“Non venite” questo il messaggio che la vicepresidentessa degli Usa, Kamala Harris, ha lanciato durante il suo primo viaggio ufficiale all’estero. Harris, lunedì scorso, dalla capitale del Guatemala ha utilizzato parole lapidarie per coloro che pensano di mettersi in viaggio dall’America Centrale verso gli Stati Uniti d’America senza avere la documentazione in regola.

In un viaggio che la vede con il difficile compito di risolvere la prima crisi di frontiera dell’amministrazione Biden, Kamala Harris ha usato “bastone e carota”. Dal un lato è stata inamovibile sul fatto che non ci saranno deroghe, non ci saranno ripensamenti: per ora le frontiere rimarranno chiuse e nessun migrante in situazione migratoria irregolare verrà ammesso negli Usa. Dall’altro ha garantito che gli Stati Uniti d’America si impegneranno a investire ancora di più in quei territori che generano migrazione, con lo scopo di creare opportunità di sviluppo comunitario e lavoro dignitoso, sicurezza, accesso allo studio e alla salute.

La missione di Harris va riconosciuto non è certo facile. Le passate amministrazioni hanno fallito miseramente nel frenare i flussi di migranti centroamericani che dopo aver attraversato il Messico si accalcano sulla frontiera sud del paese a stelle e strisce. Dopo 4 anni di presidenza Trump e di misure coercitive per fermare la migrazione ci si aspettava una strategia diversa ed effettivamente l’amministrazione Biden sembra voler “scommettere” su delle soluzioni di lungo termine. Va ricordato infatti che la proposta di Joe Biden con rispetto alla riforma della politica migratoria statunitense include proprio 4 miliardi di dollari da investire in Centroamerica.

Nella geopolitica Usa del “problema migratorio” entrano da un lato il Messico, vicino del sud con il quale condivide una lunga frontiera pesantemente vigilata dal U.S. Border Patrol e rinforzata da 1123 km di muro, e dall’altro il cosiddetto “triangolo nord”: definizione statunitense che raggruppa i tre paesi del centroamerica addossati alla frontiera sud del Messico, ovvero El Salvador, Honduras e Guatemala. Kamala Harris però in questo primo viaggio si è limitata ad una visita in Guatemala e posteriormente in Messico, giacché i recenti sviluppi politici del Salvador e dell’Honduras hanno fatto entrare queste due amministrazioni nella black list della presidenza Biden.

La svolta autoritaria nel Salvador del presidente “millennial” Nayib Bukel, che a due anni dalla sua elezione si è impadronito dei tre poteri dello Stato con la polemica destituzione dei magistrati principali e supplenti della Corte suprema di giustizia e del procuratore generale, ha aperto una breccia diplomatica notevole e la stessa Harris ha pesantemente criticato quanto accaduto.

D’altro canto in Honduras le cose non vanno meglio se consideriamo che il presidente Juan Orlando Hernandez è stato accusato recentemente, dalla giustizia statunitense, di aver partecipato in un’operazione di un cartello della droga per agevolare il traffico di ingenti quantità di cocaina negli Usa.

Tolti dunque El Salvador e Honduras, rimangono come controparte il Messico e il “piccolo” Guatemala, paese quest’ultimo nel quale Kamala Harris è arrivata con le mani piene di doni, tra cui anche 500mila vaccini per il Covid-19. Nell’agenda bilaterale, chiaramente asimmetrica tra Usa e Guatemala, sono stati inseriti però anche altri punti cruciali, attraverso il compimento dei quali il paese centroamericano dovrà dimostrare la “buona fede” rispetto all’accordo. Infatti gli Stati Uniti D’America da un lato promuoveranno la creazione di uno schema anticorruzione per impedire la dispersione delle risorse investite massimizzando l’impatto e dall’altro si aspettano, nel breve termine, un importante aiuto nel “contenimento migratorio” di coloro che decideranno comunque di mettersi in viaggio.

La missione di Kamala Harris avviene in un momento di grande confusione migratoria e di estrema vulnerabilità per le persone che si mettono in viaggio. La militarizzazione dei passaggi di frontiera, come quello di Tapachula sul fiume Suchiate spingono i migranti a cercare altre vie, spesso molto pericolose, per superare il confine. A questo si aggiunge il flusso ingente di minori che negli ultimi mesi hanno viaggiato soli verso gli Usa per ricongiungersi con i familiari e l’utilizzo da parte degli Stati Uniti d’America del polemico titolo 42 per espellere immediatamente i migranti “sgraditi”: si tratta dello statuto del Codice degli Usa che si occupa di benestare e salute pubblica.

Il titolo 42 è un escamotage figlio dell’amministrazione Trump che, con il pretesto dell’emergenza globale dovuta al Covid-19, lo utilizzò per espellere rapidamente le persone indesiderate: espulsioni non relative a disposizioni di legge sull’immigrazione ma “solo” strettamente legate alla salute pubblica. Il titolo 42 è ancora in vigore e sotto l’amministrazione Biden (che va sottolineato fu vicepresidente di Barack Obama, ricordato come il più grande deportatore della storia Usa) sono migliaia le persone che sono state espulse in Messico attraverso questo meccanismo.

Insomma, sono molti i temi che Kamala Harris ha dovuto toccare a tu per tu, in privato, con Gianmattei (Guatemala) e Lopez Obrador (Messico) ma all’opinione pubblica ha di certo dato un messaggio forte e chiaro: niente più American Dream per gli abitanti del Centroamerica.

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