Il bastone e la carota, le esecuzioni sommarie dopo il solito vento del perdono ad accompagnare il periodo delle festività islamiche. Il regime egiziano riprende il suo cammino verso l’eliminazione di qualsiasi traccia di opposizione. Chiude in cella, e butta la chiave, i prigionieri politici e di coscienza e manda a morte tutti i membri e i simpatizzanti della Fratellanza Musulmana, il gruppo politico radicale considerato il nemico pubblico numero uno. Incurante degli appelli e delle condanne da parte di un cartello di organizzazioni in lotta per il riconoscimento dei diritti umani e civili, il Cairo si prepara a mandare al patibolo altri 12 condannati a morte per i fatti di Raba’a al-Adawyya, Nasr City, ad est del Cairo, nell’agosto 2013.

Il boia torna in azione per queste esecuzioni dopo la sentenza emessa nel 2018: “Condanniamo il verdetto della Corte di Cassazione il 14 giugno per quanto accaduto a piazza Raba’a e sollecitiamo un’immediata moratoria sulla pena capitale in Egitto – si legge nel documento pubblicato e firmato ieri sera da nove organizzazioni egiziane (Cairo institute for Human rights studies, Association for Freedom of Thought and Expression, Arabic Network for Human Rights Information, Belady Center Rights and Freedoms, Committee for Justice, El Nadeem Centre for Torture Victims, Egyptian Initiative for Personal Rights, Egyptian Front for Human Rights, The Freedom Initiative) – Ad aprile sono state giustiziate altre nove persone e pene capitali sono state rese esecutive tutti i mesi di questo 2021 dopo l’orrore dell’autunno scorso, con 53 morti a ottobre. Sul processo di massa per Raba’a le sentenze vanno riesaminate, ci sono verdetti da riscrivere, va fatta un’investigazione seria e credibile. Oltre al sangue di un migliaio di persone, ci sono le pene per oltre 700 detenuti sopravvissuti al massacro. Senza garanzie di giusto processo la Corte di Cassazione ha emesso sentenze sulla base di udienze-farsa in sede di Corte Penale”.

Il ritmo tenuto dal governo del presidente Abdel Fattah al-Sisi nei primi sei mesi scarsi del 2021 è preoccupante. Si pensava che con l’escalation di impiccagioni registrata tra ottobre e novembre scorsi, con ben 57 esecuzioni, il peggio fosse alle spalle. In realtà la prima parte dell’anno in corso ha visto già più di 30 condanne a morte applicate a cui vanno aggiunte le 12 fresche di firma sul decreto promulgato dall’Alta Corte egiziana. Fin qui le condanne eseguite, ma il dato forse più preoccupante in Egitto sono le sentenze capitali emesse. Secondo un report pubblicato dalla ong Eipr, la stessa dove Patrick Zaki ha lavorato a lungo prima di trasferirsi in Italia nell’agosto del 2019 per studiare all’Università di Bologna, sono 70 le sentenze di condanna a morte emesse dalla Corte Penale in attesa di promulga della Cassazione tra marzo e maggio scorsi: 22 a marzo, 24 ad aprile e 24 a maggio.

Complessivamente, nel 2021 le condanne a morte portate a termine in Egitto sono state 107 (quelle ufficiali, Amnesty International e altre organizzazioni a difesa dei diritti umani parlano di numeri anche maggiori). Il Paese nordafricano si è piazzato al terzo posto nella poco onorevole classifica mondiale dietro Cina e Iran. Tra le sentenze e le esecuzioni imminenti era prevista pure quella di Essam al-Arian, morto in cella nel carcere di Tora il 13 agosto del 2020. Lo storico leader dei Fratelli Musulmani e braccio destro dell’ex presidente Mohamed Morsi, anche lui morto durante un’udienza il 17 giugno di due anni fa.

Tornando alla storia recente e all’episodio che ha scatenato l’ondata repressiva da parte del regime egiziano, ci si accorge di un’anomalia. I fatti di piazza Raba’a risalgono al 14 agosto 2013. Quel giorno una manifestazione di protesta della Fratellanza contro il governo-golpista di al-Sisi, insediatosi da poche settimane, si risolse in un bagno di sangue. Il numero esatto delle vittime non è stato mai chiarito, secondo Human Rights Watch sono 817. A queste si devono aggiungere le centinaia di arresti e di processi avviati, adesso sfociati in ergastoli e pene capitali. Quell’evento tragico è alla base del più grande caso processuale della storia egiziana e ha coinvolto oltre 700 indagati, molti dei quali sono già stati impiccati, mentre per altri sono scattati ergastoli, detenzioni e libertà vigilata. Nella lista dei 12 che presto saranno sottoposti alla pena capitale spiccano quattro nomi: due fratelli, Mohamed e Mustafa el-Farmawi, Ahmed Farouk Kamel e Haitham el-Arabi. Su di loro ci sarebbe un’anomalia evidenziata sempre dall’Eipr: “I quattro non sono stati arrestati per i fatti di Raba’a dell’agosto del 2013 – spiega un funzionario della ong cairota-, ma per un episodio non cruento avvenuto esattamente un mese prima, il 15 luglio del 2013. Nonostante tutto, i quattro fanno parte della lista delle condanne a morte per i fatti di Raba’a”.

La storia dei fratelli al-Farmawi è esemplare: “Il giorno del loro arresto stavano salvando una persona e alla fine c’è stato un grande equivoco – confida un giornalista del sito We Record attivo dalla Turchia e vicino alla Fratellanza – Mohamed al-Farmawi inoltre è stata una vittima degli scontri durante i giorni della rivoluzione di piazza Tahrir, nel gennaio 2011, quando è stato gravemente ferito dalla polizia. I due condannati a morte sono figli del professor Abdel Hay al-Farmawi, capodipartimento di scienze coraniche dell’università di al-Azhar”.

Eipr continua a restare nel mirino del regime egiziano dopo l’ondata di arresti alla fine del 2020 e l’azzeramento dei vertici istituzionali. La notizia recente riguarda l’attuale presidente e direttore esecutivo, Hossam Bahgat, giornalista, da sempre in prima linea a tutela dei diritti della persona che dopo gli arresti dei dirigenti ha assunto la carica dirigenziale. Bahgat era stato convocato nell’ufficio del pubblico ministero del tribunale del Cairo per una nuova indagine penale. Alla vigilia della convocazione, tutte le accuse nei suoi confronti sono decadute ed è stato lo stesso Bahgat ad annunciarlo. I fatti risalivano al dicembre 2020 ed erano legati ad un tweet in cui Bahgat criticava la commissione elettorale egiziana, in particolare il presidente ad interim. Si tratta del terzo caso aperto nei suoi confronti. In precedenza, nel 2016, era stato aperto un fascicolo per un’accusa basata su un presunto reato militare. C’è poi l’inchiesta del 2011 su presunti fondi ricevuti dall’Eipr da finanziamenti esteri. Entrambi i casi sono ancora aperti e adesso se ne aggiunge un terzo. Ricordiamo che Hossam Bahgat è stato sottoposto a divieto di viaggio al di fuori del suo Paese e i suoi beni sono stati congelati.

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