Si è tenuto questo martedì il Consiglio affari esteri in merito alla situazione in Afghanistan, dopo che i talebani hanno preso in mano le redini del Paese. L’Alto Rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, ha affermato che l’apertura di un canale di comunicazione con i talebani è l’unica via da seguire perché “i talebani hanno vinto la guerra”.

Così, mentre l’Ue inizia a valutare formule d’interazione con i talebani in nome delle logiche della “realpolitik” e in ossequio al principio di effettività, previsto dallo stesso diritto internazionale, anche a guerra persa, io continuo a pensare che la nostra prima responsabilità è quella di non abbandonare le forze secolarizzate, laiche e democratiche presenti nella società afghana e continuare a sostenere la resistenza non violenta contro i talebani per un Afghanistan libero dal fondamentalismo, che anche in queste ore con coraggio continua a scendere in strada per protestare.

Al netto però di questa differenza di vedute, occorre essere onesti su quello che è successo. Non possiamo credere che un Paese grande il doppio dell’Italia e con una popolazione di poco inferiore a quella della Spagna sia caduto nella morsa d’islamisti fondamentalisti senza nessuna resistenza, in così poco tempo. Appare evidente che segmenti delle forze armate e della popolazione, dopo due invasioni straniere, quella sovietica del 1979 e quella americana del 2001, abbiano riconosciuto nell’offerta dei talebani elementi di una guerra patriottica di liberazione. Una guerra di liberazione, combattuta sotto le insegne dell’Islam più intransigente, elemento unificante per una società etnicamente divisa come quella afghana, ma anche elemento di differenziazione rispetto alla presenza militare straniera, di matrice materialista e cristiana. Da qui la scelta, di alcuni, di non resistere e non sacrificare la propria vita per combattere contro propri connazionali al servizio di un governo, considerato spesso come un “fantoccio” pilotato da potenze straniere e in preda alla più esasperante corruzione.

Questo ovviamente non riduce l’impatto della tragedia di questi giorni. Le immagini dell’aeroporto di Kabul sono lo specchio del dramma che stanno vivendo non solo chi rischia vendette e ritorsione, ma anche le migliaia di persone, come giovani o ceti medi emergenti, che specialmente nei centri urbani cosmopoliti, come la stessa Kabul, avevano vissuto una vita più simile alla nostra e a quella dei nostri figli, che non a quella dei mujaheddin sulle montagne. Per loro possiamo fare poco adesso, ma possiamo e dobbiamo chiedere la massima protezione dalla comunità internazionale per le persone afghane particolarmente vulnerabili, come donne, bambini, giornalisti, attivisti per i diritti umani, persone della comunità Lgbtqi+ e ovviamente cittadini afghani che hanno collaborato con missioni internazionali o esercitato responsabilità nel governo repubblicano del Paese.

Eppure, specialmente noi europei, rischiamo di leggere questa crisi nel modo errato. Non si tratta di una mera nuova emergenza umanitaria e migratoria e non sono stati messi in discussione solo una serie di libertà civili e diritti individuali da parte dei nuovi padroni del Paese. In Afghanistan, abbiamo assistito al crollo dello Stato, alla fine della Repubblica, e in questi termini occorre ragionare. Chi stamperà moneta in Afghanistan? Chi sta vigilando sulle riserve auree e sulle risorse finanziare dell’erario? Che fine faranno le attività bancarie private e i risparmi dei cittadini? Chi amministrerà la giustizia civile e penale? Chi vigilerà sui confini? Come saranno gestiti l’ordine pubblico e la sicurezza? L’esercito regolare sarà sciolto? Chi garantirà l’approvvigionamento alimentare? Chi sarà responsabile per la salute e per le misure di profilassi anti Covid-19? Chi garantirà la manutenzione delle infrastrutture, l’operatività della telecomunicazione e la sicurezza dei trasporti? Chi sosterrà poveri, indigenti, orfani e persone con bisogni speciali?

Tutte queste e tante altre domande sono ora senza risposta e solo i talebani potranno fornirne una. Da parte nostra, non possiamo che auspicare la promozione di nuove iniziative di dialogo attraverso un maggiore coordinamento con tutti gli attori regionali sotto l’egida delle Nazioni Unite, per il ritorno immediato a un ordine costituzionale che garantisca almeno la pacifica convivenza e la fornitura di servizi essenziali alla popolazione.

Non possiamo però dimenticare che gli stessi talebani, che ora hanno appreso il linguaggio politico di Washington e Bruxelles e convocano patinate conferenze stampa, sono gli stessi che garantirono protezione e tutela ad Al-Qaeda; che quando nel settembre 1996 presero Kabul, prelevarono l’ex presidente della Repubblica, il comunista Najibullah, per evirarlo, trascinandolo per la città legato a una jeep e infine ucciderlo; che nel marzo 2001 ordinarono la distruzione delle due statue del Buddha scolpite sulle pareti di roccia nella valle di Bamiyan; che nel 2012 spararono alla testa con armi da fuoco a Malala Yousafzai, giovanissima sostenitrice dei diritti delle donne e futuro premio Nobel per la pace; che si sono finanziati e continuano a finanziarsi attraverso produzione e vendita di oppio, che arriva spesso in occidente come eroina.

