Doveva essere “uno stadio fatto bene”. Si è trasformata in una tarantella senza fine, che si conclude nel più scontato dei modi: a colpi di posta certificata. Il progetto dello stadio della Roma a Tor Di Valle è ormai avviato al tramonto, dopo la rinuncia della società giallorossa. Ma Eurnova, la società che avrebbe dovuto costruire l’impianto e che da tempo ha raggiunto l’accordo con un altro costruttore, non si arrende. E a una settimana dalla decisione della sindaca Virginia Raggi e dei suoi assessori di revocare l’interesse pubblico per l’opera, ha scritto una dura lettera al Campidoglio, definendo “aberrante”, la decisione della giunta, che vanificherebbe investimenti per milioni euro. Per Eurnova lo stadio va fatto comunque. Anche se non dovesse giocarci nessuno. Al centro delle rivendicazioni di Eurnova, c’è l’interesse pubblico sull’opera, che era stato votato dall’assemblea capitolina nel dicembre del 2014 quando il sindaco era Ignazio Marino, e confermato successivamente il 14 giugno del 2017. “La delibera che si intende revocare – scrive Eurnova, facendo riferimento all’imminente votazione prevista in assemblea capitolina – ha avuto ad oggetto la dichiarazione del pubblico interesse alla realizzazione di un nuovo stadio; ma l’interesse considerato era quello della città di Roma e non della A.S. Roma”. Per questo, secondo Eurnova l’iter non può essere fermato, “poiché emesso al di fuori di qualsivoglia schema normativo vigente”.

Secondo i costruttori la rinuncia della società giallorossa ad avvalersi dell’impianto, non sarebbe sufficiente a giustificare il blocco dell’iter burocratico. “L’impianto normativo vigente – si legge nella lettera – non prevede affatto, invero, che l’intesa con una società sportiva che assuma il ruolo di utilizzatore dell’impianto costituisca un elemento necessario per il prosieguo e la conclusione del procedimento avviato per la realizzazione di un impianto sportivo già dichiarato di interesse pubblico”. In sostanza, l’opera deve essere realizzata. A prescindere dal suo utilizzo. Il rischio è quello di pagare pesanti penali. Almeno così sostiene Eurnova che chiude la lettera, indirizzata alla Sindaca Virginia Raggi, agli assessori, alle commissioni consiliari e alla procura della Corte de Conti, paventando indennizzi e possibili azioni risarcitorie. “Nell’assumere l’incomprensibile iniziativa si espone Roma Capitale all’obbligo di risarcire gli enormi danni che si causerebbero ove detta Proposta venisse accolta dall’Assemblea, sol perché, nella fretta di aderire acriticamente alle richieste della A.S. Roma, nemmeno ci si è premurati di verificare la perdurante vigenza delle norme sulle quali detta iniziativa è stata fondata”.

L’accusa principale rivolta a Virginia Raggi e ai suoi assessori è quella di aver fatto saltare un investimento decisivo per la città. “È davvero aberrante ed incredibile che codesta Giunta abbia potuto assumere, sulla base di tali palesemente erronei presupposti, un’iniziativa di questa gravità, idonea a vanificare investimenti per oltre cento milioni di euro, a provocare mancati utili per importi ancora e di gran lunga superiori, a privare la Città di Roma di un’opera pubblica di straordinaria importanza e di un’iniziativa imprenditoriale di enorme impatto sull’economia non solo locale, idonea ad attrarre ingenti capitali ed a creare numerosi posti di lavoro”. La lettera di Eurnova, insomma, vorrebbe mettere in guardia la giunta capitolina, a cui si chiede di tornare sui suoi passi, e i consiglieri che si apprestano a votare la revoca della pubblica utilità. Ma dal Campidoglio sono certi di aver seguito l’iter corretto. Per questo la preoccupazione è minima. D’altronde, già lo scorso marzo la società aveva cercato con un’altra pec, dello stesso tenore, di bloccare la revoca, chiedendo “di considerare del tutto inefficace la richiesta di A.S. Roma di considerare non più vincolanti gli obblighi a suo tempo dalla stessa assunti”. La richiesta però era caduta nel vuoto, senza riuscire a fermare il corso degli eventi.

