Il 30 agosto si è commemorata la Giornata internazionale delle vittime di sparizione forzata, uno strumento di terrore e violazione dei diritti umani il cui utilizzo è in crescita in tutto il mondo. In questo senso purtroppo i dati relativi all’America Latina e ai Caraibi confermano questo trend, rimarcando una storia drammatica iniziata nel XIX secolo e arrivata fino ai giorni nostri.

Su questo blog avevo già parlato dei desaparecidos nella regione latinoamericana, pratica nata per mano dei militari negli anni ’60 in America Centrale. Un metodo repressivo sperimentato già nel 1932 in El Salvador dal regime di Hernández Martínez ma perfezionato in Guatemala tra il 1963 e il 1966 e poi esportato in Cile, Uruguay, Argentina, Brasile, Colombia, Perù, Honduras, Bolivia, Haiti e Messico.

La data del 30 di agosto è stata stabilita dall’Assemblea generale dell’Onu il 21 dicembre 2010 in continuità con la Convenzione internazionale per la protezione delle persone contro le sparizioni forzate, adottata dalla stessa Assemblea nel 2006. In questo documento l’articolo 2 ci permette di codificare e dettagliare il significato di sparizione forzata. Ai fini della presente Convenzione, è considerato “sparizione forzata” l’arresto, la detenzione, sequestro o qualunque altra forma di privazione della libertà da parte di agenti dello Stato o di persone o gruppi di persone che agiscono con l’autorizzazione, il sostegno o l’acquiescenza dello Stato, a cui faccia seguito il rifiuto di riconoscere la privazione della libertà o il silenzio riguardo la sorte o il luogo in cui si trovi la persona sparita, tale da collocare tale persona al di fuori della protezione data dal diritto.

Tanto l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, come il Cicr (Comitato Internazionale della Croce Rossa) e Amnesty International hanno indicato il Messico come lo Stato latinoamericano maggiormente afflitto da questa pratica. Questa situazione, che era già nota alle organizzazioni della società civile nel Paese, è stata confermata proprio ad aprile 2021 anche da parte delle autorità statali messicane che in una conferenza stampa hanno reso pubblica una cifra tragica. Si parla infatti di più di 85mila persone scomparse in Messico dal 2006 fino alla data del 7 aprile scorso e si indicano gli Stati di Jalisco, Michoacán, la Città del Messico, Tamaulipas, Nuevo León, Guanajuato, Sonora, Sinaloa, Zacatecas e lo Stato di Messico come quelli che sommano più ritrovamenti di cadaveri di persone desaparecidas.

Basti pensare che solo nel 2020 le fosse clandestine ritrovate in Messico furono 559! Non dobbiamo pensare però che la particolare situazione di crisi sociale e violenza generalizzata vissuta dal Messico lo renda una mosca bianca nella regione, infatti le sparizioni forzate sono utilizzate in modo diffuso nelle diverse latitudini latinoamericane.

Amnesty international Italia ha messo sotto la lente d’ingrandimento la particolare situazione del Nicaragua dove le sparizioni forzate vengono oggi utilizzate dal regime Ortega-Murillo per ridurre al silenzio dissidenti e voci critiche. Il rapporto di Amnesty pubblicato ad agosto Where are they? Enforced disappearance as a strategy of repression in Nicaragua spiega che a partire dal 28 maggio 2021 sono state arrestate almeno 30 persone che vanno ad aggiungersi alle oltre 100 finite in carcere solo per aver difeso i diritti umani. Secondo il rapporto, nell’ultimo periodo sono almeno 10 le persone vittime di sparizione forzata: le autorità nicaraguensi hanno confermato l’arresto di alcuni attivisti ma si ostinano a non rivelare dove siano detenuti.

Altro caso eclatante è quello della Colombia, dove il report Hasta encontrarlos (Fino a trovarli), realizzato dal Centro Nacional de Memoria Histórica, parla di 82.998 vittime, con un apice di questa pratica del terrore tra il 1996 e il 2005. Nel Paese guidato oggi dal presidente Iván Duque non si può parlare però di una pratica del passato, anzi. Proprio nelle repressioni della polizia (e nello specifico dell’Esmad – Escuadrón Móvil Antidisturbios) contro i manifestanti in protesta dal 28 aprile 2021, siamo tornati a vedere l’utilizzo delle sparizioni forzate come tattica statale repressiva e come deterrente verso la dissidenza. Sia sufficiente dire che ad un mese dall’inizio del “Paro Nacional” erano già stati registrati almeno 129 desaparecidos!

Questi tre esempi (Messico, Nicaragua e Colombia) solo però la punta dell’iceberg, giacché le proteste che hanno attraversato la regione nel 2019 e che in alcuni casi hanno ripreso forza nel 2021 sono state contrastate da una nuova stagione di repressioni e uso sproporzionato della forza da parte delle forze statali, che trovano nelle sparizioni forzate un terribile alleato. A questo poi si somma la grave situazione di emergenza migratoria che vive la regione (esodo venezuelano, sfollati interni, le carovane dal centroamerica, il corridoio del Daríen, la crisi haitiana), scenario che espone migliaia di persone ogni giorno alla mercé di gruppi criminali collusi con le forze dell’ordine che esercitano, tra le altre cose, il traffico di esseri umani.

Siamo di fronte dunque ad un flagello generalizzato, sopravvissuto alla stagione delle dittature militari, che include anche Paesi che non ho citato espressamente, come Brasile, Perù, Panamá, Guatemala, Honduras, Bolivia, Argentina, Cile, Venezuela, Bolivia, Paraguay e Uruguay. Un fenomeno che alcuni organismi internazionali cifrano in 200mila vittime nella regione solo negli ultimi 20 anni e che non colpisce solo chi è direttamente vittima della sparizione forzata ma anche, e in modo disumano, chi aspetta ogni giorno (spesso per anni) notizie della sorte della persona cara.

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