Sulla Politica Agricola Comune che vale 48 miliardi all’anno (un terzo del Bilancio Ue) si punta a raggiungere un accordo finale entro maggio. Ma i nodi da sciogliere sono diversi e riguardano il cuore della riforma, la cosiddetta ‘Architettura Verde’. Sembra vicino un compromesso (non troppo ambizioso) sulla quota di risorse da destinare agli eco-schemi, i programmi con cui si finanziano i progetti degli agricoltori europei che mettono in campo le pratiche più virtuose per l’ambiente, andando oltre i requisiti obbligatori, mentre continua a dividere l’ipotesi di un tetto massimo all’importo di cui possono beneficiare le aziende più grandi. Ancora da definire, poi, diversi aspetti che riguardano gli allevamenti e la biodiversità. A metà maggio il prossimo Trilogo Ue (Commissione, Consiglio e Parlamento) nell’ambito dei negoziati sui tre regolamenti della Riforma 2023-2027. Il primo riguarda i piani strategici nazionali e riunisce quelli storici su pagamenti diretti e sviluppo rurale, il secondo si concentra su finanziamento, gestione e monitoraggio della PAC e il terzo sull’organizzazione comune dei mercati agricoli. Se un’intesa venisse raggiunta, l’accordo verrebbe confermato alla riunione dei ministri europei dell’Agricoltura (Consiglio Agrifish) del 31 maggio e il Parlamento Ue potrebbe approvarlo già il prossimo autunno. Nel frattempo, l’Italia dovrà presentare a Bruxelles, entro dicembre 2021, il Piano strategico nazionale (Psn) che dovrà delineare gli interventi attuativi della nuova riforma, programmando le risorse del primo e del secondo pilastro (Organizzazione comune dei mercati dei prodotti agricoli e Politica di sviluppo rurale). Ad aprile si è insediato il Tavolo nazionale di partenariato chiamato a redigere il testo.

IL RUOLO DELL’ITALIA – Secondo Rossella Muroni, deputata di FacciamoEco-componente Verdi e vicepresidente della Commissione Ambiente alla Camera, “l’Italia ha giocato un ruolo di conservazione dello status quo con l’ex ministro delle Politiche Agricole, Teresa Bellanova, che si è mostrata soddisfatta dal testo approvato a ottobre 2020 dal Parlamento Ue”. Una proposta di compromesso presentata in extremis dai tre principali gruppi politici al Parlamento europeo (Ppe , S&D e Renew Europe) divenuta la base da cui è partito il negoziato del Trilogo Ue. Lo stesso commissario europeo per l’Agricoltura Janusz Wojciechowski aveva messo in guardia gli eurodeputati dal rischio che quel testo, su cui si è diviso lo stesso Movimento 5 Stelle, potesse indebolire il Green Deal. A difendere il testo e le sue novità (rispetto alla precedente Pac, dove la struttura verde non esisteva, ndr) anche l’eurodeputato dem ed ex ministro delle Politiche Agricole Paolo De Castro, coordinatore S&D alla commissione Agricoltura del Parlamento Ue.

INDICATORI DI RISULTATO E TRASPARENZA – Rispetto a ottobre, i progressi maggiori sono stati raggiunti su alcuni aspetti di governance “con il passaggio dal modello incentrato sul rispetto delle regole a quello del New-delivery model” spiega a ilfattoquotidiano.it Eleonora Evi, eurodeputata dei Verdi Europei. Parlamento e Consiglio hanno trovato un accordo su 22 indicatori di risultato sui quali si baserà la verifica biennale sullo stato di avanzamento dell’attuazione del Psn. E poi il Consiglio dovrebbe accogliere le richieste del Parlamento per una maggior trasparenza nell’identificazione dei beneficiari dei sussidi PAC ed eventuali holdings a cui appartengono.

SOVVENZIONI E CAPPING – Ma la nuova Pac è ancora basata sulla logica delle sovvenzioni erogate in base agli ettari di produzione. In Italia la coalizione ‘Cambiamo agricoltura’, che raccoglie associazioni ambientaliste, dell’agricoltura sostenibile e dei consumatori, ha pubblicato il manifesto ‘Un’altra PAC è possibile’, seguito da un’assemblea promossa dai parlamentari italiani ed europei dei Verdi, segnalando il rischio che si confermi l’attuale situazione con “l’80% dei sussidi destinati al 20% delle aziende agricole più grandi”. Per quanto riguarda il primo pilastro (i pagamenti diretti), il testo di ottobre prevede che almeno il 60% delle risorse vadano a pagamenti settoriali e misure di sostegno al reddito, che non rispondono a criteri ambientali. E neppure è stato ancora trovato un accordo sul capping obbligatorio, un tetto massimo all’importo di cui le aziende di maggiori dimensioni possono beneficiare. “Il Parlamento propone di fissarlo a 100mila euro, con regressività a partire da 60mila euro, ma il Consiglio si è opposto” spiega Eleonora Evi. Secondo il presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti “per garantire la competitività” non devono essere penalizzate le imprese “di medie o grandi dimensioni, poiché sono quelle che investono di più in innovazione”. Ergo: “No al ‘capping’, sì a semplificazione e riduzione degli oneri burocratici”. De Castro ha anticipato che potrebbe esserci un compromesso: capping volontario, che diventa obbligatorio solo se lo Stato non prevede l’aumento dei premi ai primi ettari per favorire le imprese più piccole.