Serve dunque prudenza con i talebani, prudenza anche a integrarli nella comunità internazionale. Gli americani e la Nato sono stati umiliati ed espulsi dall’Asia centrale. Non una regione qualsiasi, ma la stessa che a livello geopolitico risulta essere parte integrante della teoria dell’Heartland di Mackinder, che individuava nel controllo di questa regione, da parte di una potenza, l’elemento fondamentale per influenzare i destini del mondo. Eppure, Russia e Cina hanno poco da festeggiare e penso che aspetteranno ancora prima di eventuali riconoscimenti formali.

La vittoria dei talebani è un fattore d’instabilità che rafforza la minaccia jihadista su tutto il versante meridionale per la Russia e minaccia militarmente tutte le repubbliche ex sovietiche della regione sotto l’influenza di Mosca, mentre la Cina, già alle prese con le etnie turcofone di religione islamica che vivono nel suo nordovest, vedrà ora bussare nuovamente la minaccia islamista ai suoi confini. Chissà se qualche investimento in più nella via della seta varrà il rischio e se il Pakistan, tradizionale alleato cinese, saprà far fruttare i suoi buoni uffici con il nuovo emirato, mitigando i problemi legati al terrorismo, al traffico di droga e alla circolazione incontrollata di armi.

Rimane ovviamente sul campo la cocente sconfitta occidentale. Una sconfitta degli Stati Uniti, ma anche dell’intera Nato che vede scosse ora nel profondo le sue stesse ragioni esistenziali. Cosa rimane di quei valori e di quelle libertà “atlantiche” messe per iscritto dal Presidente degli Stati Uniti Franklin D. Roosevelt e dal primo ministro britannico Winston Churchill nell’agosto del 1941? Chi ci garantirà che gli Stati Uniti saranno fedeli agli obblighi del Trattato Nord Atlantico e non si ritireranno nel loro isolazionismo in nome di ragioni economiche o di politica interna quando invece altri partner avranno bisogno d’aiuto? Le nuove generazioni, nate da Seul a Baghdad, si fideranno più dell’Occidente e della sua parola? Occorre, dunque, una grande, seria e impietosa autocritica.

Il ritiro Nato non doveva intendersi come evacuazione dal Paese e fuga dai suoi problemi, bensì come avvio di una nuova fase di consolidamento istituzionale, stabilizzazione e sviluppo sostenibile dell’Afghanistan, che non doveva essere più mero compito degli Stati Uniti e dei suoi alleati, ma responsabilità dell’interna comunità internazionale tramite diretto intervento delle Nazioni Unite e un maggiore coinvolgimento sul campo delle vicine Russia, Cina e India, Iran e monarchie del golfo.

In questo anche la galassia progressista e democratica, a cui io stesso appartengo, ha fallito. La prova è il fatto che il Presidente Joe Biden ha garantito la totale continuità con le politiche repubblicane di Trump, supportando una lotta al terrorismo concepita come mera risposta militare, lasciando sul campo invariate tutte le cause scatenanti del fenomeno terroristico e del suo radicamento territoriale e sociale. Rivendicando come merito l’assenza di un piano per il futuro del paese asiatico e rinunciando a ogni ambizione di “State-building”, imperativo morale dopo una guerra d’invasione.

Il multilateralismo internazionale ha poi fallito doppiamente, con il disarmante silenzio e la goffa impotenza dell’Unione europea e delle Nazioni Unite, che si sono attivate con estremo ritardo, a Kabul caduta, per rilasciare mere prese di posizione formali e di circostanza. L’Ue perché divisa, debole nel suo assetto istituzionale e con scarse competenze in difesa e politica estera. Le Nazioni Unite perché in preda all’ennesimo stallo geopolitico consumato sulla vita delle persone.

Non può poi non farsi un riferimento all’imbarazzante dibattito politico italiano sulla situazione e alla non brillante performance del Governo Draghi, che non può che farci pensare alla differenza fra la classe di governo attuale e quella della Prima Repubblica. Penso a Sigonella con Craxi, ma anche al coraggio di Nenni, Saragat e Fanfani di lavorare al riconoscimento diplomatico della Cina comunista nonostante l’opposizione degli Stati Uniti e alla ferma opposizione all’adesione alla Nato del Partito comunista italiano, ma anche di Dossetti e Gronchi, quest’ultimo addirittura rappresentante della destra della Democrazia cristiana. Una differenza notevole con il dibattito attuale nella maggioranza di governo, da cui non abbiamo udito nessuna critica alla politica americana e Nato e che addirittura ora mette in discussione l’accoglienza dei rifugiati, un obbligo che viene dall’adesione dell’Italia alla Convenzione delle Nazioni Unite sui rifugiati e che dovrebbe essere attuata, date le circostanze straordinarie e la peculiare posizione geografia dell’Afghanistan, da appositi corridoi umanitari verso l’Europa.

Da questo desolante quadro complessivo viene fuori un mondo meno sicuro, un’Europa debole, una presenza americana globale al tramonto e un’Italia poco influente. Da questo fallimento però, sono sicuro possa nascere una nuova speranza. Qui in Occidente, la speranza che possano essere ripensati gli strumenti di sicurezza internazionale collettiva, ad esempio superando i limiti attuali tramite una maggiore integrazione europea in tema di difesa e politica estera. A Kabul, la speranza che le nuove generazioni afghane, che sono andate a scuola e all’università, che conoscono l’inglese, che usano internet e i social network, che hanno letto e sviluppato una coscienza laica, non si arrendano mai alla supremazia della forza talebana. Sono sicuro che grazie a loro, l’impegno di questi vent’anni, costato più di 150.000 vittime tra la popolazione civile afghana, 3541 tra i soldati della coalizione e 53 tra quelli italiani, non sarà stato pagato invano.

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