Secondo Luca Di Bartolomei il triplice omicidio accaduto ieri ad Ardea, piccolo centro sul litorale a sud di Roma, non deve essere “inquadrato come un singolo episodio“, ma come un problema di natura sociale. Il figlio dello storico capitano della Roma, Agostino Di Bartolomei, suicidatosi nel 1994 con un colpo di pistola, è impegnato ormai da anni in una campagna proprio per contrastare il possesso indiscriminato di armi con tutte le sue conseguenze. Intervistato dall’Ansa proprio su quanto accaduto nella provincia romana, Di Bartolomei si è chiesto quante altre Ardea si rischiano “in un Paese con 10 milioni di pistole e una crisi sociale già grave da anni e acuita dalla pandemia. Questa – confessa – è la rappresentazione di tutti i miei incubi dopo aver perso Agostino (come chiama suo padre, ndr): l’idea che il papà di amichetti dei miei figli possa prendere una pistola e sparargli”. Sulla questione Di Bartolomei ha anche scritto un libro, dal titolo “Dritto al cuore“, che cerca di mettere a fuoco la degenerazione del possesso di armi in Italia e nel mondo.

Il punto, secondo lui, è incrociare i database sui detentori delle armi in mano alle singole questure, con quelli dei soggetti in cura per disturbi mentali, come nel caso dello sparatore di Ardea. Quella, precisa, “è una vicenda allucinante comunque la si guardi: una persona con enormi problemi psichici non è stata probabilmente curata come doveva anche a causa della pandemia. In più, in casa aveva una pistola (dalla morte a novembre del padre, guardia giurata in pensione) e mi sembrerebbe incredibile se nonostante le segnalazioni le forze dell’ordine non fossero andate a controllare o non avessero trovato la pistola in mansarda”.

Dal 2006 a oggi “le maglie per la concessione del porto d’armi si sono allargate molto”, osserva, “man mano che cresceva la paranoia della sicurezza e dell’invasione straniera in un Paese in cui i numeri dei crimini sono invece crollati”. E questi allentamenti sono avvenuti nel momento in cui è stato trovato l’escamotage di richiedere l’autorizzazione per il tiro sportivo. “Il risultato è che nel solo periodo 2015-2018 sono state concesse 400 mila autorizzazioni a fronte di appena 150 iscrizioni alle federazione di tiro. Nella sola Roma – spiega – ci sono 256 mila possessori di armi da fuoco, circa uno ogni 10 abitanti”.

“Non siamo più l’Italia di 40 anni fa, quando c’erano 4 milioni di cacciatori“, prosegue Di Bartolomei. “Oggi non caccia quasi più nessuno. E al poligono non va neppure un terzo degli iscritti”. Insomma, “bisogna al più presto integrare i Centri elaborazione dati (Ced) e restringere i requisiti per detenere un’arma. Considerando il triplicarsi del consumo di psicofarmaci e la prossima fine del blocco dei licenziamenti, la situazione è incredibilmente pericolosa. Lo si vede dalla realtà spaventosa delle donne che vengono ammazzate continuamente, ancora ieri un’altra a Ventimiglia, con una pistola”, chiosa.

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