi in circolo impediscono che il virus si attacchi alle nostre cellule, le infetti e si replichi. Se questo avviene, poi lo troviamo nelle secrezioni mucose, soprattutto del naso. E questo è un pericolo se si tratta di personale sanitario che può infettare i pazienti.

Se una persona ha anticorpi alti deve fare lo stesso terza dose?
In questo caso la terza dose può non essere strettamente necessaria o perlomeno potrebbe essere procrastinata e usata per chi ha pochi anticorpi. Però, dato che i primi a riceverla saranno gli immunocompromessi e poi gli anziani delle Rsa che, in media rispondono meno ai vaccini, per ora tutto bene. Poi, penso si deciderà in base alla disponibilità di vaccino (e questo non sembra essere un problema ) e, soprattutto, alla possibilità di misurare gli anticorpi su larga scala. Io credo che il personale sanitario debba ricevere la terza dose per ridurre al minimo la possibilità di contagiare i pazienti.

Stando a un recente studio Usa non ancora revisionato su Medrxiv si è visto che i vaccinati e i non-vaccinati hanno una sovrapponibile capacità di contagiare gli altri. I vaccini servirebbero per due motivi: proteggere se stessi e bloccare i contagi per collettività
Sono dati relativi alla variante Delta. Può esserci la presenza di virus nelle alte vie aeree anche nei vaccinati infettati, sia asintomatici che con lievi sintomi. Dato che può essere dovuto al tempo necessario alle cellule della memoria per intervenire e bloccare l’infezione. Questi dati sottolineano ancora una volta l’importanza che anche i vaccinati mantengano l’uso di mascherine e rispettino la distanza fisica per non propagare l’infezione.

I vaccinati hanno 13 volte più rischio di contagiarsi con Delta rispetto ai “guariti” Covid stando a un recente studio israeliano
La variante Delta è mutata nel recettore Spike (contro cui è diretto il vaccino). I guariti da infezione naturale hanno fatto anticorpi e hanno cellule memoria anche contro altre componenti del virus. Quindi, gli anticorpi dei vaccinati possono essere meno efficaci contro la Spike mutata, mentre nei guariti la maggiore protezione è garantita da anticorpi contro tutte le componenti virali. Sulla vaccinazione dei guariti si naviga “a vista”, in base ai dati raccolti progressivamente e questo vale anche per gli aspetti statistici. Vedremo. Può essere che in futuro venga privilegiata la vaccinazione con virus ucciso o attenuato che darebbe una immunità più simile a quella conferita dall’infezione naturale.

Quindi i “guariti” dal Covid sono più protetti dei “vaccinati”?
L’infezione naturale porta ad una risposta immunitaria contro varie parti del virus Sars Cov 2, quindi può dare maggiore protezione. Il vaccino, invece, è costruito per andare contro il recettore “spike”, cruciale per infettare le cellule. Quindi, tutti gli anticorpi sono diretti contro quella singola molecola. Per cui la protezione può essere migliore nei guariti. Poi, ci sono notevoli variazioni individuali nella risposta immunitaria.

Se una variante bucasse i vaccini e quindi avesse un vantaggio competitivo (rispetto ad altre mutazioni, la Delta ha in parte questo vantaggio) nel gruppo dei vaccinati, che succederebbe?
Se si sviluppasse una variante che aumenta la letalità del virus allora sarebbe un vero problema. Un problema serio per tutti, compresi i vaccinati. In questo caso sarebbe fondamentale riconoscere la variante e approntare al più presto vaccini su misura. Ma le faccio una annotazione importante: i virus selezionano nel tempo varianti che ne aumentino la trasmissibilità. Poi, in tempi molto più lunghi, un virus potrebbe ridurre la sua letalità, almeno così ci hanno insegnato finora i virus in natura. Infatti, la selezione di un ceppo che uccide l’ospite (noi) non è vantaggiosa per il virus stesso.

Il Green pass dopo una dose, se non accompagnato da distanze e maschere FFP2, può non bastare?
Una sola dose di vaccino protegge poco ed il Green pass può dare l’illusione di sicurezza e favorire l’aumento dei contagi, soprattutto se non viene rispettato il distanziamento e l’uso di mascherine. Però va detto che è un incentivo molto importante per far vaccinare le persone. Ribadisco che tutti devono capire che è fondamentale mantenere mascherine (FFP2) e distanze, anche col Green pass.

Lo studio su Nature

Lo studio su Medrxiv

Sostieni ilfattoquotidiano.it: il tuo contributo è fondamentale

Il tuo sostegno ci aiuta a garantire la nostra indipendenza e ci permette di continuare a produrre un giornalismo online di qualità e aperto a tutti, senza paywall. Il tuo contributo è fondamentale per il nostro futuro.
Diventa anche tu Sostenitore

Grazie, Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Bologna, raro tumore congelato con la crioterapia: curati i primi sei pazienti all’Istituto Rizzoli

next
Articolo Successivo

Una passeggiata spaziale sulla Iss per i cosmonauti Novitsky e Dubrov: il video è spettacolare

next