Mentre studi scientifici e report internazionali ci dicono di seguire regimi alimentari equilibrati che prevedono un maggiore consumo di vegetali rispetto alla carne e mentre la Fao proclama il 2021 l’Anno internazionale della frutta e della verdura, il mercato globale segue il suo corso e va in direzione opposta. Si stima che il settore zootecnico crescerà del 74% nei prossimi dieci anni nei paesi a basso e medio reddito, mentre a livello globale il numero degli animali da allevamento aumenterà di circa il 50% entro il 2050. Alle condizioni attuali, il nostro pianeta non può permetterselo. Dopo l’alzata di scudi suscitata dalle parole del ministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, sulla necessità di ridurre il consumo di carne e la pubblicazione di uno studio indipendente sui costi nascosti del consumo di carne in Italia realizzato per Lav (Lega Anti Vivisezione) dalla onlus Demetra e presentato in esclusiva (se non sei ancora Sostenitore scopri come diventarlo), ilfattoquotidiano.it ha intervistato Aimable Uwizeye, funzionario della FAO per le politiche degli allevamenti. Lo scorso anno ha guidato un team di ricercatori in uno studio sulle emissioni di azoto causate dagli allevamenti (un terzo di quelle indotte dall’uomo). D’altronde la Fao ha più volte manifestato preoccupazione rispetto a una domanda soddisfatta dai sistemi d’allevamento intensivo su larga scala e agli impatti di questi sistemi. Ma sebbene l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura sostenga regimi alimentari equilibrati, come quello della Dieta Mediterranea (basata sul consumo di una ricca varietà di alimenti vegetali e moderate quantità di pesce e carne), rispetto al consumo di carne per Uwizeye non può esserci un’unica ‘ricetta’ per i Paesi ricchi e per quelli in via di Sviluppo. Una prospettiva che fa riflettere anche alla luce del recente report di Greenpeace Marketing Meat, secondo cui in cinque anni la Commissione europea ha speso per promuovere carne e latticini il 32% dell’intero budget del programma di promozione dei prodotti agricoli europei. Soldi con cui vengono finanziati anche progetti per raggiungere nuovi consumatori di carne suina e bovina europea in Paesi come la Costa d’Avorio e il Ghana.

La crescita della produzione e del consumo di carne è sostenibile?
Il consumo di carne e latticini nel mondo è destinato a crescere a causa di diversi fattori: maggiori redditi, urbanizzazione, crescita demografica globale e cambiamenti delle abitudini alimentari. Significa che dovremo trovare il modo di ridurre l’impatto ambientale dell’intero settore agricolo e, in particolare, dell’allevamento. Il settore zootecnico contribuisce oggi al 15% del totale delle emissioni di gas serra, utilizza il 15% delle terre emerse come pascolo e il 40% dei terreni coltivati per la produzione di mangimi. Ma l’aumento del consumo di carne e latticini porterà anche a maggiori investimenti nel settore, all’ampliamento della catena del freddo e all’aumento del commercio internazionale di input e di prodotti zootecnici. Tale crescita permetterà agli allevatori di avere maggiori redditi e, in alcuni paesi, porterà ad una maggiore sicurezza alimentare.

Nel rapporto State of Food Security and Nutrition 2020, la Fao sostiene che le diete sane “presentano importanti opportunità, in alcuni contesti, per ridurre le emissioni di gas a effetto serra” perché sono ricche di alimenti di origine vegetale e ad esse sono riconducibili livelli inferiori di emissioni “rispetto a quelle che prevedono maggiori consumi di carne rossa”, ma che questa potrebbe non essere la soluzione in aree dove la popolazione combatte contro la denutrizione.
Il consumo di carne dipende da questioni di necessità, di accesso e di scelta. I prodotti di origine animale sono ricchi di nutrienti, fonti di energia e proteine di alta qualità e forniscono una serie di micronutrienti essenziali che, per alcune popolazioni e in alcuni paesi o contesti, sono difficili da ottenere in quantità adeguata dai soli alimenti a base vegetale.

Questo significa che non può esistere una stessa ricetta a livello globale, per i Paesi industrializzati e per quelli in via di sviluppo?
È importante tener presente che per molti allevatori il bestiame non è solo una fonte di cibo, ma può rappresentare un asset di resilienza economica fondamentale e una forma di protezione sociale per i momenti di difficoltà. Molti usano il bestiame per il trasporto, per arare i campi, e ne sfruttano le feci come fertilizzante. Se i prodotti di origine animali forniscono ciò che, in alcune aree, sarebbe difficile da avere altrimenti, allo stesso tempo va ricordato che i livelli di consumo di carne variano enormemente da paese a paese, spaziando dai circa 12 chilogrammi all’anno a testa in Africa, ai 95 chilogrammi in Nord America.

La carne coltivata in vitro o quella vegetale sono il futuro?
Quello delle proteine alternative è un settore in grande fermento, che ha visto notevoli investimenti in soluzioni diverse, come carne vegetale o quella coltivata in laboratorio, ma anche insetti, microbi e funghi. Sono prodotti che devono rispettare gli stessi standard di salubrità degli altri alimenti, ma sta alle autorità nazionali approvarne la commercializzazione.