Tra sindaci, inchieste giudiziarie e colpi di scena, la telenovela sullo stadio della Roma nell’area dell’ex ippodromo di Tor di Valle si trascina ormai da quasi un decennio. A partire dall’ottobre del 2012 quando James Pallotta, all’epoca neopresidente della Roma, incontra il sindaco Gianni Alemanno. Quella di Tor Di Valle è solo una delle opzioni sul tavolo. Un’ipotesi che diventa concreta un anno dopo. Il primo progetto dell’opera viene affidato all’archistar Dan Meis e viene presentato ufficialmente in Campidoglio nel marzo 2014. Il sindaco è Ignazio Marino, eletto pochi mesi prima, che crede fortemente nel progetto. Tanto che il 23 dicembre, solo due settimane dopo l’esplosione dell’inchiesta ribattezzata Mafia Capitale, l’assemblea capitolina vota la delibera che riconosce la pubblica utilità. “Questo sarà il primo stadio che si realizzerà secondo i parametri indicati in questa norma che viene applicata per la prima volta proprio nella Capitale d’Italia“. Il sindaco esulta. E quasi subito, l’anno successivo, iniziano i rilievi gelogici nell’area di Tor di Valle.

L’Iter è partito, ma nel frattempo Ignazio Marino viene sfiduciato. Nel maggio 2016 è il prefetto Francesco Paolo Tronca che riceve il progetto definitivo, che oltre all’impianto sportivo prevede un business center caratterizzato da tre torri. Poche settimane dopo il Movimento 5 Stelle vince le elezioni cittadine e diviene sindaco Virginia Raggi. Il successivo novembre si apre la conferenza dei servizi, che si conclude con un nulla di fatto. Il Movimento 5 Stelle non è convinto del progetto. La giunta chiede una forte riduzione delle cubature del business park e l’eliminazione delle tre torri. Il progetto viene rimodulato secondo le nuove richieste. Nasce “lo stadio fatto bene” come lo ribattezza anche la sindaca Virginia Raggi. E il 5 dicembre del 2017 arriva l’ok in conferenza dei servizi. La speranza è quella che i lavori possano iniziare già nel 2019. Qualche mese dopo, però, nel giugno del 2018, il costruttore Luca Parnasi, proprietario della società Eurnova viene arrestato nell’ambito dell’indagine Rinascimento che ruota proprio intorno alla costruzione del nuovo stadio della Roma. L’accusa per il costruttore è quella di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione. Nel marzo del 2019, nell’ambito di un secondo filone della stessa inchiesta, viene arrestato anche Marcello De Vito, esponente di spicco dei 5 stelle romani e presidente dell’Assemblea Capitolina (che da pochi giorni ha annunciato il suo passaggio a Forza Italia). Il progetto dello stadio di fatto è congelato per quasi un anno. Anche perché nel frattempo l’emergenza coronavirus paralizza l’attività amministrativa.

Le cose sembrano rianimarsi nell’estate del 2020. Il 6 agosto Dan Friedkin acquista la Roma da James Pallotta. Due giorni dopo la Giunta capitolina approva le due delibere necessarie e propedeutiche per l’approvazione del provvedimento finale relativo al progetto del nuovo stadio a Tor di Valle, ossia la convenzione urbanistica che dovrà poi essere sottoscritta tra Roma Capitale e il soggetto attuatore. Lo stadio sembra di nuovo materializzarsi. E la sindaca Virginia Raggi a novembre promette: “Entro Natale un bel regalo ai tifosi”. Il colpo di scena, però, è solo dietro l’angolo. Il 26 febbraio 2021 a chiedere di fermare l’iter dell’impianto è proprio la nuova proprietà della Roma. “Il Consiglio di Amministrazione, riunitosi in data odierna, sulla base degli approfondimenti condotti da advisor finanziari, notarili e legali di primario standing, nonché alla luce delle ultime comunicazioni di Roma Capitale, ha verificato che non sussistono più i presupposti per confermare l’interesse all’utilizzo dello stadio da realizzarsi nell’ambito dell’attuale progetto immobiliare relativo all’area di Tor Di Valle, essendo quest’ultimo progetto divenuto di impossibile esecuzione“. Alla Roma quello stadio non interessa più. Ma Eurnova, pronta a cedere le proprie quote al costruttore ceco Radovan Vitek, non si arrende.

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