Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha licenziato Oğuzhan Özbaş, vice governatore della banca centrale: esce di scena il quarto dei sette membri del board dal marzo scorso. Il debito, l’aumento dei costi di produzione e l’inflazione si sommano alle cattive performance della lira (scesa fino a 10,38 nel cambio con l’euro) contribuendo a peggiorare il clima finanziario di un Paese che però non bada a spese, come quelle esorbitanti nei settori delle infrastrutture e della difesa. Più in generale, rispetto al passato, emergono due elementi: da anni si osserva il rischio bancarotta della Turchia, bancarotta che però di fatto non arriva. Per cui il ruolo geopolitico del paese potrebbe sovrastare quello prettamente economico, smussando la gravità strettamente finanziaria della situazione.

Di contro, però, si registra l’esagerazione, mescolata all’esasperazione, con cui Erdoğan procede nei suoi progetti, ovvero il raddoppio del ponte di Istanbul, le ingenti spese per le campagne in Libia e Siria, le nuove indagini energetiche a Cipro, il dossier droni made in Turkey, mettendosi così di traverso sia a oriente che a occidente. A proposito di UAV, è in fase di sperimentazione avanzata il primo mini cacciatorpediniere senza pilota sviluppato dalla turca Ares Shipyard in collaborazione con Meteksan Defense Industry.

Partiamo dalla lira, che ha perso circa il 14% rispetto al dollaro dalla cacciata dell’ex governatore della banca centrale Naci Agbal da parte di Erdoğan a marzo. La moneta ha ceduto inoltre il 55% dall’inizio del 2018, quando la crisi valutaria ha iniziato a minacciare direttamente l’economia del Bosforo. È un fatto oggettivo che molti investitori internazionali abbiano perso la fiducia nel “sistema” Erdoğan, più sensibile ai desiderata del leader, e alle sue esigenze di posizionamento verso Mosca e Pechino, che alle leggi della finanza: anche per questa ragione si moltiplicano i dubbi sulla capacità della banca centrale di agire sui tassi di interesse. Infatti la banca ha mantenuto invariato il tasso di riferimento al 19% dal licenziamento di Ağbal, perché secondo Erdoğan i tassi più elevati alimentano l’inflazione piuttosto che ridurla.

Erdoğan ha sostituito Özbaş, che ha un dottorato in economia finanziaria presso il Massachusetts Institute of Technology (MIT), con Semih Tümen, un ex funzionario della banca centrale e professore di economia che è stato già consulente dell’ufficio presidenziale. Un deja-vu: esce un tecnico, entra un fedelissimo del cerchio magico. Va inoltre osservato il panorama dei dati relativo alle riserve di valuta estera della banca centrale, calate a meno 50 miliardi.

L’opposizione in Parlamento, per voce del Partito Repubblicano Popolare (CHP), ha ripetutamente chiesto elezioni anticipate e parla di un danno di 130 miliardi di dollari causato dalle strategie dell’ex ministro del Tesoro e delle finanze, Berat Albayrak, genero del presidente che si è dimesso lo scorso novembre. Anche per questa ragione Erdoğan non intende perdere la partita del gas a Cipro, nelle cui acque vi sono ricchi giacimenti che però i trattati internazionali gli impediscono di sfruttare, visto il suo ruolo di occupatore abusivo di Cipro nord e su cui si è aperta la nota contrapposizione con Grecia, Egitto e Israele.

Ma la Turchia non si ferma e potrebbe perforare nuovi pozzi nella sua opera di ricerca di gas nel Mediterraneo orientale, come annunciato dal ministro dell’Energia Fatih Donmez. Si tratta di un’area controversa dove le operazioni di ricerca illegali hanno provocato la reazione di Bruxelles, Parigi, Atene e Nicosia.

Ciononostante, e al netto della crisi diplomatica con gli Usa per l’acquisto del sistema missilistico russo S400, la dimensione geopolitica attuale consegna ad Ankara margini di manovra un po’ più ampi del consentito. Lo dimostra lo spazio conquistato da Erdoğan in Libia, l’assist di Trump contro i curdi in Siria, le relazioni mediorientali con l’Iran su cui Tel Aviv vigila. Intanto lo stesso ministro annuncia la scoperta di petrolio in tre nuovi pozzi onshore, Akoba-1 e Yenisehir-1 nella provincia sud-orientale di Diyarbakir e nel pozzo Misinli-2 nella provincia nord-occidentale di Kirklareli.

Nel mezzo i sussulti interni, come le rivelazioni del boss Sedat Peker sulle influenze del governo sui giornali, la soglia di povertà per una famiglia di quattro persone salita a più del triplo del salario minimo e le note dolenti degli oppositori arrestati. Come l’imprenditore Kavala, dietro le sbarre da più di 1.300 giorni, condannato all’ergastolo per aver presumibilmente contribuito a organizzare le massicce proteste antigovernative nel 2013 a Gezi Park, quando studenti e cittadini vennero pestati a sangue dalla polizia. Morirono 11 persone e ci furono più di 8mila feriti.

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