Il mese del Pride si chiude con una buona notizia per la comunità arcobaleno: la Francia – salvo interventi da parte della Corte Costituzionale – consentirà alle coppie lesbiche e alle donne single l’accesso alla procreazione medicalmente assistita (Pma). Ovviamente, la fecondazione non potrà essere omologa, cioè con materiale genetico di entrambi i genitori, ma si dovrà per forza di cose ricorrere a un donatore anonimo di materiale genetico maschile, proprio come nei casi di coppie etero in cui l’uomo o entrambi i componenti sono infertili. Le future nuove mamme, valutato il percorso medico, potranno poi ricorrere all’inseminazione artificiale (introduzione del campione seminale in utero) o alla fecondazione in vitro con successivo trasferimento dell’embrione nell’utero di chi porterà avanti la gravidanza (Fivet).

L’approvazione della legge da parte dell’Assemblea Nazionale è stata lunga e combattuta, dopo più di due anni di dibattito politico, ma molti di più dalle prime proposte supportate dalle associazioni LGBTI+. Nel caso di coppie lesbiche, entrambe le donne saranno legalmente madri del nascituro, con sottoscrizione anticipata da parte di un notaio; allo stesso modo, le donne single eserciteranno la propria genitorialità senza il/la partner, purché la scelta di una gravidanza avvenga entro i quarantatré anni di età.

Tra le novità introdotte c’è la possibilità, anche per chi è fertile e chi non è donatore, di crioconservare i propri gameti per una gravidanza futura. Resta vietata la Pma post-mortem (con i gameti crioconservati del partner defunto) e proibita anche la gestazione per altri/e, rimane solo la possibilità di far riconoscere il legame di filiazione in caso di gpa avvenuta in altro Stato. Un testo abbastanza equilibrato, dunque, che semplicemente mette sullo stesso livello ogni donna e il suo progetto familiare, con o senza partner, potendo contare sui rimborsi della Sécurité Sociale, cugina della nostra assistenza sanitaria.

Nel parlamento francese ad opporsi sono stati i partiti di destra e quelli cattolici. Proprio come è in Italia, si vorrebbe l’accesso alle tecniche di Pma solo per le coppie che erroneamente chiamiamo “etero-cis”, ovvero dotate della combinazione pene+vagina e di un’attrazione sessuale esclusivamente uomo-donna, che però in realtà potrebbero essere composte da persone bisessuali, transgender o non binarie. Questa preclusione non solo costringe coppie LGBTI+ e single a recarsi all’estero per iniziare una gravidanza (da Francia e Italia le mete più comuni sono Spagna e Belgio), ma rende tortuoso il percorso di riconoscimento del neonato nel proprio Paese.

I due pericoli principali secondo i conservatori sarebbero due: lo scivolamento verso una procreazione totalmente artificiale in cui sarà possibile combinare a piacimento i caratteri biologici del nascituro attraverso la scelta dei donatori; e la nascita di migliaia di bambini e bambine che mancano di figure parentali appropriate e crescono con problemi psicologici.

Per quel che riguarda l’allarme eugenetico, la legge vieta espressamente il fattore della “scelta”: al momento della donazione, il donatore non sa a chi andrà il suo materiale genetico e le donne non sanno a chi appartiene ciò che ricevono. Solo il figlio o la figlia potranno avere accesso all’identità del donatore (o donatrice nel caso si faccia ricorso alla donazione di ovuli) una volta raggiunta la maggiore età. Ma in ogni caso mi viene da chiedere: come mai questa obiezione non salta fuori quando parliamo di coppie etero infertili che accedono alla Pma? Non sarà forse che il vero pericolo per le destre sono le famiglie omogenitoriali o monoparentali perché non rispecchiano il modello “classico”?

E veniamo, con questo, alla seconda infondata preoccupazione. Tutte le maggiori associazioni internazionali di psicologi, psichiatri e operatori sociali hanno smentito il legame tra il numero dei genitori o il loro orientamento sessuale e la buona riuscita nel percorso di crescita dei figli. Nel 2009, quando già in molti paesi la Pma era accessibile a coppie LGBTI+ e single, un team di ricerca guidato da Katherin H. Shelton dell’Università di Cardiff *, ha confrontato 761 bambini (e le loro famiglie) nati con diversi metodi di procreazione assistita, tra cui la surrogacy. I bambini e le bambine non presentavano alcuna difficoltà né psicofisica, né relazionale, rispetto ai dati della popolazione generale infantile.

Le uniche ricadute psicologiche negative sulle famiglie mono o omo parentali, arrivano dalle discriminazioni che subiscono a tutti i livelli: scolastico, sociale, burocratico, mediatico… È nostra responsabilità, dunque. Opporsi alla legge sulla Pma con la motivazione “proteggiamo i bambini” equivale a dire: è meglio che non nascano figli fuori dalla sfera tradizionale, perché altrimenti finiremmo col discriminarli e ci dispiace per loro. La soluzione mi sembra veramente a portata di imbecille.

*K.H. Shelton, J. Boivin, D. Hay, M.B.M. van den Bree, F.J. Rice, G.T. Harold, A. Thapar, Examining differences in psychological adjustment problems among children conceived by assisted reproductive technologies, in International Journal of Behavioral Development, vol. 33/5, pp. 385-392.

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