“Indipendentemente dal Covid, è inquietante che le Rsa vengano lasciate operare come se fossero delle vere e proprie zone franche rispetto alle regole e alle norme, per cui hanno l’autarchia più totale“. La consulente del ministro della Sanità e responsabile della Salute del Pd, Sandra Zampa commenta così a ilfattoquotidiano.it le notizie sulle resistenze all’accesso dei parenti nelle case per anziani non autosufficienti da parte dei gestori. Questi ultimi ancora troppo spesso interpretano in modo restrittivo la normativa sulle riaperture che, Zampa non ha dubbi, alla sua scadenza a fine mese verrà rinnovata e magari rafforzata per togliere spazio alla discrezionalità.

“Però se i gestori non la rispettano e le Regioni non fanno niente siamo punto e a capo”, dice l’ex sottosegretario alla Salute, sottolineando che gli enti “dovrebbero avere una conoscenza e un controllo meticoloso su queste strutture”. Non solo. Già a inizio maggio Zampa aveva suggerito addirittura di revocare l’accreditamento a chi non rispettava l’ordinanza sulle visite parentali. Oggi inizia a ventilare di mettere in discussione l’autonomia decisionale delle Regioni in materia, nel momento in cui queste restano inerti.

La questione inizia ad essere calda, perché proprio mentre si parla di estendere l’uso del green pass dall’accesso alle Rsa agli altri luoghi di socialità, si avvicina il momento del tagliando della norma sulla riapertura delle strutture, che era stata determinata l’8 maggio scorso con un’ordinanza del ministro della Salute in scadenza a fine mese che era stata accompagnata da linee guida emanate dalla Conferenza Stato-Regioni.

Paradosso vuole che queste ultime siano le stesse che, stando alle proteste delle associazioni dei familiari degli ospiti, non vigilano a sufficienza sull’applicazione della normativa da parte dei gestori, i quali in buona parte vietano o ostacolano le uscite temporanee degli anziani. Spesso, poi, resistono passivamente agli obblighi di legge senza attrezzarsi realmente per generare un flusso costante, ma in piena sicurezza, di visite agli ospiti sopravvissuti al Covid e di fatto reclusi da 16 mesi in quella che è a tutti gli effetti casa loro, visto che nella maggior parte dei casi vi risiedono. Tanto che il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale ne tiene in particolare conto tra i suoi tutelati.

Questione di sicurezza? Deliri aperturisti di figli esasperati? Non proprio e non sempre. Un esempio su tutti. Le linee guida delle Regioni prevedono che i nuovi ospiti delle strutture possano essere inseriti direttamente nell’area di degenza senza quarantena, anche quando il ciclo vaccinale non è stato completato, se la percentuale di vaccinati in struttura è superiore a una determinata quota. Una scelta che ha senz’altro agevolato le Rsa, facilitando nuovi ricoveri (quindi fatturato) e limitando la dispersione di spazi e personale in tempi di ristrettezze.

Ragionevole. A parità di situazione, però, un parente vaccinato con doppia dose di un ospite vaccinato con doppia dose, non può entrare nell’area di degenza a meno che non gli venga concesso dal direttore sanitario sulla base di non meglio definite valutazioni sul benessere psico-fisico dell’ospite. Cioè non è vietato, ma di fatto neanche permesso perché le linee guida sono molto vaghe in merito. Anche se esiste una legge dello Stato, la numero 87 del 17 giugno 2021, che prevede la possibilità per le persone non autosufficienti di avvalersi di un accompagnatore anche nelle aree di degenza, seguendo le indicazioni della direzione sanitaria per contenere la diffusione del virus.

In pratica, paradosso nel paradosso, il green pass vale solo per gli spazi esterni o eventuali atrii o saloni separati dall’area di degenza. Anzi no. Perché molte Rsa lamentano la mancanza di personale per gestire le visite. Quindi può succedere – e succede – che molte strutture non facciano entrare i visitatori in modo regolare, non perché sia rischioso da un punto di vista epidemiologico, ma perché non hanno il personale o gli spazi per gestire gli ingressi in modo sicuro. E mentre i nuovi ricoveri sono stati per così dire sburocratizzati, le visite per i ricoverati sono rimaste gravate di pratiche burocratiche scomode, incluso l’obbligo di sottoscrivere ogni volta un patto di condivisione del rischio e di far verificare ogni volta il pass, oltre che di conservare ogni singola copia cartacea di tutto.

Certo, nessuno ha pensato di incentivare, magari con sgravi fiscali, la riconversione degli spazi per renderli fruibili in sicurezza dagli anziani e dai loro cari o di fornire alle strutture in affanno personale come quello della Protezione Civile, per contribuire alla gestione degli accessi, magari semplificando gli adempimenti burocratici. Quanto agli spazi, pochi sembrano sapere che “le stanze di degenza sono le stanze di degenza, non sono gli spazi comuni. C’è anche un Dpr del 14 gennaio 1997 che identifica questi spazi che sono le stanze con i letti e il bagno pertinenziale, non lo spazio dove viene servito il pasto e c’è la vita comune”, come spiega a ilfattoquotidiano.it l’avvocato Luca Degani presidente di Uneba Lombardia, ricordando che “non c’è una norma che dice che per le visite non si devono usare gli spazi comuni” e sollecitando piuttosto una valutazione della risposta anticorpale degli ospiti delle strutture.

Eppure nei giorni scorsi era stato lo stesso Speranza a ricordare che in base alla sua ordinanza “le persone con le condizioni previste possono accedere anche all’interno delle strutture. Sono indicazioni che abbiamo dato che consentono di riportare i familiare nelle Rsa nella piena tutela della salute di tutti. Incontri ma con le giuste protezioni”. Quindi Zampa non ha dubbi sul fatto che chi riduce al massimo le visite abbia un problema di volontà di investire tempo e denaro per rendere gli spazi accessibili in sicurezza: “Non vogliono far entrare perché così non hanno nessuno che veda cosa succede, è ormai evidente ed è inquietante che un presidente di Regione possa accettare che un proprio cittadino anziano sia in balia di questa situazione”. Allora invita le associazioni dei parenti a “fare i nomi di chi non rispetta le norme sulle aperture” .

A raccogliere l’invito è il comitato Orsan, Open Rsa Now, lo stesso che nei giorni scorsi aveva parlato di 8 strutture su 10 che non rispettano l’ordinanza Speranza, in un campione di mille tra quelle dei suoi associati, inviando una lettera aperta al ministro per denunciare la cosa. E che oggi si sta cimentando in un censimento su un campione più ampio tramite un questionario pubblicato sulla sua pagina Facebook.

Sostieni ilfattoquotidiano.it: il tuo contributo è fondamentale

Il tuo sostegno ci aiuta a garantire la nostra indipendenza e ci permette di continuare a produrre un giornalismo online di qualità e aperto a tutti, senza paywall. Il tuo contributo è fondamentale per il nostro futuro.
Diventa anche tu Sostenitore

Grazie, Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Tutela degli anziani, l’avvocato: “Ribaltare il paradigma della separazione dal contesto sociale per una presa in carico inclusiva”

next
Articolo Successivo

Regione Puglia, un gruppo di persone disabili in presidio da quattro giorni: “Promesse sugli aiuti non rispettate”

next