Era il primo gennaio 2021 quando il 35enne Luca Ventre entrava nel cortile dell’Ambasciata italiana a Montevideo, capitale dell’Uruguay, scavalcando la cancellata della struttura, per chiedere aiuto. Invece di ricevere la protezione richiesta, però, il connazionale italiano aveva trovato la morte, dopo il fermo di un poliziotto uruguaiano, per ‘sindrome asfittica acuta‘.
Vittima di quello che, come sottolineato dall’ex senatore Pd e presidente di ‘A buon diritto onlus’, Luigi Manconi, può essere ribattezzato ‘codice George Floyd‘: “Richiama le stesse metodiche del caso dell’afroamericano ucciso dalla polizia”, ha spiegato nel corso di una conferenza alla Camera dei deputati, organizzata per riportare l’attenzione mediatica e politica sul caso.
Se la magistratura locale aveva archiviato il caso, “escludendo responsabilità in capo al poliziotto uruguayano che è stato poi l’esecutore materiale dell’omicidio”, ha ricordato Manconi, è stato grazie ai video dall’interno del perimento dell’ambasciata che è stato possibile ricostruire la dinamica del fermo e la stretta al collo da parte dell’agente. “Le indagini guidate dal sostituto procuratore di Roma Sergio Colaiocco, accurate e dettagliate, hanno portato ad acquisire dati essenziali fino a quel momento trascurati, portando all’iscrizione nel registro degli indagati per omicidio preterintenzionale dell’esponente delle forze dell’ordine uruguayane”.
Un passaggio al quale è poi seguita, in questi giorni, anche la richiesta da parte della ministra della Giustizia, Marta Cartabia, alla procura di Roma, di perseguire penalmente l’agente. “Per quanto ci siano molte differenze, lo schema giudiziario del caso Ventre ricorda quello di Giulio Regeni“, ha aggiunto Manconi, rievocando il caso del ricercatore italiano ucciso in Egitto nel 2016, di fronte alla necessità per il governo italiano di attivarsi affinché la magistratura dell’Uruguay e il suo governo collaborino e il caso non venga invece insabbiato.
Ma se da largo Arenula è stata firmata la richiesta di procedimento penale, è stato invece il fratello di Luca, Fabrizio Ventre, ad attaccare a Farnesina:
“È assurdo che a una famiglia vengano lasciati tutti gli oneri della ricerca della verità e della giustizia della morte di un suo membro. Pensavamo che l’Italia ci avrebbe aiutato, ma non è stato così”, ha spiegato nel corso della conferenza a Montecitorio. Anzi, “la Farnesina ci ha anche nascosto la verità, ci siamo sentiti traditi“. Il motivo? “Se la mia famiglia non avesse avuto le energie e le disponibilità economiche per perseguire la ricerca della verità, ora non avrebbe nulla, sarebbe rimasta la tesi di “una persona morta per un malore”, ha spiegato il fratello. Questo perché “il ministero degli Affari esteri ha sostenuto la tesi del malore, nonostante avesse tutto il materiale necessario per capire che si era trattato di un omicidio, fino a quando non si sono resi conto che noi avremmo avuto accesso ai video che mostrano le modalità della morte di Luca”, ha aggiunto.
“Va approfondito tutto il tema di come si gestisce la sicurezza all’interno delle nostre ambasciate. Oggi la magistratura da sola in un contesto internazionale non può andare molto lontano. Noi chiediamo che il governo italiano si impegni affinché l’agente responsabile della morte di Luca Ventre subisca un giusto processo e, se dimostrata la sua colpevolezza, paghi per questa morte”, ha spiegato pure il deputato Leu, Erasmo Palazzotto. Dello stesso avviso anche Lia Quartapelle, deputata e responsabile Esteri Pd: “Il primo dovere di uno Stato è garantire l’incolumità fisica dei propri cittadini. Qualora non venga garantita, soprattutto all’estero come purtroppo nel caso di Luca Ventre, il dovere dello Stato è di fare tutto il possibile per avere giustizia, perché chi ha commesso un reato effettivamente paghi”.
Ma non solo. Perché da Palazzotto la richiesta è anche quella di “lavorare per mettere al bando in tutto il mondo la tecnica di fermo che ha ucciso Luca Ventre e anche George Floyd, che è prevista anche nei programmi di addestramento anche delle nostre forze dell’ordine”. “Dall’Italia ora ci aspettiamo giustizia, di poter celebrare un processo in Italia. Abbiamo le riprese dalle telecamere, non ci sono dubbi su come e perché sia morto. Non ci siano i soliti impedimenti diplomatici o burocratici visti in altri casi. Luca non sia sacrificato in nome di altri interessi”, ha concluso il fratello.

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