Da alcuni giorni circola nei social il titolo del Recovery Plan dedicato agli appalti. Si tratta della cartina di tornasole la quale dimostra quanto Mario Draghi sia convinto della bontà del neoliberismo, e quindi delle privatizzazioni, delle concessioni e quindi, tra l’altro, dell’assoluta libertà degli appalti.

A ben vedere sfugge al nostro governo la causa fondamentale degli sprechi di denaro pubblico nella costruzione delle nostre infrastrutture, sprechi che si sostanziano in uno spaventoso aumento dei costi nei confronti di quelli degli altri Paesi e nel fatto che molte volte costosissime opere vengono lasciate incompiute, senza che nessuna utilità possa dirsi ricavata dagli oneri posti a carico del bilancio del popolo italiano.

Sono convinto assertore della patologia e sopratutto della incostituzionalità del sistema economico, che definisco predatorio, del neoliberismo. Il contrasto fra economisti di stampo keynesiano ed economisti neoliberisti è purtroppo insanabile, poiché il neoliberismo, più che essere una teoria scientifica è un atto di fede, lascio da parte perciò questo problema.

Quello che mi sorprende, e che deve essere oggetto di accurata riflessione, è il fatto che il titolo delle Semplificazioni del Recovery Plan liberalizza al massimo gli appalti e individua, sbagliando di grosso, la causa della cattiva riuscita di questi ultimi nelle certificazioni a tutela dell’ambientale e del paesaggio.

Di qui la proposta di una serie di norme che modificano la valutazione di impatto ambientale, la valutazione ambientale strategica, gli organi destinati a dare le autorizzazioni ambientali e paesaggistiche, la quasi totale abrogazione delle funzioni delle soprintendenze, la loro sottomissione completa ai Prefetti, organi di governo, e così via dicendo.

Insomma, a mio avviso, Draghi commette una aberratio ictus: individua l’ostacolo in un soggetto diverso da quello reale.

Non è l’ambiente, non è il paesaggio, non sono i beni culturali a impedire il funzionamento degli appalti. Agire contro la loro tutela, anzi, è un delitto contro la Nazione, considerato che la nostra identità consiste proprio nella bellezza del paesaggio e nel patrimonio storico-artistico dei quali unico vero proprietario è lo Stato-Comunità cioè il Popolo sovrano. Per cui questi beni, in quanto strutturalmente legati agli elementi essenziali di questa forma di Stato, sono da ritenere intoccabili da qualsiasi punto di vista e custoditi con il massimo rigore.

L’ostacolo è invece nel fatto, che nessun governo fin’ora ha voluto prendere in considerazione, della numerosità e incapacità delle stazioni appaltanti, cioè dei soggetti pubblici che hanno il potere di effettuare contratti di appalto con i privati per la costruzione di opere pubbliche.

Molto valida mi sembra l’opinione espressa da Gustavo Piga, docente di economia politica a Tor Vergata dove è anche promotore del master Anticorruzione, su ilfattoquotidiano.it di oggi. Secondo questo economista il cattivo funzionamento degli appalti è dovuto, da un lato al numero eccessivo delle stazioni appaltanti, che sono oltre 30 mila, e dall’altro alla scarsa preparazione dei soggetti appaltanti, nonché alla mancanza di controlli sull’efficienza dell’attività svolta.

Un vero piano di salvataggio che ci metta al sicuro anche da eventuali revoche del Recovery Fund da parte dell’Unione europea, dovrebbe prevedere la riduzione delle stazioni appaltanti a non più di un centinaio, e la preposizione ad esse di manager assolutamente preparati e selezionati sulla base delle capacità e dell’efficienza da dagli stessi dimostrate.

Si tratta di un punto che anche la riforma della pubblica amministrazione, voluta dal ministro Brunetta, non tiene in nessun conto. Eppure in Italia persone valide, tali da renderci sicuri delle loro capacità, ne esistono a centinaia. E non occorre assolutamente ricorrere a professionalità straniere come inopportunamente fece Franceschini per i direttori dei musei.

Bisogna soltanto trovarli mediante validi criteri di selezione e pagarli secondo quanto essi meritano. Questo è il vero punto di svolta per quanto riguarda gli appalti e la definitiva riforma della Pubblica Amministrazione. Anche qui ci vengono in soccorso gli articoli 97 e 98 della nostra Costituzione, secondo i quali “i pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione” (art. 97 Cost). E “i pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione” (Art 98 Cost.). Articoli ai quali è da aggiungere, come al solito, l’importante prescrizione da me sempre citata dell’articolo 54 della Costituzione, secondo il quale “i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”.

Ritenere che il cattivo funzionamento degli appalti dipenda dalle autorizzazioni ambientali e paesaggistiche, piuttosto che dalla insipienza di numerosi dipendenti pubblici è dunque un errore, che deve essere immediatamente corretto sulla base dei citati articoli della nostra Costituzione repubblicana e democratica, la quale, non lo si dimentichi, prevale sui Trattati europei, secondo una consolidata giurisprudenza della Corte costituzionale.

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