C’è un gol impossibile, ma Cruijff stavolta non c’entra: è seduto in panchina, pietrificato. C’è Londra visitata in bicicletta, coi libri di economia e management nel cestino. C’è un ragazzo che guarda monumenti e quadri raffrontando la realtà con il libro d’arte che ha tra le mani: studia, quel ragazzo, la storia di una città. Ne diventerà parte anni dopo lui stesso, per decisione della città stessa: il pezzo più importante della storia calcistica. Già, Parigi ha deciso dopo aver visto George Weah, dopo aver visto Safet Susic in campo e celebrato nel film straparigino Amelie, dopo aver visto la parata di stelle regalate nell’ultimo periodo da Al Khelaifi. Nè Ibra, né Di Maria, né Mbappè, né Neymar né Thiago Silva né Cavani. Il migliore è Raimundo Souza Vieira de Oliveira, in arte Raì.

Il miglior calciatore nella storia del Paris Saint Germain è lui, lo hanno deciso in un sondaggio 143 giornalisti, calciatori attuali più 60 ex e ovviamente tifosi “riconosciuti” del club: se come allenatore ha trionfato Carletto Ancelotti, tra i calciatori probabilmente un po’ a sorpresa il migliore è risultato Raì. Un metro e 89 per 87 chili, nato a Ribeirao Preto e, pare, scampato al nome di Senofonte. Ipotesi che pare plausibile, quella del nome, visto che due dei suoi fratelli maggiori si chiamano Sofocles e Sostenes, poi ci sono Raimundo, Raimar e ovviamente Socratès. Si, perché Raimundo detto Raì è il fratello minore del dottore e calciatore Socrates: figli di papà Raimundo, appassionato di filosofia greca.

Non vive nell’ombra del fratello famoso, Raì: vorrebbe giocare a basket, ma si vede che nel campo da calcio ha la stessa intelligenza del fratello e un tocco di palla forse addirittura più aggraziato. Lo notano al Botafogo, lo vede il Sao Paulo che lo sceglie per tenerlo dietro le punte: vincerà tutto, più di tutti, fino alla gara che lo consacrerà definitivamente. Il 13 dicembre 1992, a Tokyo, il Sao Paulo affronta il Barcellona di Cruijff per l’Intercontinentale. I blaugrana sono favoriti, ovviamente: c’è Stoichkov che parla già da campione del mondo, c’è Pep Guardiola, c’è Koeman autore del gol decisivo in finale di Champions contro la Sampdoria, poi Laudrup, Bakero, Zubizarreta. Di fronte la squadra di Telè Santana: un giovane Cafu, l’esperto Muller in avanti e Toninho Cerezo ormai 37enne a centrocampo. E Raì.

Sembra non ci sia storia, ancora di più dopo 12 minuti, quando Pep Guardiola parte palla al piede in una prateria, la affida a Stoichkov che da fuori area spara il suo sinistro preciso preciso nel sette: un capolavoro, che sarà presto oscurato. Dopo un quarto d’ora Muller va via sulla sinistra, la mette al centro dove c’è Raì, marcatissimo, che si inarca e la colpisce non si sa come, né di testa, né di piede, né di gamba, e la manda alle spalle di Zubizarreta. Un gol ancora oggi impossibile da decifrare. A un quarto d’ora dalla fine c’è punizione per il Sao Paulo: la mattonella è la stessa da dove Stoichkov ha dipinto il gol del primo tempo, ma Raì è destro. La parabola è talmente perfetta che Zubizarreta resta immobile: l’angolo è esattamente lo stesso centrato da Stoichkov. È il gol decisivo: Sao Paulo campione del Mondo, Raì miglior giocatore dell’Intercontinentale.

Sono gli anni 90: performance del genere attirano inevitabilmente l’attenzione dei club europei. Raì davanti alle ambizioni mette altro: arte e cultura in primis. Per questo tra Italia e Spagna, da dove arrivano molte offerte, c’è l’imbarazzo della scelta e la possibilità di godersele. Forse proprio questo leva punti a quei due paesi. Sceglie Parigi: gioca in una buona squadra e può girare tranquillamente la città, studiarne la bellezza, inebriarsene, gustarla tra i suoi bistrot senza dover firmare valanghe di autografi o discutere coi tifosi. Una scelta giusta, considerando anche i trascorsi del fratello in Italia: al primo anno vince il campionato, trionfo che a Parigi mancava dal 1986, spezzando il dominio del Marsiglia di Tapie che durava da 5 anni. Delizia i tifosi con tacchi, giocate di classe e gol che portano a vincere anche due coppe nazionali e dunque la Coppa delle Coppe nel 1996, con una doppietta e un assist stratosferico per Loko decisivi per eliminare il Parma di Scala in semifinale.

A dirla tutta, c’è anche un campionato che si adatta alla classe cristallina e all’intelligenza di Raì senza gravare troppo sulla sua velocità non proprio supersonica: tant’è che quella lentezza porterà i tifosi brasiliani a metterlo sulla graticola nel mondiale vittorioso del 1994, facendogli perdere il posto per Mazinho. Nel 1998 il ritorno all’amato Sao Paulo e l’ultimo trofeo, pur giocando solo nelle fasi finali. Poi i progetti sociali per il Brasile, prendendo spunto anche dalla vita parigina e alla sua giustizia sociale, che lo aveva colpito a partire dalla possibilità di mandare sua figlia a scuola con la figlia della domestica. Una sete di conoscenza che non si ferma e che lo vede tornare in Europa, ma come studente: a Londra per perfezionare l’inglese e studiare economia, girando in bici o coi mezzi pubblici. Lontano dai cliché della superstar del calcio, lontano dalla saudade brasiliana, lontano dall’ombra del fratello famoso: tra un tacco, un libro d’arte e una Coppa delle Coppe, senza snaturarsi o cambiare passo, entrando comunque nella storia.

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