Degli oltre 22mila km di confini terrestri che incorniciano la Cina, quelli che al momento più di tutti interessano Pechino sono i soli 76 km di frontiera condivisi con l’Afghanistan. Il brevissimo contatto geografico avviene all’estremità orientale del Corridoio di Wakhan: un’inaccessibile striscia di terra nel nord est dell’Afghanistan che, parafrasando Jean Cocteau che definiva Istanbul “la mano ingioiellata che l’Asia tende all’Europa”, sembra quasi un dito teso verso il gigante asiatico.

Fin dalla sua definizione cartografica alla fine dell’800, il Corridoio di Wakhan ha stimolato le fantasie di geografi e strateghi e le mire di imperi contrapposti ma, nonostante ciò, è sempre rimasto estremamente isolato, anche per gli standard afgani. Al punto che nemmeno i lunghi conflitti che hanno interessato l’Afghanistan negli ultimi decenni hanno toccato la striscia, lunga circa 300km e larga 60km, che si snoda lungo la catena montuosa del Pamir. Questa impermeabilità ha tenuto fino a pochi giorni fa: la trionfale controffensiva dei Talebani, che li ha portati fino a Kabul, ha infatti avuto uno dei suoi momenti topici proprio nella conquista del Corridoio di Wakhan. Un territorio dalla grande importanza logistica, di cui sono ben consci anche i Talebani. Così come lo era l’ormai dissolto governo di Kabul, che all’inizio della primavera aveva lanciato un progetto, fortemente sostenuto dalla Cina, portatore sia di un grande potenziale economico sia di grandi rischi di distruzione culturale e ambientale.

Ad aprile è infatti iniziata la costruzione nella parte orientale del Corridoio di Wakhan – l’ultima falange del dito di cui sopra – di una strada lunga poche decine di chilometri ma dal profondo significato geopolitico. L’opera, il cui destino è ora incerto, dovrebbe collegare l’Afghanistan con la regione cinese dello Xinjiang, aprendo a uno scenario commerciale del tutto inesplorato. I cinque milioni di dollari investiti dall’ormai ex governo afgano per la realizzazione di quella che può essere definita, considerata l’altitudine, una “strada sul tetto del mondo”, impallidiscono di fronte alle decine di miliardi di dollari messi sul tavolo dalla Cina per il suo progetto infrastrutturale Belt and Road Initiative. Ma per Pechino potrebbero significare moltissimo.

La Repubblica Popolare ha infatti messo gli occhi sulle ingentissime risorse minerarie afgane e una via di transito come quella progettata potrebbe favorire il passaggio di merci sia in entrata sia in uscita dal territorio cinese. Al momento, la Cina ha solamente iniziato a grattare la superficie del forziere afgano: nonostante l’Afghanistan rappresenti un tassello importante dell’iniziativa delle Nuove Vie della Seta che Pechino sta portando avanti ormai da quasi un decennio, gli investimenti cinesi nel paese sono stati finora relativamente limitati se paragonati ai potenziali margini di crescita.

Basti pensare che, dal 2017 a oggi, l’ex Celeste Impero ha sinora investito in Afghanistan circa 4 miliardi di dollari per lo più nelle miniere di rame dell’Anyak. Secondo alcune stime (da verificare sul campo) le riserve minerarie che si trovano nel sottosuolo afgano valgono almeno mille miliardi di dollari. Sei sono invece i miliardi di dollari indirizzati verso il Pakistan, alleato di ferro nella regione, in particolare per lo sviluppo dell’area portuale di Gwadar.

A pesare è stato senza dubbio anche il fattore sicurezza. La Repubblica Popolare temeva che il definitivo ritiro Usa avrebbe potuto far precipitare la situazione nel paese e ha sempre guardato al Corridoio di Wakhan, e all’Afghanistan in generale, come a una possibile “autostrada” di infiltrazioni terroristiche verso la sua regione a maggioranza musulmana, lo Xinjiang. Ecco perché finora Pechino è sembrata rimanere alla finestra. Come alla finestra, loro malgrado, rimangono per ora i circa 12mila abitanti del gruppo etnico Wakhi e i poco più di mille di origine kirghisa del corridoio. Questi ultimi ne occupano la parte più orientale e remota, proprio quella che sarebbe interessata dalla costruzione del nuovo collegamento stradale. Il progresso economico e una maggiore possibilità di spostarsi e di ricevere merci e medicinali fanno gola, certo. Durante l’inverno, nel Corridoio di Wakhan le temperature possono arrivare anche a -40 gradi e la distanza dalla capitale regionale, Faizabad (una delle prime conquiste di peso dei Talebani), e da cure mediche adeguate è una delle cause dell’elevato tasso di mortalità infantile.

Una situazione aggravata dall’impatto del coronavirus, giunto nell’area nonostante il suo isolamento. Ma, nonostante ciò, il timore è quello di vedere un ecosistema e una cultura unici al mondo messi a rischio da un’incontrollata apertura alle influenze esterne. E non che internamente lo scenario sia migliore: i Talebani, con la loro furia intransigente, potrebbero voler spazzare via una particolarità regionale considerata, nel migliore dei casi, aliena. In alcune aree del Corridoio di Wakhan, soprattutto quelle abitate dalla popolazione di origine kirghisa, viene infatti ancora oggi praticato uno stile di vita nomade e la quasi totalità degli abitanti della striscia di terra, oltre a parlare una lingua specifica appartenente al ceppo iraniano, professa una particolare versione di Islam sciita – quella ismailita – a differenza della religione adottata dalla maggioranza degli afgani, l’Islam sunnita.

Sottigliezze per la Cina, che vede come fumo negli occhi ogni forma di appartenenza religiosa. Questo non sta però impedendo a Pechino di flirtare con i Talebani: l’annuncio della propria volontà di instaurare relazioni amichevoli con la nuova leadership afgana è arrivato immediatamente dopo la conquista di Kabul. La Repubblica Popolare avrebbe messo sul tavolo la promessa di un ingente pacchetto di investimenti, a patto che il movimento estremista tagli tutti i ponti con gli Uiguri dello Xinjiang e che limiti le proprie mire all’Afghanistan, senza allargarle alle altre Repubbliche dell’Asia Centrale. Ragionando su orizzonti temporali impensabili per le cancellerie occidentali e disposta a scendere a patti con chiunque garantisca stabilità, la Cina ha già scoperto le proprie carte. Per quanto radicali, i Talebani sono a loro volta consapevoli del peso economico cinese, un elemento che sicuramente peserà nel loro atteggiamento futuro rispetto a un vicino regionale tanto rilevante.

E qui si torna alla “strada sul tetto del mondo”, un progetto su cui anche i nuovi padroni di Kabul potrebbero puntare, per non scontentare la Cina e garantirsi entrate economiche. Il presente, fatto di brutalità estremista e mire commerciali senza scrupoli, sta bussando con decisione alle porte del Corridoio di Wakhan, e l’area rischia di diventare l’ennesima vittima del dramma senza fine dell’Afghanistan.

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