Nessuno si salva da solo. Men che meno un bambino che sta crescendo o un adolescente che sta costruendo la sua identità. Una consapevolezza sufficiente per pretendere in una società l’esistenza di una rete di intervento capace di rispondere al bisogno di aiuto psicologico delle generazioni più giovani. Che forse più di tutte hanno risentito della normalità rubata dal Covid. Ma, denuncia il presidente del Consiglio nazionale dell’ordine degli psicologi (Cnop), David Lazzari: “I servizi sul territorio sono carenti. Basti pensare che su 110mila psicologi, appena cinquemila sono impiegati nel pubblico, con lunghe liste di attesa”. Non è vero però che non si sta facendo niente per aiutare i ragazzi in difficoltà a causa della chiusura delle scuole e della mancanza di relazioni sociali. Un passo in avanti è stato fatto con l’introduzione dello psicologo nelle scuole grazie alla convenzione tra il Cnop e il ministero dell’Istruzione firmata a fine ottobre. “Ad oggi il 70 per cento degli istituti scolastici ha arruolato uno psicologo – dichiara Lazzari -. Le poche ore messe a bando, circa 12 al mese per istituto, sono un problema”. Il servizio per adesso è garantito fino a giugno. Finanziato inizialmente con 40 milioni di euro. Il decreto Sostegni ne ha stanziati altri 150, destinati però solo in parte al sostegno psicologico (serviranno anche per servizi medico-sanitari e acquisti di dispostivi di protezione e materiale per studenti con disabilità). “Abbiamo agito in emergenza, ora è fondamentale strutturare il servizio, renderlo parte integrante del sistema scuola”, sostiene il presidente Cnop. Il futuro dell’iniziativa è ancora un’incognita, al ministero se ne discuterà nei prossimi mesi. La finalità del progetto è fornire sostegno psicologico a studenti e docenti per i disagi derivanti dall’emergenza sanitaria e, più in generale, prevenzione del malessere psicofisico e supporto nei casi di stress lavorativo, difficoltà relazionali e traumi psicologici, che si sono slatentizzati con la pandemia. La decisione del governo francese di offrire dieci sedute gratis dallo psicologo a bambini (dai 3 anni) e ragazzi (fino ai 17 anni) depressi a causa del Covid dovrebbe essere da esempio anche per l’Italia.

“La Francia ha già gli psicologi nelle scuole e adesso dà la possibilità di iniziare un percorso di psicoterapia vero e proprio. Andrebbe fatto ugualmente da noi, potremmo dare una chance importante alle famiglie strette dalla crisi, il costo di uno psicoterapeuta non è accessibile per tutti”: è l’appello di Lazzari a nome di tutta la comunità italiana degli psicologi. A cui si aggiunge l’avvertimento di Laura Parolin, presidente dell’ordine degli psicologi della Lombardia: “Dobbiamo prepararci al post pandemia. Non sempre le persone esprimono il malessere durante l’evento traumatico, può esplodere anche dopo. A maggior ragione c’è bisogno di sviluppare un welfare di prossimità, costituito dalla presenza stabile degli psicologi nelle scuole, da consultori con organici potenziati e centri di salute mentale adeguati a rispondere alle richieste. Investire sul futuro delle nuove generazioni significa investire nella prevenzione al disagio e negli interventi precoci. La persona che sta male non ha le stesse opportunità di crescita e di successo”.

