Si è conclusa l’inchiesta della Procura di Brescia sul sito inquinato dell’azienda Caffaro, una bomba innescata da quasi vent’anni a meno di un chilometro dal centro della città. I pubblici ministeri hanno eseguito un decreto di sequestro preventivo a carico degli amministratori della Caffaro Brescia Srl, la società subentrata dopo la messa in liquidazione decisa da Snia nel 2009 e contemporaneamente hanno emesso gli avvisi di conclusione delle indagini preliminari relative all’inquinamento ambientale che ha interessato il sito industriale.

Il gip Alessandra Sabatucci ha accolto la richiesta disponendo il sequestro di oltre 7 milioni di euro dai conti degli attuali vertici di Caffaro Brescia, che sono indagati per disastro ambientale. La cifra equivale alla spesa di 7 milioni e 762mila euro che la proprietà avrebbe dovuto sostenere per attuare interventi di adeguamento degli impianti. “Il sequestro è stato eseguito in via diretta, nonché per equivalente, in particolare acquisendo le quote di partecipazione societaria nella diretta disponibilità degli indagati”, spiega una nota diffusa dal Comando provinciale della Guardia di Finanza che ha indagato assieme ai carabinieri del Gruppo Forestale di Brescia.

Lo scorso febbraio una parte dello stabilimento era stato sequestrato perché, secondo gli inquirenti, continua ad essere una fonte di rischio per la falda acquifera. In quell’occasione era stato nominato un custode giudiziario per garantire il mantenimento attivo della barriera idraulica che limita il passaggio dei veleni nella falda. È questo il punto dolente per quanto riguarda le ricadute sull’ambiente delle attività trascorse della Caffaro, i cui effetti continuano a manifestarsi, con livelli superiori a quelli “storici”. Inoltre, il gip aveva disposto la misura interdittiva del divieto di esercitare uffici direttivi di persone giuridiche ed imprese nei confronti di Donato Antonio Todisco, presidente del consiglio di amministrazione e attuale co-amministratore di fatto della Caffaro Brescia s.r.l., di Alessandro Quadrelli, rappresentante legale dell’impresa, e di Alessandro Francesconi, consigliere delegato alle tematiche ambientali nonché direttore dello stabilimento.

Le indagini sono nate a seguito di due segnalazioni dell’Arpa di Brescia del giugno e del settembre 2019 con cui cui l’Agenzia per l’ambiente rilevava un innalzamento dei valori di cromo-esavalente e di mercurio nella falda acquifera sottostante la Caffaro. A questi valori si è aggiunta un’eccedenza di “clorato”, una sostanza che mai era stata riscontrata fuori norma nella falda.

Adesso il sostituto procuratore Donato Greco e il procuratore aggiunto Silvio Bonfigli hanno fatto pervenire l’avviso di chiusura dell’inchiesta a otto indagati, le cui posizioni sono diverse. Todisco, Quadrelli e Francesconi sono coinvolti, assieme a Vitantonio Balacco (direttore dello stabilimento), in quanto responsabili, a vario titolo, della società Caffaro Brescia s.r.l. che acquisì nel 2011 gli impianti per una somma di 250mila euro, con l’impegno di bonificare lo stabilimento. Roberto Moreni è, invece, il commissario straordinario del Sin Brescia-Caffaro, insediatosi nel 2015. All’elenco si è aggiunta Daria Rossi, dirigente dell’Ufficio Ambiente del Comune di Brescia. Ma ci sono anche alcuni professionisti che si occuparono della procedura fallimentare: il commissario liquidatore Marco Cappelletto, Alfiero Marinelli (direttore di stabilimento nominato procuratore di Cappelletto), Fabrizio Pea e Paolo Bettetto liquidatori volontari delle società Caffaro s.r.l. e Caffaro Chimica s.r.l.

I Verdi di Brescia e la co-portavoce Elena Grandi hanno commentato: “Con le contestazioni di disastro ambientale si è scritto l’ennesimo amaro capitolo intorno al sequestro Caffaro, una vicenda che certifica il fallimento delle istituzioni locali che non sono state in grado di agire su una gravissima emergenza sanitaria e ambientale. Abbiamo sempre rivendicato che dalle parole si passasse ai fatti, con provvedimenti tempestivi a tutela della salute dei cittadini bresciani. Dopo 19 anni è arrivato il momento di avviare un’operazione di bonifica e di far trovare applicazione al principio secondo cui ‘chi inquina paga’”.

Il liquidatore Cappelletto precisa: “Lo stabilimento di Brescia è stato venduto dalla procedura fallimentare nel marzo 2011 a Caffaro Brescia e da allora nulla si conosce delle vicende del sito industriale. Nel 2015 è stato nominato un commissario straordinario all’ambiente. Inoltre, da anni la procedura fallimentare non ha alcun rapporto, né giuridico, né di fatto, con il sito industriale di Brescia, considerando che essa non era tenuta ad alcun obbligo di ripristino in materia di bonifiche”.

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