Gli anestesisti stroncano la richiesta delle Regioni di fissare al 15% la soglia di occupazione di posti letto in terapia intensiva che farebbe scattata la zona gialla. La bocciatura è senza mezzi termini: “Una follia”, la definisce Alessandro Vergallo, presidente nazionale dell’Associazione anestesisti rianimatori ospedalieri italiani (Aaroi-Emac). “Spero che non venga avallata, mentre siamo d’accordo nel portarla al 5% come proposto inizialmente”, spiega all’Adnkronos Salute definendo quest’ultima ipotesi come “molto più ragionevole”.

Vergallo riflette: “La questione, che forse molti politici regionali non capiscono, è che tra un contagio e un ricovero in rianimazione possono passare anche 15-20 giorni. Se andiamo a vedere cosa è accaduto in passato, in questo lasso di tempo il dato dei ricoveri è quadruplicato”. Il numero uno dell’Aaroi-Emac ‘traduce’ praticamente: “Se noi decidiamo per una soglia dobbiamo anche valutare quale sarà l’incremento nelle settimane successive perché si può arrivare nell’arco del mese ad avere il 40% dei posti letto in terapia intensiva occupati e allora scatta la zona rossa”.

“Quindi – aggiunge – sarei per mettere un soglia bassa e fare più le formiche che le cicale”. I reparti di terapia intensiva – che attualmente ospitano 165 pazienti Covid – sono pronti ad affrontare un aumento dei ricoveri? “Noi partivamo con 5.000 posti letto in rianimazione in totale, con l’emergenza sono stati aumentati fino ad arrivare a 8.500 ma dopo le prime ondate di questi posti ne sono stati defalcati il 50%, riprogrammati per le esigenze no-Covid”. Ad oggi, quindi, i letti reali oggi “possono arrivare a 6.500-7.000 non di più – avverte Vergallo – È su questo numero che la politica deve riflettere come modulare la soglia minima per i parametri e non su numeri, poco reali, che le Regioni spesso annunciano”.

In questo momento, continua, l’Italia è “di fronte al piede iniziale di una quarta ondata”. Oggi in terapia intensiva c’è un “drastico calo delle fasce d’età più anziani, grazie ai vaccini – evidenzia – Infatti oltre l’85% di chi sviluppa una malattia grave e rischia di andare in rianimazione è non vaccinato o ha fatto una sola dose a breve distanza dal contagio”. Quest’ultima “ondata sarà diversa dalle altre che abbiamo vissuto soprattutto perché abbiamo vaccinato la metà degli italiani – ricorda – e di questo dobbiamo tenerne conto”. Ma, conclude, “non sappiamo quanto la diffusione delle varianti potrà oltrepassare il fattore protettivo dato dai vaccini, i primi dati sembrano dirci che ad un aumento dei contagi non corrisponde in maniera esponenziale, come accaduto in passato, dei ricoveri in terapia intensiva”.

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