I ragazzi non stanno bene. Al pronto soccorso pediatrico del policlinico Umberto I di Roma gli ingressi per autolesionismo e tentato suicidio “da gennaio a marzo di quest’anno sono quasi triplicati rispetto allo stesso periodo del 2020, passando da 18 a 50” denuncia a ilfattoquotidiano.it il direttore Fabio Midulla. “Il rispetto delle norme igieniche, l’uso della mascherina e il distanziamento fisico hanno fatto crollare i casi di malattie infettive respiratorie e gastrointestinali, i bambini si sono ammalati di meno, ma sono esplosi i disturbi mentali. Arrivano in ospedale con ansia, attacchi di panico, stati depressivi, per esempio simulano la presenza di sintomi immaginari, di dolori alle gambe o alla schiena che non li fanno muovere. Il caso estremo è imbottirsi di pasticche di tachipirina per farla finita”. Se ci spostiamo a Milano, al pronto soccorso pediatrico dell’ospedale Maggiore, la situazione è la stessa. “In generale nell’ultimo anno sono diminuiti del 50 per cento gli accessi, praticamente non abbiamo visto un caso di influenza, ma da settembre c’è stato un aumento spaventoso di ragazzi che si sono presentati con stati ansiosi, disturbi alimentari, crisi isteriche. Anche gli abusi alcolici, nonostante il coprifuoco e la chiusura dei locali, non si sono ridotti”, racconta Giuseppe Bertolozzi, responsabile dell’Osservazione breve intensiva. “Il pronto soccorso è la soluzione estrema. Non dobbiamo aspettare che i ragazzi finiscano in ospedale per farsi curare, bisogna intercettare la fragilità prima e favorire la presa in carico sul territorio attraverso l’implementazione dei consultori e dei servizi per la salute mentale”, incalza Parolin.

Nelle scuole si fa quel che si può per dare una mano a questi ragazzi. Giusi Giannone ha vinto il bando a dicembre e da gennaio ascolta le paure degli studenti di tre scuole di Palermo. Svolge colloqui online e in presenza. “Una volta alla settimana fino a quattro per ciascuno – dice -. Se non bastano e hanno bisogno di una psicoterapia, devo inviarli ai servizi sul territorio. Ma sono quasi assenti e molte famiglie non possono pagare sedute private. Va a finire allora che chi ha davvero bisogno viene dimenticato. Io non me la sono sentita di abbandonare alcuni ragazzi che stavano male e li ho ricevuti gratuitamente nel mio studio. Bisogna sanare questo vuoto istituzionale”. Il disagio non è acqua fresca: se trascurato si aggrava e sarà sempre più difficile uscirne. Sia i piccoli sia i grandi, riferisce Giannone, “accusano un crollo del rendimento didattico e difficoltà di concentrazione. Il passaggio dalla dad alle lezioni in presenza ha provocato reazioni di aggressività, da chi rimane muto per l’assenza di fiducia verso l’insegnante a chi mostra insofferenza per tutto. Nei liceali c’è ansia rispetto alla progettazione del futuro, alcuni hanno fin messo in dubbio la scuola che frequentano, ritenuta troppo impegnativa, e vorrebbero trasferirsi in una meno difficile”. E poi ci sono conflitti che tornano a galla. “La forzata convivenza e la prolungata condivisione di tempi e spazi, ha riattivato delle dinamiche disfunzionali tra i genitori e tra genitori e figli, rianimando disturbi pregressi, come l’anoressia, via di fuga dai litigi per attirare l’attenzione della famiglia”. A Pescara Maria Paola Ciarelli lavora in quattro istituti. “Dall’asilo alle medie incontro soprattutto i genitori, a cui serve un supporto nell’accudimento dei figli – racconta -. Spesso fanno doppi lavori per tirare avanti, affidano i fratelli più piccoli a quelli più grandi, e perdono di vista gli stati d’animo. Aiuto gli insegnanti a gestire il gruppo classe e faccio attività di promozione delle relazioni sane tra coetanei e di prevenzione alla rabbia. Investire oggi sull’educazione emotiva, non trascurare i malesseri, è fondamentale per allontanare domani il rischio di disagi più gravi, sindrome di hikikomori, fenomeni di bullismo e cyberbullismo. C’è tanto da fare – chiude la psicologa -. Servirebbe uno psicologo a tempo pieno, al mattino e al pomeriggio, inserito nella pianta organica dell’istituto, in modo da normalizzare questo servizio. L’ascolto e il sostegno psicologico deve rientrare nel percorso educativo”. Sarebbe un traguardo di civiltà enorme. La presidente della società italiana di psicologia pediatrica (Sipped), Giovanna Perricone, lo spiega bene: “Lo psicologo non serve solo per superare il disagio e non può essere confinato in uno sportello. Deve poter interagire col gruppo classe per promuovere capacità relazionali, di adattamento e di problem solving. Un bambino più forte sarà un adulto più sicuro e più responsabile, in grado di affrontare i momenti critici e le sfide della vita senza farsi o fare del male”.

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