Un compleanno che coincide con l’abbrivio finale del suo settennato e praticamente a ridosso del semestre bianco, quando la pistola delle elezioni anticipate sarà costituzionalmente scarica. Il capo dello Stato, Sergio Mattarella, festeggia ottanta anni – è nato il 23 luglio a Palermo – e ne aveva quindi 73 al momento della sua elezione al Quirinale.

Il dodicesimo presidente della Repubblica ottenne 665 voti al quarto scrutinio il 31 gennaio del 2015, nel Parlamento riunito in seduta comune a Montecitorio con l’aggiunta dei grandi elettori delle Regioni. Alla vigilia, gli allora esponenti di Sel, la sinistra vendoliana poi evaporata un anno dopo, avevano pronosticato con diabolico e goliardico entusiasmo: “Sarà un grande presidente, magari prenderà 666 voti”. Cioè il numero della Bestia. Ne prese uno in meno, grazie alla Provvidenza.

Con Mattarella, infatti, è tornato un cattolico al Colle, dopo il ventennio dell’azionista Carlo Azeglio Ciampi e del postcomunista Giorgio Napolitano. Un cattolico adulto di matrice democristiana – indi ulivista e democratico – che non ha mai messo la fede al centro della sua dimensione pubblica. L’allora Pd renziano – il Rottamatore era presidente del Consiglio – lo designò il 29 gennaio e la scelta segnò la rottura del patto del Nazareno tra lo Spregiudicato Matteo e il Pregiudicato Silvio, che stava scontando ai servizi sociali la pena definitiva per frode fiscale dell’agosto del 2013. Il candidato renzusconiano era l’ex craxiano Giuliano Amato, che avrebbe dovuto garantire un “salvacondotto” politico per la riabilitazione di B., ma Renzi cambiò cavallo perché realizzò che una parte del Pd, quella di Bersani per intenderci, non avrebbe retto un nome del genere.

E così optò per l’ex ministro Dc, la classica riserva della Repubblica, di fatto lo stesso film del 2006, quando i Ds presero atto che Massimo D’Alema non sarebbe mai passato e ripiegarono su Napolitano, storico migliorista (la destra comunista) con fama di perdente. Mattarella fu votato dalla maggioranza renziana (compresi gli alfaniani) più la sinistra radicale. Contro 5 Stelle, Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia (ma con parecchie defezioni). Oggi la genesi della sua candidatura ed elezione al Quirinale sembra una vecchia foto ingiallita. Il neo ottantenne Mattarella che tempo vive oggi? L’analisi si concentra in tre punti.

1) Mattarella s’insediò il 3 febbraio del 2015. Per arrivare al Quirinale gli bastò attraversare la piazza. Giudice costituzionale dal 2011, abitava dall’altro lato della strada in una foresteria del Palazzo della Consulta dopo essere rimasto vedovo. Nel passaggio chiave del primo discorso riassunse la sua lunga parabola di democristiano di sinistra rilanciando l’immagine dell’arbitro: “Nel linguaggio corrente si è soliti tradurre il compito del capo dello Stato nel ruolo di un arbitro, del garante della Costituzione. È una immagine efficace. All’arbitro compete la puntuale applicazione delle regole. L’arbitro deve essere – e sarà – imparziale. I giocatori lo aiutino con la loro correttezza”.

Più volte ministro nella Prima e nella Seconda Repubblica, vicepremier con D’Alema a Palazzo Chigi, Mattarella iniziò il suo impegno politico dopo la tragedia del fratello Piersanti, presidente della Regione Sicilia ammazzato dalla mafia nel giorno della Befana del 1980. Un delitto su cui ancora oggi si addensano sospetti su complicità politiche e terroristiche di destra. Sostenne da subito il rinnovamento della Dc in Sicilia (contro Vito Ciancimino e a favore di Leoluca Orlando). Da ministro fu protagonista delle clamorose dimissioni della sinistra Dc dal sesto governo Andreotti, nel 1989, contro una legge ad personam per Berlusconi imprenditore, la Mammì sul riordino del sistema radiotv. Giurista accademico legò pure il suo nome alla prima legge elettorale post-Tangentopoli, il Mattarellum a prevalenza maggioritario.

Ecco quindi da dove discende la ritrovata immagine di arbitro, ricordata nell’intervento dell’insediamento. Sostanzialmente una cesura netta rispetto alla monarchia interventista del suo precedessore Re Giorgio, sovrano del Quirinale per nove anni con l’inedita rielezione del 2013. È un punto, questo, che viene fuori soprattutto dal metodo. Mattarella si presentò socraticamente con l’arte della maieutica, cioè della levatrice che aiuta a partorire (l’esistente). Una differenza decisiva con il realismo socialista di Napolitano, che gli eventi li determinava e li dirigeva (basta chiedere a Bersani segretario del Pd nel 2011).