Nel frattempo, come si riducono gli impatti degli allevamenti?
I sistemi di allevamento nel mondo sono molto diversi tra loro e molti hanno ampi margini di miglioramento nell’uso delle risorse naturali. Esistono già delle soluzioni tecniche e politiche che possono migliorare l’efficienza di tutti i produttori, sia grandi che piccoli. La diversità è una forza e noi dobbiamo costruire soluzioni diverse basandosi su questa forza. Potremmo ridurre del 30% le emissioni di gas serra provenienti dall’allevamento adottando buone pratiche e riducendo i gap di efficienza.

La questione degli allevamenti è associata all’enorme fabbisogno di mangimi per alimentare questi animali e, di conseguenza, al problema delle monocolture e del consumo di suolo.
Una parte considerevole dei raccolti di cereali e soia nel mondo viene utilizzata come mangime. Sono prodotti che vengono commerciati a livello internazionale e spesso associati a problemi ambientali, come quello della deforestazione. Per raggiungere la sostenibilità dovremo ridurre la dipendenza del settore zootecnico adottando soluzioni diverse, possibilmente disponibili a livello locale. Inoltre questi prodotti possono essere rimpiazzati con amminoacidi sintetici, enzimi, additivi, sprechi e scarti alimentari e proteine alternative. Un esempio? L’utilizzo di sprechi alimentari nell’allevamento di maiali può ridurre l’utilizzo di soia e cereali e la competizione tra produzione di cibo e di mangimi. Una soluzione che paesi come Giappone e Corea del Sud già praticano con successo.

E sul fronte delle emissioni?
Sistemi di pascolo rigenerativo basati sull’agroecologia hanno dimostrato la capacità di sostenere la sicurezza alimentare promuovendo al tempo stesso la biodiversità, la qualità del suolo e dell’aria, migliorando la capacità del suolo di assorbire azoto e riducendo le emissioni. Gli scienziati stanno già lavorando ad approcci per ridurre le emissioni di gas serra dalla digestione dei ruminanti proponendo soluzioni che possono tagliare fino all’80% le emissioni di metano.

Proprio nei giorni scorsi è stato pubblicato uno studio di ricercatori dell’Università della California, secondo cui aggiungendo delle alghe nel mangime dei bovini si potrebbero ridurre le emissioni provenienti dagli allevamenti fino all’82%. Ma per tecniche più complesse, non c’è un problema di accesso in determinate aree del Pianeta?
Il percorso verso la sostenibilità dei sistemi agroalimentari è saldamente legato al contesto locale. Gli approcci per raggiungere questo obiettivo sono simili, ma nei paesi a basso e medio reddito, questioni come accesso agli input produttivi, al credito, alle conoscenze, alle tecnologie sono molto più complesse. Senza dimenticare la grande diversità dei loro sistemi di allevamento. Quindi la linea temporale per raggiungere gli obiettivi di sostenibilità è diversa, ma è fondamentale che tutti i soggetti coinvolti in questo sforzo vi partecipino. In Ecuador, per esempio, la FAO sta aiutando decine di agricoltori vulnerabili in diverse province ad allevare il proprio bestiame facendo fronte, tra le altre cose, al degrado del suolo e ai cambiamenti climatici. È importante che le soluzioni tecniche oggi disponibili vengano rese accessibili a tutti attraverso la formazione e il trasferimento di tecnologie e che gli incentivi siano orientati a ridurre l’impatto ambientale del settore, all’adozione di buone pratiche sanitarie e zootecniche e a sostenere il riciclo e il riutilizzo degli scarti e di altre biomasse.

Eppure, secondo i dati Eurostat, circa il 72% degli animali allevati in Europa proviene da aziende intensive di grandi dimensioni che, tra l’altro, solo quelle che finora hanno beneficiato dei maggiori contributi. Ed esistono diverse inchieste che dimostrano come, spesso, in questi allevamenti le pratiche sanitarie sono insufficienti e quelle zootecniche sono tutt’altro che sostenibili. Qual è il contributo di questi allevamenti alle emissioni di gas serra?
La questione è un po’ complicata. L’analisi condotta con il modello Global Livestock Environmental Assessment Model (GLEAM) della Fao mostra che la filiera dell’allevamento in Europa Occidentale contribuisce per circa 579 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti annue (circa il 7% del totale delle emissioni dal settore zootecnico), mentre le emissioni di gas serra in Europa orientale sono stimate a 127 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti annue (1,5% del totale). L’analisi considera l’intero ciclo di vita dei prodotti zootecnici “dalla culla alla lavorazione” e le emissioni relative ai mangimi importati dai mercati internazionali vengono assegnate al paese dove il bestiame viene prodotto. I risultati sono diversi dalle statistiche nazionali, perché queste ultime si concentrano soprattutto sulle emissioni dirette dal bestiame, mentre calcolano separatamente le emissioni legate alla produzione di mangimi.

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