L’arte è come l’occhio di un beholder. Il Pallone d’Oro anche. Per chi non si è mai imbattuto in un gioco di ruolo, il beholder è un mostro (categoria Aberrazione, secondo i manuali di gioco) costituito da un corpo centrale rozzamente sferico, con un grande occhio sopra la bocca e diversi tentacoli terminanti in occhi più piccoli che dipartono dal corpo. Una creatura di fantasia fattasi cultura popolare, tanto da essere entrata nel linguaggio comune dei paesi anglofoni. Il beholder vede ovunque, ma solo parzialmente. Dipende dall’occhio che guarda. Così come l’arte, il Pallone d’Oro e tante altre cose, dipendono dalla persona che sta osservando. Il giudizio è relativo e non esistono, in termini assoluti, risposte giuste e risposte sbagliate.

Le discussioni sul Pallone d’Oro a Jorginho rappresentano la pura essenza dell’occhio del beholder. Soprattutto, la vittoria dell’Italia a Euro 2020 è il miglior esempio possibile di quanto anacronistico sia diventato, sotto il profilo strettamente sportivo, questo trofeo fonte infinita di discussioni che superano di gran lunga il valore reale del premio stesso. L’assurdità di assegnare un trofeo individuale in uno sport di squadra emerge pienamente, tanto a livello generale quanto del singolo giocatore. Jorginho ha davvero bisogno del Pallone d’Oro per marchiare una stagione che lo ha visto, assieme al compagno Emerson, laurearsi campione d’Europa sia con il proprio club che con la nazionale? Oppure, ribaltando la prospettiva, la mancata assegnazione del trofeo al centrocampista italo-brasiliano diminuirebbe il valore della sua annata? In entrambi i casi, la risposta è negativa.

L’Italia di Mancini, come il Chelsea di Tuchel, raccontano la stessa storia, ovvero il successo della squadra rispetto a quella del singolo giocatore. Difficile, probabilmente impossibile, eleggere il miglior Azzurro della campagna europea tra Donnarumma, Bonucci, Chiellini, Jorginho, Verratti, Spinazzola e Chiesa. Stesso discorso per il Chelsea con Kantè, Mount, Havertz, Jorginho, Giroud e Azpilicueta. Ognuno ha contribuito in maniera determinante al successo finale, senza però alcuna ombra di one-man show come invece accaduto, per fare un esempio, a Lionel Messi nell’ultima Copa America, dove è stato capocannoniere, miglior assist-man, primo per passaggi chiave, occasioni da gol create, dribbling e occasioni di tiro create. La Copa America 2021 è stata la coppa di Messi, l’Europeo 2020 quello dell’Italia, di Roberto Mancini, della squadra.

Il Pallone d’Oro sembra ormai essere diventato più importante per chi lo assegna, specialmente per l’indotto commerciale che produce, piuttosto che per chi lo riceve, salvo non si voglia sostenere che Messi abbia davvero bisogno del suo settimo premio per essere considerato uno dei più grandi giocatori della storia del calcio, oppure per negoziare un contratto migliore con il Barcellona. Proprio l’argentino, assieme a Cristiano Ronaldo, ha indirettamente contribuito a svilire l’importanza del premio attraverso una corsa all’accumulo che ha azzerato qualsiasi narrazione capace di andare oltre quella dei soliti nomi. Il Pallone d’Oro trasformato in un ring da wrestling, con la stessa credibilità di questa disciplina.

Secondo Guardiola si tratta di un premio “stupido e senza senso”. Le sue parole: “Capisco il business, ma davvero essere nominato giocatore dell’anno conta qualcosa? L’obiettivo di un calciatore dovrebbe essere vincere con la propria squadra, contribuire a farla giocare sempre meglio, costituirne l’essenza e lo spirito”. Kevin De Bruyne ha vinto la Premier da protagonista ed è unanimemente considerato uno dei centrocampisti più forti in circolazione, ma dopo aver perso la finale di Champions e essere uscito ai quarti con il Belgio (pur avendo lui disputato un torneo più che buono in relazione al minutaggio) non c’è premio individuale in grado di cancellare l’amarezza per il finale di stagione.

Una volta sul Guardian Paul Doyle raccontò di un dialogo avuto con Jairzinho, nel quale il campione brasiliano affermò di aver vinto nel 1970 un premio FIFA quale miglior fisico del mondo. Nessun altro ricordava quel trofeo, tanto che Doyle chiese a Jairzinho se non si fosse confuso sui promotori di quel premio. Magari era un’emittente tv, oppure una rivista. Jairzinho si arrabbiò molto. Era un trofeo FIFA, replicò a muso duro. Ma perché un giocatore che aveva segnato in tutte le partite (finale inclusa) di un Mondiale avrebbe dovuto inventarsi una cosa del genere? “Sarebbe come se Neil Armstrong”, scrisse Doyle, “andasse in giro per il mondo a dire di aver battuto Buzz Aldrin a una gara di rutti”. In fin dei conti, non era importante. La grandezza di Jairzinho, corpo più bello del mondo o meno, restava tale, e il resto era “simpatica spazzatura”.

Prima di Jorginho (e Palmieri) ci sono stati 12 calciatori ad aver vinto nello stesso anno Coppa Campioni e Europeo: Luis Suarez, Hans van Breukelen, Ronald Koeman, Barry van Aerle, Erwin Vanenburg, Wim Kieft, Nicholas Anelka, Christian Karembeu, Juan Mata, Fernando Torres, Cristiano Ronaldo e Pepe. Solo CR7, nel 2016, ha vinto il trofeo. Ma è un dato che non significa niente, in quanto non esistono metodi né criteri per un’assegnazione il più possibile equa e corretta. E’ una reductio ad absurdum, è l’occhio di un belhoder. La questione non è se il Pallone d’Oro lo meriti Messi, Jorginho o Lewandowski. La questione è che, semplicemente, non è rilevante.

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