“Abbiamo 35 famiglie adottive bloccate in Italia e 35 bambini bloccati in Cina. Serve un intervento ‘politico’ che non arriva, così avremo perso il passato e pure il futuro”. E’ un filo di voce che racconta quello che stanno vivendo le famiglie italiane alle prese con il blocco delle adozioni in Cina. E’ iniziato con la pandemia, ma perdura anche oggi per le complesse relazioni diplomatiche tra i due Paesi. A Matera, sede del G20, nei giorni scorsi il ministro degli esteri Luigi Di Maio ha incontrato l’omologo cinese Wang Yi. “Poteva parlare con lui anche delle adozioni”, dice Loredana Di Pizio, mamma adottiva residente in Abruzzo che ha iniziato l’iter internazionale nel 2019, ma ancora abbraccia solo un grosso coniglio di peluche bianco.

Il suo account social si presenta con la scritta “Tre cuori a mandorla”. Uno è per “Mattia”, il bimbo cinese individuato come adottabile in via prioritaria per motivi di salute che resta però a 7mila chilometri. Come il primo giorno nonostante due anni di attese, speranze e non poche spese perché le adozioni non si pagano ma costano: avvenuto l’abbinamento Loredana e il marito Lino, imprenditrice e avvocato, hanno versato l’anticipo per le spese e il saldo per totali 30mila euro ma a far male – giurano – è altro. Quando si fa domanda la legge impone di farla anche per un’adozione nazionale. Se quella internazionale viene accolta, la prima si interrompe. “Dunque se saltasse la Cina dovrei ricominciare tutto da capo con la nazionale, ma sono più vecchia ho meno chances di poter adottare. Se non si sblocca la situazione avrò perso il passato e forse anche il futuro”.

Gennaio 2020 sembrava il mese della svolta per Loredana, il marito e le altre famiglie. Risale ad allora la firma sul primo documento che impegnava i genitori ad adottare e i due Stati a cooperare affinché l’adozione andasse a buon fine. “A marzo ci sarebbe dovuto arrivare un altro documento, la cosiddetta “pergamena rossa” che consente alle coppie di fare i documenti necessari ai visti per entrare nel Paese. Con la pandemia non è arrivato nulla, tutto si è bloccato. Siamo tornati a sperare la scorsa estate, quando sembrava che la situazione tornasse alla normalità, ma non ci hanno fatto partire e oggi siamo ancora fermi. Anche se nel frattempo ci siamo tutti vaccinati”.

Il generale Figliuolo aveva anche dato la priorità alle coppie adottive perché fossero vaccinate tra fine aprile e inizio giugno. Ma non è bastato. “La Cina, a detta della Commissione Adozioni Internazionali si trincera dietro la preoccupazione per la salute dei bambini. Pechino teme che in Italia non siano sicuri”. E’ qui che il destino delle adozioni incrocia gli sforzi e le debolezze della risposta alla pandemia e il mancato coordinamento sul fronte delle politiche per le famiglie e i minori abbandonati. “A un certo punto la Cina aveva fatto sapere che avrebbe iniziato a vaccinare i bambini dai tre anni in sù, quindi i bambini da piccolissimi che erano sono diventati grandi e sarebbero in ogni caso eleggibili alla profilassi. Tuttavia la Cina dice che siccome hanno problemi di salute e patologie varie non lo sono, mentre sappiamo che in Europa abbiamo vaccinato per prime proprio le categorie deboli”.

Il bambino di Loredana, ad esempio, ha un buco nel palato, una palatocisi che sarebbe operabile addirittura in day hospital. Aveva altre patologie, ma ora sta bene e potrebbe partire tranquillamente. “I pediatri che hanno visionato le cartelle sanitarie dei bimbi cinesi non hanno escluso la possibilità del viaggio e sappiamo bene dai dati statistici che è rarissimo che i bambini si ammalino e muoiano di Covid”.

La soluzione diplomatica non sembra all’orizzonte e dalla politica finora non è arrivata alcuna reazione. “La ministra Elena Bonetti presiede la Commissione adozioni internazionali. Dagli uffici ci dicono che monitora la cosa ma alle riunioni non abbiamo mai avuto il piacere di vederla. Le sue funzioni le svolge l’ex magistrato Vincenzo Starita che ripete che tutta l’attività amministrativa è stata posta in essere”. “Il dottor Raffaele De Benedictis che è responsabile del Ministero degli Esteri presso la Commissione “presume” che la politica e il governo si stiano muovendo, ma nessuno ci relaziona, siamo all’oscuro di tutto”. L’auspicato intervento “politico” latita, nonostante le famiglie abbiano scritto alle massime istituzioni del Paese, con lettere Mattarella al presidente Draghi e al ministro Di Maio. “Sono oramai due anni che scriviamo. Non abbiamo risposte, se non dalla segreteria di Mattarella da cui arrivano messaggi individuali nei quali dicono che sono a conoscenza della situazione che è comunque critica. Ma nulla di concreto”.

Loredana, come altri, ricorda un tempo non lontano in cui l’Italia aveva forzato la mano davanti al blocco delle adozioni disposto dal Congo. La ministra Maria Elena Boschi – tra mille polemiche – nel 2014 si intestò la soluzione organizzando un volo di Stato a favor di telecamere. In quel caso però i bambini erano già italiani in virtù di sentenze esecutive emesse dai tribunali italiani e di Goma, nel caso della Cina no. Alcune famiglie temono poi il fatto che non potrebbero accompagnare i bimbi. Per tutte queste ragioni sono divise quando si tratta di fare una richiesta ufficiale che andrebbe incontro a facili dinieghi. E a maggior ragione temono di non avere più speranze.

“Purtroppo questo settore che vive del cuore e del desiderio dei genitori si muove affastellando burocrazie. Anche in questo caso le procedure hanno mostrato l’arretratezza di un ambito che tutti, a parole, chiedono di trattare con la necessaria cura ed efficienza e invece è fermo da anni”. Nell’anno del lockdown – si sfoga Loredana – chiunque si collegava in rete per sbrigare un lavoro, riunioni o firmare digitalmente delle pratiche. Nel settore delle adozioni tutto si muove con la logica, i modi e i tempi dei vecchi uffici analogici: a suon di carte bollate, pratiche amministrative ridondanti e costosi viaggi esplorativi nei Paesi d’origine dei bambini. Questo calvario che ci ha travolti tutti, ci ha fatto precipitare in un mondo di rapporti professionali e personali digitali, ma poteva essere l’occasione per innovare strumenti e procedure, per accorciare le distanze e velocizzare i tempi. Purtroppo non si ha notizia di passi avanti in questa direzione. E le famiglie si ritrovano ostaggio di silenzi e burocrazie”.

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