GLI ECOSCHEMI – Per quanto riguarda eco-schemi, programmi di finanziamento per gli agricoltori che presentano i progetti più virtuosi, secondo il Parlamento dovrebbero costituire il 30% del primo pilastro, mentre per il Consiglio il 20%. “La differenza vale 20 miliardi di euro, secondo i dati della Commissione” commenta l’eurodeputata Evi. La presidenza portoghese del Consiglio Ue ha proposto che la riserva ‘verde’ per gli aiuti diretti sia del 22% nel 2023 e 2024 e del 25% dal 2025. Il ministro Stefano Patuanelli (M5S) ha dichiarato che l’Italia sostiene la proposta di destinare “oltre il 20%” agli eco-schemi. Per Eleonora Evi è una quota insufficiente ma, dice, “si tratta di un cambio di rotta rispetto alla ministra Bellanova, che non voleva percentuali vincolanti”. In una video-intervista pubblicata da Fieragricola Verona, De Castro ha spiegato che “ogni stato membro potrà sceglie le misure più adatte al proprio Paese” anche se “definite a livello europeo”. E ha aggiunto: “Avremo una Pac che richiederà agli agricoltori un impegno ambientale maggiore”, dunque ci sarà bisogno di incentivi, anche se “non cambierà in maniera radicale e sostanziale l’approccio della Pac a cui siamo abituati”.

ALLEVAMENTI INTENSIVI – Ma c’è un altro problema. “Si vogliono includere negli eco-schemi anche misure di animal welfare, che rischiano di finanziare miglioramenti minimi nell’ambito di sistemi di produzione insostenibili, come l’allevamento intensivo” aggiunge l’eurodeputata. Che fa notare, come il ministro dell’agricoltura francese abbia dichiarato che il 70% degli agricoltori francesi potranno beneficiare degli eco-schemi, senza cambiare il proprio modo di fare agricoltura. Sul fronte del benessere animale, il ministro Patuanelli ha sottolineato che occorre “prestare massima attenzione” anche nei Psn. Ma ad oggi restano invariate le sovvenzioni per gli allevamenti intensivi e non viene stabilito un tetto massimo per la densità di capi per ettaro. Mentre il 10% di biodiversità da garantire nei campi agricoli indicato nella Strategia Biodiversità, aggiunge Eleonora Evi “verrà inserito nella Pac al massimo come ‘considerando’ e non come articolo, quindi senza effettiva efficacia”.

UNO SGUARDO ALL’ITALIA – “La situazione ci preoccupa molto” spiega Rossella Muroni, che collega quanto sta avvenendo in Europa “all’interesse mostrato ad alcuni temi nel Pnrr, che poco punta sulla biodiversità, riesce a non citare mai la parola biologico, mentre con il quale si preferisce investire sul biometano. E questo – aggiunge – fa presagire che non c’è alcuna intenzione di ridurre gli allevamenti intensivi”. Secondo l’ex presidente di Legambiente “si continua a finanziare un’agricoltura industriale e intensiva, senza porsi il problema dei tempi di una transizione che deve essere rapida, mentre proprio l’agricoltura molto potrebbe fare, ad esempio, nella riduzione delle emissione e dell’utilizzo di pesticidi. Già esiste in Italia un’agricoltura che si sta convertendo”.

VECCHI E NUOVI OGM – E poi c’è il nodo OGM. La Commissione Ue ha pubblicato uno studio sulle New Genomic Techniques (NGTs) secondo cui la precedente legislazione sugli OGM è inadatta ai recenti sviluppi tecnologici, mentre le nuove tecniche di miglioramento genetico potrebbero ridurre l’uso di pesticidi, in linea con Green Deal e strategia Farm to Fork. “Finalmente una posizione chiara e netta sulla distinzione tra nuove biotecnologie e OGM” ha commentato De Castro, secondo cui “le nuove biotecnologie sostenibili arrivano a sviluppare varietà sicure dal punto di vista di tutela ambientale e della biodiversità, ma soprattutto più resistenti a malattie e condizioni climatiche avverse”. Secondo uno studio commissionato dai Greens/EFA, invece, anche le nuove tecniche operano una manipolazione genetica e, quindi, dovrebbero rientrare nella legislazione vigente su quelli tradizionali, sottoponendosi alle stesse rigide norme in materia di autorizzazione ed etichettatura. Coldiretti, storicamente contraria agli ogm, apre alle opportunità delle “nuove norme per la genetica green”. Confagricoltura vede un’occasione di “unire efficienza e sostenibilità”. Per Cia-Agricoltori italiani le nuove tecniche assicurano “la continuità delle caratteristiche dei nostri prodotti”. Opposte le posizioni della federazione europea del settore biologico Ifoam e di altre organizzazioni come Slow Food. “Questo non è il modo giusto per applicare il principio di precauzione, dato che sappiamo che gli effetti degli Ogm sono imprevedibili” commenta Eleonora Evi, secondo cui “requisiti di etichettatura chiari offrono libertà di scelta ai consumatori”.

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