“Limitare i mandati in parlamento è garanzia democratica per evitare che gli eletti diventino casta”. No, non sono parole di un ortodosso del Movimento 5 stelle. La riflessione appartiene a Julia Cagé, docente al Dipartimento di Economia a Scienze politiche (Sciences Po) a Parigi e ospite a Trento del Festival dell’Economia insieme al marito e collega Thomas Piketty. Ci diamo appuntamento di fronte al palazzo della Provincia, dove è attesa per un incontro sulla qualità dell’informazione nelle democrazie occidentali. “Non una testa, un voto. Ma un cittadino informato, un voto”, ci tiene subito a chiarire, e così inizia a illustrare la proposta di istituire dei media vouchers. “I fondi pubblici all’informazione sono importanti, ma la loro gestione va affidata ai cittadini, distribuendo le risorse in forma di voucher così che ognuno decida liberamente quale informazione finanziare”, spiega l’economista francese. “Un modo per garantire l’indipendenza dei giornalisti liberandoli dall’influenza di un’editoria ormai troppo legata ai poteri economici”.

Ma le proposte non finiscono qui. Anzi, il suo ultimo libro, ‘Il prezzo della democrazia. Soldi, potere e rappresentanza‘ (Baldini+Castoldi, 2020), ne è pieno. Tra le altre, Cagé sostiene l’esigenza di riservare per legge il 50 per cento dei seggi in parlamento a operai e impiegati, “categorie non rappresentate nel processo legislativo, i cui interessi non possono tener testa a quelli delle oligarchie economiche”. Non si tratta di una proposta del tutto inedita, e questo, se possibile, la rende ancora più ambiziosa. È davvero attuabile? “Pensiamo a ciò che si fa per aumentare la presenza delle donne nelle istituzioni. In diversi paesi e con diverse formule si è deciso di agire volontariamente sulle regole, istituendo ad esempio delle quote obbligatorie. Allo stesso modo, se vogliamo corpi parlamentari davvero rappresentativi della società e in grado di esprimere le sue istanze, sarà necessario farlo con una legge”.

Che l’opinione pubblica europea sia sensibile alla questione è un fatto. Esperimenti recenti come quello di Podemos in Spagna e la stessa avventura del Movimento fondato da Beppe Grillo sono solo alcuni esempi di una proposta politica che deve parte della sua fortuna alla candidatura di “normali cittadini”. Storie che l’economista francese conosce bene. Tanto da anticipare un’obiezione d’obbligo e quanto mai attuale. “Non siamo i primi a porci il problema dei colletti blu che una volta eletti diventano colletti bianchi o addirittura sostenitori di interessi che promettevano di combattere”, spiega Cagé, ricordando come la questione impegna sociologi e politologi fin dall’inizio del secolo scorso. “In Germania, ad esempio, nell’analizzare la formazione Socialdemocratica gli studiosi del tempo evidenziarono la tendenza dei neoeletti a conformarsi ai comportamenti dei colletti bianchi, nutrendo quella che era diventata un’altra oligarchia”.

Insomma, la strada è impervia e la posta elevata. “Ma concretamente come si fa a impedire che gli eletti si trasformino in altrettanti professionisti della politica?”, domandiamo. “Il problema è che i politici tendono a rimanere in carica per troppi mandati”, risponde, entrando di fatto nel vivo del dibattito politico italiano e in particolare a quello interno al Movimento 5 stelle, alle prese con il rilancio guidato da Giuseppe Conte. “Il numero dei mandati va limitato. Uno è troppo poco? Bene, ma non più di due”. Eccola là, la regola dei due mandati. Ce n’è una anche nello statuto del Partito democratico, al quale si è poi derogato innumerevoli volte. Più nota è quella dei cinquestelle. Principio fondante del Movimento che oggi tormenta il sonno di molti parlamentari, soprattutto quelli al secondo mandato, al punto che la regola è in discussione e Conte dovrà trovare una soluzione. Non è il caso di trascinare l’intervistata nel confronto interno a un partito, del quale peraltro è già al corrente. E non si dice stupita di un’eventuale marcia indietro dei cinquestelle sul limite dei due mandati: “Non possiamo illuderci che siano le formazioni politiche a darsi certe regole, né che le mantengano contro i loro interessi”. E aggiunge: “La storia dei partiti europei lo dimostra: lasciando a loro di autodeterminarsi, le buone intenzioni svaniscono e il numero dei lavoratori eletti nei parlamenti diminuisce inesorabilmente”. E dunque: “Il limite dei due mandati va imposto ai partiti per legge. Sono questioni che necessitano della pressione dell’opinione pubblica, come quella del finanziamento ai partiti”.

“Non le sembra di essere troppo ottimista?”, chiediamo. Sbuffa, e quasi si spazientisce. Poi ribatte: “Non si tratta di essere ottimisti, ma di lottare. In Francia non abbiamo uno strumento come la legge di iniziativa popolare in Italia. Un iter esiste, ma i passaggi sono infiniti e ci vogliono quattro milioni di firme, un incubo. Eppure il milione e mezzo di firme contro la privatizzazione dell’aeroporto di Parigi ha creato una tale pressione sulla politica che il presidente francese, di sua iniziativa, ha deciso di bloccare la privatizzazione”. Niente da fare, insomma, la professoressa Cagé non è tipa da darsi per vinta. E del resto non è poco né scontato ricordare che a innescare un cambiamento, ben prima delle possibili soluzioni proposte da un’economista, è la volontà di immaginarlo quel cambiamento. “La aspettiamo per la raccolta di firme”, scherziamo prima di salutarci. Sorride: “Ci sarò”

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