La notizia dell’arresto, a Parigi, di sette ex terroristi condannati per atroci omicidi commessi durante i cosiddetti anni di piombo ha scatenato una ridda di reazioni riconducibili, grossomodo, a due categorie: una abbastanza scontata, plaudente e, tutto sommato (al netto di qualche grossolano e provinciale esibizionismo), comprensibile; l’altra, invece, più eccentrica, critica e, di prim’acchito, stonata. Da un lato quelli che non vedevano l’ora, quelli che “è stata fatta finalmente giustizia”: ed è la dimostrazione della forza politica dell’esecutivo Draghi. Dall’altro, quelli che non c’è proprio niente da festeggiare.

Va da sé che la seconda tipologia di opinioni (e quindi la seconda schiera di commentatori) proprio perché meno ovvia è anche più interessante per un osservatore neutrale. Va sicuramente approfondita, per comprendere a fondo le ragioni di questo spirito di clemenza, di perdono, di indulgenza postuma verso un intero periodo storico. Un mood da cui molti nomi nobili della nostra cultura patria sembrano pervasi.

Ma perché? Perché una porzione significativa dell’intellighenzia italiana non è affatto compiaciuta della fine ingloriosa della dottrina Mitterrand? Perché questa ritrosia nell’apprezzare – anzi diciamo pure questo fervore nel biasimare – la cattura odierna, e la pena futura, di ex brigatisti conclamati? La risposta più ovvia è anche la meno centrata: si tratta di anziani maître à penser della stessa famiglia politica (affollata e multiforme) cui appartenevano gli arrestati. Insomma, compagni evoluti e passati indenni attraverso i campi minati degli anni Settanta, i quali ora parteggiano istintivamente per altri compagni che “sbagliavano”. La semplificazione non convince.

Il coro di solidarietà, con tratti di piagnisteo, levatosi in favore dei famigerati sette non è solo dovuto a una nostalgica comunanza di memorie collettive. Si tratta d’altro. E, più precisamente, di una ben precisa “filosofia” del diritto – anzi di una “filosofia” della pena – in grado di affratellare una nutrita accolita di “penne” dalle più diverse sfumature di inchiostro: rosse e nere, liberali e progressiste. Parliamo di una filosofia in cui il crimine, e il criminale per estensione, sono inquadrati da una prospettiva assolutamente e sistematicamente unilaterale: quella del condannato; come se il reato riguardasse solo chi lo commette.

E quindi si parla quasi sempre, e quasi solo, di funzione “preventiva”, “recuperatoria”, “rieducativa” della pena. La pena prima mira a evitare che il potenziale delinquente delinqua (grazie al suo effetto dissuasivo), poi dovrebbe servire a recuperarlo al consesso civile consentendogli così un pieno reinserimento nella società. Una logica non solo apprezzabile, ma imprescindibile, in un sistema penale ispirato, come il nostro, ai principii dell’Illuminismo e del Beccaria.

Sovente, però, questo approccio tende a dimenticare gli altri attori della “scena del delitto”, gli autentici convitati di pietra: e cioè i morti e i loro familiari. I quali non solo hanno una loro infungibile parte in tragedia, per così dire, ma hanno pure una ineludibile esigenza. Una necessità non obliterabile se non al prezzo di una Giustizia dimidiata: e cioè l’urgenza quasi fisica, non solo morale, che il responsabile del male perpetrato debba espiare la pena.

E qui entra in gioco il fattore del tempo. Dopo quanto tempo dal delitto può essere lecito, tollerabile, auspicabile che un colpevole condannato, ma sfuggito alla pena, sia punito? Per chi si accosta a questo tema dall’angolatura del colpevole non vi sono dubbi: il tempo, soprattutto quando è misurato addirittura in decenni come nel caso di specie, deve necessariamente smorzare le velleità punitive dello Stato. In nome di una sorta di diritto all’oblio acquisito da chi ha violato la legge penale, financo macchiandosi di delitti orrendi. Soprattutto se – come si argomenta dal versante iper-garantista – il reo ha nel frattempo dato prova di essersi redento reinserendosi a pieno titolo nel corpo sociale.

Eppure, soprattutto di fronte a fatti così enormi (vite individuali e familiari spezzate per sempre), questa sorta di pietosa, e un po’ pelosa, “sensibilità” stride. E, diciamolo pure, grida vendetta se guardata con gli occhi attoniti delle vittime. Ma in realtà ciò che le vittime invocano non è (come qualche osservatore superficiale ha insinuato) “vendetta”. È semmai quella peculiarità “retributiva” della giustizia penale, senza la quale un’autentica giustizia penale non può esistere. Permettere l’estinzione della pena per ragioni di vetustà cronologica premia il condannato, ma punisce irrimediabilmente l’altra “faccia della luna” del crimine.

È davvero tutta e solo una elementare questione di Giustizia a tutto tondo, nel senso più alto, quasi platonicamente metafisico, del termine. Ed è strano che non comprendano tale logica i protagonisti di quei “formidabili” anni allorquando, proprio in nome della Giustizia, molti di essi non esitarono a uccidere.

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