Quanti sono, in spazio, 73 milioni di pannelli fotovoltaici? C’è chi ha fatto il conto e sostiene si possano mettere in fila per tre volte intorno all’equatore: si tratta, all’ingrosso, di quelli installati nel nostro Paese che a breve saranno avviati a fine vita, cioè andranno smaltiti. In Italia sono attivi circa 900mila impianti con più o meno 100 milioni di pannelli: il ciclo di vita è vent’anni e l’età media dei moduli oggi è di 12-13. Si prepara, insomma, il cosiddetto revamping di larga parte di questi moduli spinto dalla transizione ecologica e dagli investimenti del Pnrr: un processo che sarà veloce perché da un lato i pannelli tendono a produrre meno energia quando invecchiano (-2% l’anno), dall’altro quelli di nuova generazione sono più piccoli ed efficienti (a parità di spazio, si produrrà circa il 30% di energia in più). Insomma, nei prossimi anni dovremo smaltire migliaia di tonnellate di rifiuti del vecchio fotovoltaico ed è questa la storia di cui parliamo: le linee guida per lo smaltimento dei pannelli, aggiornate dal Gestore dei servizi elettrici (Gse) il 26 maggio, sono in un punto quantomeno mal scritte e potrebbero lasciare mano libera a un mercato grigio o nero dello smaltimento che già da anni è, come vedremo, una delle principali preoccupazioni di magistratura e carabinieri del nucleo per la Tutela ambientale.

Andiamo con ordine. Le linee guida del Gse, aggiornate secondo i principi dettati dal decreto legislativo 118/2020, tracciano un quadro corretto per il presente e il futuro: chi impianta dovrà versare i suoi 10 o 12 euro, a seconda del pannello, a garanzia del corretto smaltimento o allo stesso Gse o ai Sistemi collettivi riconosciuti. L’inghippo riguarda gli impianti antecedenti al 2014, cioè la gran parte di quelli da cambiare, per cui invece esiste una disciplina speciale. L’Aggiornamento delle Istruzioni operative prevede infatti l’esonero, su richiesta del “soggetto responsabile”, dal versamento delle quote nei casi di “sostituzione totale dei moduli fotovoltaici installati e di avvenuto ritiro in garanzia degli stessi dall’azienda produttrice dei componenti”. In caso di revamping totale, cioè di totale sostituzione dei moduli, basterà “dimostrare il corretto smaltimento dei moduli sostituiti” o “nel caso di sostituzione in garanzia (…) fornire documentazione attestante l’avvenuto ritiro in garanzia dei componenti”. Niente versamento delle quote, dunque, ma una sorta di autocertificazione purché venga “dimostrato” – senza specificare come e senza far riferimento a nessuna norma – il corretto smaltimento dei moduli: ci si affida, in sostanza, alla buona fede degli attori coinvolti, in larghissima parte i grandi gruppi del solare.

Il Gse, interpellato dal Fatto, replica che i documenti richiesti per dimostrare il “corretto smaltimento” sono esplicitamente richiamati nelle nuove istruzioni e comunque che “l’applicazione o meno delle quote a garanzia è definita e regolamentata dal Dlgs 49/2014, che individua il perimetro di impianti fotovoltaici incentivati per i quali applicare le quote”: “Le recenti modifiche introdotte (Dlgs 118/2020) hanno previsto per tali impianti (soggetti al versamento delle quote a garanzia) la possibilità di esonero dal trattenimento attraverso l’esercizio dell’opzione”. In buona sostanza, il Gestore dice di essersi limitato a fare quel che ha deciso l’allora ministero dell’Ambiente.

