In questi giorni nelle risaie del nord Italia comincia la stagione dei trattamenti chimici: erbicidi, concimi, anticrittogamici e insetticidi irroreranno le colture fino alla raccolta del prodotto a inizio autunno. Dalle risaie del Piemonte, 120mila ettari, e da quelle della Lombardia, 85mila – insieme, il 95% delle aree risicole – arriva il 50% del riso prodotto in Europa. Proviene da terreni impregnati di sostanze chimiche e stremati da sistemi di coltivazione che risalgono alla prima industrializzazione agricola e che, anche oggi, si guardano bene dall’applicare tecniche agronomiche più sostenibili. Queste le cattive notizie.

Le buone sono che nel febbraio scorso sette imprenditori del riso localizzati nella Baraggia, Biellese e Vercellese – le terre da riso più a nord, quelle più difficili da coltivare – hanno dato vita al Biodistretto del riso piemontese (Riso Bio e Logico), presentato al pubblico nei giorni scorsi. Cinquecento ettari di terre argillose posizionate ai piedi delle Alpi, che presto raddoppieranno la loro estensione, affrancate dalla chimica di sintesi. Terre che, soltanto dopo un anno di conversione, vedono calare la presenza di glifosato e dei suoi metaboliti di dieci volte.

Hanno puntato sulla coltivazione di varietà resistenti al brusone – il fungo del riso che aggredisce la pianta in tutte le sue parti e che risulta particolarmente diffuso in Lombardia – come il Rosa Marchetti, mentre per varietà più delicate ricorrono all’irrorazione con zolfo. Questo recuperando semi e varietà diffuse un secolo fa, e poi abbandonate a favore di varietà più delicate e, perciò, necessitanti di tutta la chimica che sta alla base dell’agricoltura degli ultimi 40 anni. Insieme alle varietà i coltivatori del Distretto hanno recuperato anche l’utilizzo delle piante allopatiche, naturalmente erbicide ricavate dalla fermentazione del sovescioerbe autunnali che arricchiscono il terreno e che faranno posto al riso in primavera – lavorato meccanicamente e sparso sui campi prima della semina, così che funga anche da concime e da pacciamante.

Dunque, nessun erbicida e fertilizzante chimico, emissioni di CO2 ridotte a un terzo e terreno progressivamente ripulito dei residui delle coltivazioni chimiche del passato: ci pensa il sovescio fermentato, che oltretutto ammorbidisce il terreno e facilita la crescita delle radici, riducendo la lavorazione dei campi. Dopo il taglio del sovescio ci sono pochissime altre attività da svolgere, si aspetta il raccolto.

Difficile spiegare perché questo modo di praticare la risicoltura non sia stato agevolato e promosso adeguatamente, nel passato prossimo e oggi. Eppure, la Commissione Europea ha disposto che entro il 2030 il 25% dei terreni agricoli producano bio. La stessa Ue già nel 2009 individuava nella lotta integrata la pratica agricola che avrebbe dovuto soppiantare l’agricoltura “chimica”, attuando accorgimenti naturali (insetti sterili, rotazione delle culture varietà più resistenti…) utili a ridurre l’uso di fitofarmaci.

Sono passati 11 anni da allora e la Corte dei Conti Eu, nella sua relazione speciale 2020 sul tema, scrive: “Sarebbe possibile conseguire una riduzione massima del volume di pesticidi attraverso l’introduzione di cambiamenti sistemici volti a ridurre la suscettibilità agli attacchi degli organismi nocivi, favorire la diversità strutturale e biologica anziché la coltivazione monocolturale e continua, e ridurre la resistenza degli organismi nocivi ai principi attivi”. E poi, che occorre “prediligere, finanziare e integrare i metodi agroecologici in grado di rendere l’intero sistema agricolo più resistente agli organismi nocivi”. Infine “prende atto che i paesi membri non hanno dato alla direttiva la applicazione tassativa di quanto stabilito, con differenze sostanziali fra un paese e l’altro”.

Se qualcuno ancora avesse dei dubbi sull’attenzione che l’Italia riserva al tema, basti ricordare che il Psr (Piano Sviluppo Rurale) della Regione Piemonte, che vale oltre un miliardo di stanziamenti per aiuti e incentivi all’agricoltura, destina al bio il 2,5%. Altroché l’Europa! Mentre i risicoltori bio espandono le colture e aumentano la produzione, confidando nella sensibilità dei consumatori e nell’apprezzamento dei buongustai, il mondo delle politiche agricole sembra fermo alla metà del secolo scorso, forse già pregustando rinvii e deroghe che si apprestano a chiedere in vista della scadenza del 2030 stabilita dell’Europa.

Chissà se Mario Draghi nel Recovery Plan considererà fra le attività imprenditoriali green da sostenere, oltre alle armi sostenibili, anche l’agricoltura biologica. In fondo anche questo ce lo chiede l’Europa.

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