2) Su queste basi, il capo dello Stato ha affrontato la fase più delicata e per certi aspetti controversa del suo settennato: quella iniziata nel 2018 con il trionfo gialloverde alle elezioni politiche di quell’anno, con il Movimento 5 Stelle primo partito con oltre il 32%. Per la prima volta, un presidente della Repubblica si preparava alle consultazioni per il governo senza contare sul suo partito di provenienza e di riferimento, quel Pd ancora prigioniero del renzismo che voleva godersi lo spettacolo con i popcorn.

Così Luigi Di Maio e Matteo Salvini cominciarono un’estenuante trattativa che nei fatti durò dalla fine dell’inverno sino alla festa della Repubblica d’inizio giugno. In quella fase, il presidente maieutico privilegiò l’interlocuzione con Di Maio soprattutto per arginare l’arrembante sovranismo leghista. E quando poi il primo accordo sul governo Conte andò in porto, il capo dello Stato in virtù delle sue prerogative costituzionali sulla scelta dei ministri bocciò la proposta gialloverde di mettere l’economista Paolo Savona all’Economia. Agli occhi del Colle, il consumato manager e già ministro di altri esecutivi, non proprio un nome nuovo, incarnava il temuto anti-europeismo di Salvini, con l’obiettivo di uscire dalla moneta unica. Nella storia delle consultazioni è accaduto tante volte. A memoria: Scalfaro che non volle Previti alla Giustizia e Napolitano che disse no a Gratteri nel governo Renzi.

Così Conte rimise l’incarico, Di Maio e Di Battista invocarono l’impeachment e Mattarella convocò Carlo Cottarelli al Quirinale per un governo elettorale. Ma Cottarelli fu uno spettro che aleggiò per poco. La mossa del Colle accelerò la ricomposizione della maggioranza gialloverde. Insomma, alla fine nacque un governo politico, obiettivo prioritario del capo dello Stato, che da docente universitario di diritto parlamentare ha fatto di una domanda il suo motto presidenziale: “Cosa mi compete?”.

3) Decisamente più complessa la vicenda della fine del Conte II e della nascita del governo Draghi di unità nazionale. In quei giorni il Colle si è sempre difeso dalle accuse di “Conticidio”, per citare il libro di Marco Travaglio, accreditando la versione di avere “protetto” sino all’ultimo, dall’attesa per i fatidici “responsabili” all’esplorazione fallita di Roberto Fico, l’eventuale parto del Conte III. Ma come rilevato da Travaglio nel suo libro c’è una domanda cui Mattarella non ha risposto: anziché convocare hic et nunc Draghi perché non ha dato seguito alla sua minaccia di sciogliere il Parlamento, fatta trapelare più volte, qualora l’autore della crisi, l’italovivente Renzi, non si fosse piegato? Lo stesso Renzi che andava in giro dicendo a tutti di non credere a questa minaccia.

Certo, il vuoto in politica non esiste, e il Colle ha comunque preso atto che esisteva una maggioranza a favore di Draghi in questo tempo straordinario di pandemia e ricostruzione. È una risposta sufficiente a sciogliere i dubbi su questo inedito interventismo dell’arbitro Mattarella? E qui, avviandoci alla conclusione, emerge il paradosso che potrebbe segnare la fine del suo settennato. Realizzare ciò che non era riuscito al suo predecessore Re Giorgio: avviare una lunga fase di unità nazionale, anche dopo le elezioni politiche del 2023.

Napolitano, da teorico del compromesso storico tra Dc e Pci che avrebbe voluto continuare anche dopo la tragedia di Aldo Moro, ci provò con Mario Monti ed Enrico Letta, salvo arrendersi all’ingestibile renzismo di governo. Al contrario, il governo Draghi sta scomponendo il quadro politico, in cui la novità maggiore è la progressiva emarginazione di Giorgia Meloni, premier in pectore della destra, da parte della Lega salviniana e di quel che resta di Forza Italia. Allo stesso tempo i giallorosa soffrono le ambiguità del Pd non più zingarettiano ma lettiano, interessato a bandierine simboliche e gestione del potere. Senza dimenticare che la leadership contiana del M5s dovrà sempre fare i conti con il dalemismo di Di Maio, governista che non vuole perdere il suo ruolo di kingmaker.

È questa la partita che si aprirà a partire dal prossimo febbraio quando si eleggerà il successore di Mattarella. Il nodo è noto: Draghi è il candidato naturale, ma come dicono e pensano tutti i big dei partiti di governo “sarà lui a decidere cosa fare, se continuare o meno a fare il premier”. La prima subordinata è un eventuale bis di Mattarella. Poi c’è l’ascesa di Marta Cartabia: per la prima volta una donna al Colle. Ma contro di lei potrebbe pesare la schiforma del Salvaladri. Tenendo conto, infine, di quella che sarà la tenuta della maggioranza nel semestre bianco che comincia ad agosto. Il bilancio del presidente neottantenne è soprattutto politico, con rare immagini pop, come i capelli lunghi durante la pandemia e le braccia al cielo nella notte di Wembley. Auguri.

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