Come che sia, questa “semplificazione” non è piaciuta in primo luogo alla filiera del riciclo, che peraltro sarebbe al centro dell’assai declamata “economia circolare”: dai moduli infatti, secondo il processo “ambientalmente compatibile” previsto dalla legge, si può recuperare pressoché il 100% e si tratta di materie prime e seconde anche di un certo pregio (vetro, acciaio, silicio, polimeri, persino argento). Il valore di questi materiali – che in larga parte importiamo – secondo Irena arriverà a 15 miliardi entro il 2050: servirà dunque a creare un’industria “verde” in Italia che aiuterà anche la manifattura tradizionale. Il timore di chi fa parte della filiera sana, adesso, è che queste linee guida finiscano per essere un assist alle aziende che fanno dumping sul prezzo dello smaltimento. I 10 euro di quota per i pannelli “professionali” lasciano pochissimo margine a chi smaltisce: si guadagna, in sostanza, con la vendita delle materie recuperate, sotto quel prezzo il riciclo difficilmente sarà dunque “ambientalmente compatibile” come prescrive la legge. Il ministero oggi della Transizione ecologica, pure chiamato in causa dalle imprese del settore, fa sapere che ascolterà tutte le posizioni e se c’è una falla nelle linee guida è disposto a intervenire. Il veicolo possibile esiste già: il decreto Semplificazioni oggi in Parlamento.

C’è chi sostiene che, dato per scontato il rispetto delle norme, il prezzo dello smaltimento per un periodo in cui non c’erano leggi specifiche va lasciato al mercato: ci sono almeno tre obiezioni possibili. La prima, più ovvia, è che il prezzo è già stato fissato per legge. Il fotovoltaico, in secondo luogo, è un mercato largamente sussidiato e questo vale anche per il passato: i cinque “Conto energia” hanno riversato sul solare 50-60 miliardi di euro. Per capirci: i 4,5 milioni di pannelli del più grande produttore italiano – Ef Solare (controllato da F2i: Cdp, fondazioni bancarie, Intesa, etc) – in dieci anni hanno avuto circa tre miliardi e mezzo; un impianto casalingo da 1 megawatt (12-14 pannelli) poco meno di 30mila euro. I 10 o 12 euro a pannello, insomma, pesano attorno all’1% dei fondi pubblici impiegati e sono pure detraibili.

La terza obiezione al laissez faire ce la spiega la cronaca. La lista dei sequestri milionari e delle inchieste sullo smaltimento illegale dei pannelli solari è impressionante: dalla Puglia al Veneto, dalla Sicilia all’Umbria fino alla Liguria, le modalità sono sempre le stesse. In sostanza una ditta regolare ritira i pannelli e fa finta di smaltirli secondo legge, rilasciando pure la relativa documentazione al produttore di energia (non necessariamente consapevole, spesso un grande gruppo imprenditoriale) che con quella provvede – se li ha versati – a richiedere indietro i soldi messi a garanzia del corretto smaltimento presso il Gse. I pannelli, però, non vengono smaltiti affatto: o finiscono in qualche magazzino/discarica o – dotati di nuove matricole – vengono rivenduti in mezzo mondo, dall’Africa all’Asia, per diventare presto rifiuti abbandonati nei campi o in mega discariche tipo quella di Accra, in Ghana. Ovviamente il guadagno va tanto all’organizzazione criminale che all’impresa che dismette il materiale a un costo inferiore (un euro o anche meno).

Intervistato dal Corriere della Sera, il capo del nucleo Tutela ambientale dei Carabinieri, generale Maurizio Ferla, ha spiegato che “qui non stiamo parlando di mafia, bensì di un sistema economico che diventa criminale quando cerca un sistema meno costoso di smaltimento”, “stiamo parlando di una imprenditoria strutturata, che si avvale di capaci consulenti tecnici, giuridici, e che in linea di principio ha contatti internazionali qualificati. Perché per mandare da 300 a 750 tonnellate di pannelli fotovoltaici in un altro continente, magari per farli finire in una discarica a cielo aperto in Burkina Faso, occorre avere contatti con le organizzazioni locali, con il potere locale; bisogna corrompere funzionari, doganieri…”.

Attenuare il principio della “responsabilità estesa” non pare una buona idea.

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Transizione green, e se per il decreto Semplificazioni l’ostacolo fosse l’ecologia?

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