Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha compiuto ottant’anni. Unanimi sono stati, nei messaggi augurali, i convinti apprezzamenti per la sua figura e la sua opera. Parole ricorrenti: equilibrio, saggezza, autorevolezza, tutela incessante dei principi costituzionali, senso dello Stato e profilo morale alti. In sostanza, una guida forte riconosciuta come tale ben al di là delle formule di circostanza.

Questo Mattarella è lo stesso che il 23 maggio scorso nell’aula bunker del tribunale di Palermo ha pronunziato un intervento non rituale articolato su due principali passaggi. Primo: “La mafia esiste tutt’ora, non è stata definitivamente eliminata”, nonostante “i grandi successi ottenuti” sul piano repressivo e su quello della diffusione di una coscienza non più succube dei disvalori mafiosi. Secondo: “O si sta contro la mafia o si è complici dei mafiosi”.

Parole lucide e ferme, che devono valere come riferimento sicuro e imprescindibile. Sempre. Proiettandole anche sul dibattito in corso in tema di riforma della giustizia. In particolare sull’allarme circa i rischi che la nuova disciplina della prescrizione (alias improcedibilità) potrebbe comportare per la cancellazione di migliaia di processi relativi a delitti di mafia. Allarmi che ben si possono definire certezze se si considera che provengono anche da magistrati come Cafiero de Raho e Gratteri, la cui competenza e affidabilità sono di tutta evidenza.

E allora: per semplice dovere di coerenza con la valutazione di guida forte del paese da tutti espressa nei confronti del presidente Matarella, che per favore si tenga concretamente conto delle sue indicazioni in tema di mafia nel discutere se introdurre aggiustamenti “tecnici” alla riforma Cartabia. Tanto più che le entusiastiche e sacrosante parole augurali sopra ricordate sono tratte dal messaggio del premier Draghi.

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