Il risultato era più che scontato. La partecipazione un po’ meno. Il Pd romano riesce a salvare la faccia, come previsto vince Roberto Gualtieri, ma le 48mila persone che si sono recate a votare alle primarie romane scacciano i fantasmi del flop totale. Sono poco più di 5mila rispetto al 2016. Meno della metà rispetto ai 100mila del 2013. Ma tanto basta per fare festa, cavalcando anche l’entusiasmo intorno alla nazionale che ha appena sconfitto il Galles: “Siamo una squadra unita, come l’Italia di Roberto Mancini”. Sono le dieci e mezza, quando il neo candidato sindaco di Roma del centrosinistra Gualtieri arriva al centro di raccolta dati, allestito in via dei Cerchi. Dal Circo Massimo, che si trova di fronte, arriva il suono dell’orchestra dei musicisti dell’Opera. Il viavai per le scale che portano all’interno dell’edificio incuriosisce i passanti: “Ma che c’è una festa? Si può entrare?”, chiede una coppia di fidanzati. “No, sono le primarie del Pd, ha vinto Gualtieri”. “Ah. Vabbè”.

I seggi del centrosinistra sono chiusi dalle 21. Ma già un’ora dopo il quadro è chiaro. Per questo l’ex ministro dell’Economia, nonostante le sezioni scrutinate siano solo 40 su 187, non perde tempo. E parla, seppur timidamente, vincitore: “È andata come speravamo, è stata una bellissima giornata di partecipazione e democrazia”, dice Gualtieri, primo grazie a 28561 preferenze (il 60,6% dei voti). “Sono onorato per la fiducia che mi è stata accordata. Da domani tutti uniti, si lavora per rilanciare Roma. Molti parlavano di flop delle primarie, invece non c’è stato, la partecipazione sembra superiore a quella del 2016, un segnale di grande voglia di cambiare la città”.

Insomma, si tira un sospiro di sollievo. La strada per le elezioni amministrative, però, è ancora lunga. Più della sindaca Virginia Raggi, “il nemico da battere è Enrico Michetti“, il candidato di centro destra, spiega l’entourage di Gualtieri che, almeno fino a quando le correnti Pd non inizieranno a farsi sentire per le candidature, può contare sul sostegno di quasi tutti i “big” romani. Da Dario Franceschini a Nicola Zingaretti. Gli ostacoli, però, sono dietro l’angolo. C’è il fuoco amico di Carlo Calenda, l’eurodeputato sostenuto dai “renziani” romani, che si annidano anche nel Pd. La sua candidatura rischia di far ripetere uno schema che a destra conoscono bene. Nel 2016, infatti, Forza Italia sostenne Alfio Marchini, che prese l’11%, e non Giorgia Meloni (20,66%), aprendo in questo modo le porte del ballottaggio con Virginia Raggi a Roberto Giachetti, che al primo turno prese circa il 25%. “Calenda rosicchierà voti alla Raggi, non a noi”, confidano gli uomini di Gualtieri. Ma la valutazione è tutta da dimostrare.

Giovanni Caudo si è classificato al secondo posto con il 15,7% delle preferenze (7388 voti ). L’ex assessore all’urbanistica dell’era Marino, intervistato da ilfattoquotidiano.it prima dei risultati definitivi, mette subito le cose in chiaro: “Siamo molto soddisfatti. La nostra proposta politica era alternativa a quella di Gualtieri. Ora può anche darsi che faremo una lista autonoma. Vediamo. Ma sempre nel centrosinistra. Non possiamo far vincere la destra frammentandoci ulteriormente”.

Caudo tre anni fa aveva vinto le primarie del terzo municipio da outsider, sconfiggendo il candidato indicato dal Pd. Poi, aveva trionfato alle elezioni amministrative, grazie anche a una coalizione di centrosinistra allargata alle esperienze sociali del territorio. “Se non si sta attenti si rischia di non andare al ballottaggio e di mandarci la Raggi al posto nostro. Calenda continua a drenare voti. Di questo 18% di gente che è venuta a votare noi – analizza Caudo – molti non votano sicuramente Gualtieri. Non è che posso prendere questi voti e dire: adesso li diamo a Gualtieri. Non è così – aggiunge Caudo – il nostro è un voto d’opinione che si è manifestato contro la scelta di Gualtieri. Ora bisogna convincere le persone, deve succedere qualcosa politicamente. Non mi interessa andare in giunta o altro. Non ce ne frega niente. Però bisogna fare un ragionamento serio. La nostra proposta politica non può essere ignorata dal Pd e da Gualtieri. Voglio far parte del centrosinistra ma voglio pesare”, conclude Caudo, mentre nel cuore della notte, intorno alle 4 meno dieci, arrivano i risultati definitivi.

Al terzo posto c’è il consigliere regionale Paolo Ciani con il 7,16% (3372 voti) . Ciani, segretario di Demos, è espressione dell’associazionismo cattolico che ruota intorno alla comunità di Sant’Egidio, un’istituzione a Roma, con cui è necessario confrontarsi. Poi c’è il 6,18% di Imma Battaglia (2987 voti), ex presidente del Circolo di cultura omosessuale “Mario Mieli”, che già nel 2013 era stata eletta in Campidoglio nelle file di Sel. Questa volta Battaglia è sostenuta da Liberare Roma, “movimento civico ed ecologista” riconducibile all’europarlamentare Massimiliano Smeriglio, anche lui ex Sel. Mentre Tobia Zevi deve accontentarsi del 3,53% e Cristina Grancio (ex M5S e attuale Psi) dell’1%, Stefano Fassina proverà a far pesare il suo 5,57% (2625 voti). Il deputato di Liberi e Uguali, che alle scorse elezioni amministrative ottenne il 4,47% da candidato sindaco, su Twitter si è subito complimentato con i primi due arrivati: “Ora, tutte e tutti insieme per le elezioni generali a Ottobre!”. Non tutti i suoi follower però sono pronti a seguirlo: “Niente di meglio di Gualtieri per un rivoluzionario ottobre rosso..”.

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