“La posta in gioco era molto alta, e questo si avvertiva in ogni richiesta di modifica, anche di una virgola: la partita politica si preoccupava delle proprie bandierine, ignorando i contenuti della legge”. Come se la sua riforma non fosse finita nel mirino – tra i tanti – del procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho, del procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri, del presidente dell’Associazione nazionale magistrati Giuseppe Santalucia e dell’ex procuratore di Torino e Palermo Gian Carlo Caselli, la ministra della Giustizia Marta Cartabia, ospite del forum di Repubblica, sostiene che le critiche al regime dell’improcedibilità previsto dalla versione iniziale del testo erano motivate non dal merito, ma dal “contesto politico”. E, ora che tra le forze di maggioranza è stato trovato un faticoso compromesso, sembra disconoscere la maternità del testo: la riforma, dice, è stata “veramente voluta da tutti, per cui non chiamatela ‘riforma Cartabia’”.

Alla domanda sul “muro” eretto dalla magistratura contro il ddl, Cartabia replica che “all’interno del dibattito pubblico e mediatico le voci critiche hanno fatto più scalpore, come spesso accade, di quelle che hanno espresso apprezzamenti, che pure non sono mancate”. E pur riconoscendo che “i magistrati reclamano cose giuste”, la guardasigilli rivendica “le risposte che stiamo cercando di dare alla patologia dell’eccessiva durata dei tempi del processo” attraverso nuovi concorsi per magistrati e cancellieri, assunzioni nell’Ufficio del processo e digitalizzazione e si dice dispiaciuta di “sentir dire che la ministra parte dalla coda. Non è così. È una critica ingenerosa“. E comunque i loro suggerimenti sono stati accolti, aggiunge, “tant’ è che ora il presidente dell’Anm” – il quale oggi su Il Fatto Quotidiano definisce la riforma “rabberciata” ed elenca una serie di criticità residue – dice che parte delle loro preoccupazioni si sono un po’ allentate. Si è giunti qui per via del contesto politico che conosciamo. Io stessa ho dovuto accettare questa formula mista di prescrizione, per cercare una strada praticabile nel contesto dato. Mi sono convinta però che questa scelta possa funzionare bene nel concreto”.

La richiesta del Movimento 5 Stelle di salvaguardare i procedimenti per reati di mafia? “Già nella prima bozza approvata l’8 luglio, c’era un’attenzione particolare. Questo perché nel nostro ordinamento ci sono regole dedicate per i reati gravi. Non a caso si parla di “doppio binario”. Quindi è stato del tutto naturale prevedere da subito regole diverse. L’improcedibilità, ad esempio, era già esclusa per i reati puniti con l’ergastolo”. Ma né l’associazione mafiosa né quella terroristica prevedono l’ergastolo. E con la prima versione della riforma l’appello della gran parte dei processi alla criminalità organizzata si sarebbe estinto in tre anni. Compresi due casi recentissimi, quelli dell’ex senatore Antonio D’Alì e dell’ex sottosegretario Nicola Cosentino, condannati rispettivamente a 6 e 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa.

In definitiva non risponde al vero, per Cartabia, che la tagliola sulla durata dei processi crei zone di impunità: “I termini che abbiamo messo sono raggiungibilissimi, alla luce dei dati statistici. Inoltre, tra le correzioni apportate da ultimo, ascoltando le richieste dei magistrati, c’è quella di prevedere un regime transitorio che ci consente di arrivare gradualmente agli obiettivi da raggiungere“. Ma, dalle pagine della Stampa (sempre del gruppo Gedi), il sostituto della Dda reggina Stefano Musolino spiega che molti reati non compresi nella soluzione di compromesso (“al ribasso”) individuata giovedì resteranno senza giustizia. “E’ una delle maggiori criticità dell’impianto di riforma proposto”, per Musolino. Che fa molti esempi: “Penso, ma solo per fare un esempio concreto, alla strage di Viareggio, ma domani alla tragedia della funivia del Mottarone. E ancora: “Il reato di tortura non è contemplato al momento nel doppio binario“, quindi il processo Cucchi non sarebbe mai arrivato a conclusione, come ricordato anche da Nicola Gratteri giovedì sera a In Onda su La7. “Sono fatti difficili da accertare entrando in gioco la mancata tutela di un cittadino inerme nelle mani di uomini dello Stato. Più articolata è l’indagine, va da sé, più tempo necessita per addivenire all’accertamento della verità”. A rischio ghigliottina anche “le responsabilità per i morti sul lavoro, le bancarotte particolarmente gravi“.

Non solo: più in generale, per Musolino, “il miraggio di poter fruire della causa estintiva dell’azione penale finisce con l’incentivare le impugnazioni meramente dilatorie con il risultato di frustrare l’efficacia degli altri meccanismi acceleratori e deflattivi introdotti da altre disposizioni del disegno di legge di riforma”. Una bocciatura su tutta la linea, e uno scenario che cozza con le dichiarazioni di Cartabia sul fatto che “assicurare tempi certi e ragionevoli, che sono già realizzati nella maggior parte delle Corti d’appello, è a beneficio di tutti: delle esigenze della sicurezza collettiva, delle garanzie degli imputati e del bisogno di giustizia delle vittime”

La guardasigilli alla fine confessa che, “sì”, c’è stato un momento in cui ha pensato di non farcela. “La tensione era altissima, su un tema su cui, lo sappiamo, tutte le forze politiche hanno convinzioni radicate e punti da difendere molto forti”. Il timore che non si arrivasse ad un accordo “c’è stato in vari momenti”, dice ancora. “E questo non solo ieri, ma anche nelle settimane precedenti. Quella di ieri è stata la punta dell’iceberg di mesi di incontri, confronti, dialoghi, aggiustamenti e di un lungo, tenace e paziente lavoro di mediazione”. L’alleato più importante? “La determinazione del presidente Draghi di andare fino in fondo”.

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