È guerra aperta sul sistema di etichettatura nutrizionale obbligatorio che la Commissione Ue ha proposto nell’ambito della strategia Farm to Fork, da adottare entro la fine del 2022. In primo piano la sfida tra il Nutri-Score ideato dai francesi e l’alternativa italiana, il NutrInform. Sul tavolo, però, ci sono i profitti di multinazionali (e non solo) e le esportazioni dei Paesi europei, Italia compresa. Dal ministro delle Politiche agricole Stefano Patuanelli al leader della Lega, Matteo Salvini, passando per Federalimentare, Coldiretti, Confagricoltura, Cia-Agricoltori italiani e Filiera Italia, in Italia hanno tutti, o quasi, dichiarato guerra al Nutri-Score, etichetta a semaforo che assegna una lettera (e relativo colore) a ogni alimento in base al livello di zuccheri, grassi e sale. Una lettura immediata che ne ha facilitato la diffusione in diversi Paesi europei, tra cui Francia, Germania e Belgio, ma ritenuta troppo semplicistica dai detrattori, che temono possa spingere a eliminare o ridurre drasticamente il consumo di alcuni alimenti simbolo del made in Italy. Secondo Patuanelli “la cruda realtà è che le esportazioni italiane coprono mercati che fanno gola ad altri”, ma da più di un anno gli scienziati ideatori del Nutri-Score rispondono alle critiche sostenendo che si tratta di un sistema coerente con la Dieta Mediterranea e che classifica, ad esempio, i formaggi italiani non peggio degli altri latticini consumati in Europa, da quelli francesi a quelli svizzeri. Nel frattempo, l’Italia ha notificato alla Commissione europea la proposta relativa al NutrInform.

LE ETICHETTE A CONFRONTO – Il sistema a semaforo (traffic light) del Nutri-Score si basa sulle tabelle nutrizionali dell’Agenzia alimentare del Regno Unito, ma è stato sviluppato dal Gruppo di ricerca di epidemiologia nutrizionale (Eren) guidato da Serge Hercberg, docente dell’Università Paris 13. Un team proveniente dall’Istituto francese per la salute e la ricerca medica (Inserm), dall’Istituto nazionale di ricerca agronomica (Inra) e dal Conservatorio nazionale di arti e mestieri (Cnam). Nell’etichetta, a ogni singolo alimento (su 100 grammi o 100 ml di prodotto) vengono assegnati una lettera e il relativo colore (A, verde scuro; B, verde chiaro; C, giallo; D, arancione; E, rosso), in base a un algoritmo che tiene conto degli elementi nutrizionali da limitare (calorie, grassi saturi, zuccheri e sale) e da prediligere (fibre, proteine, frutta, frutta secca e verdure). Al contrario il sistema a batteria Nutrinform proposto dall’Italia, come dichiarato dal Ministero delle Politiche agricole, “è frutto di un lungo percorso di condivisone con la filiera agroalimentare e di approfondimenti scientifici svolti prima dalla società Information Resources Inc. Italia e poi dall’Istituto Superiore di Sanità e dal Consiglio per la Ricerca Economica Alimentare (sempre del Mipaaf ndr), che hanno testato questo tipo di etichettatura su campioni rappresentativi di consumatori”. Il logo indica il contenuto di energia, grassi, grassi saturi, zuccheri e sale presente in una singola porzione di alimento e anche la percentuale rispetto alle quantità giornaliere di assunzione raccomandate per un adulto medio (per le calorie siamo sulle 2mila). La parte carica della batteria rappresenta graficamente la percentuale di energia o nutrienti contenuta in ogni porzione.

L’ULTIMA BUFERA – Recente l’ultima polemica. Il consulente del ministro della Salute, Walter Ricciardi, ha firmato un appello insieme a 270 scienziati europei, esperti di nutrizione e salute pubblica europei, oltre a 26 associazioni scientifiche, chiedendo alla Commissione Ue di adottare il Nutri-Score. Appello al quale hanno aderito 19 scienziati italiani, tra cui Silvio Garattini e Giuseppe Remuzzi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri e nel quale si definisce il Nutriscore come l’unico modello sviluppato “da ricercatori universitari senza alcun conflitto di interessi”, sostenendone la maggiore attendibilità rispetto ad alternative quali il sistema NutrInform Battery. Già a fine 2019, come docente dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, Ricciardi aveva firmato un articolo (sempre a sostegno del Nutri-Score) pubblicato da Scienza in Rete, insieme a Garattini, Paolo Vineis dell’Imperial College di Londra, Elio Riboli dell’Humanitas University Milano e dell’Imperial College di Londra e Mauro Serafini dell’Università degli Studi di Teramo. Pochi giorni prima lo stesso Serge Hercberg, ‘padre’ dell’etichettatura a semaforo, aveva commentato le parole spese dall’ex ministro Salvini nei confronti del Nutri-Score (“una boiata pazzesca”), dicendo che il leader della Lega difendeva “l’interesse di certi gruppi industriali italiani” e non la salute dei consumatori. A più di un anno di distanza a chiedere le dimissioni di Ricciardi non è solo Salvini. Ci sono, tra gli altri, Forza Italia, la presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, le associazioni di categoria.

LE CRITICHE AL NUTRI-SCORE – L’algoritmo Nutri-score è stato criticato, oltre che da diversi governi e gruppi industriali, anche numerosi nutrizionisti e dall’associazione degli agricoltori europei Copa-Cogeca. Secondo Philippe Legrand, direttore del Laboratorio di Biochimica della Nutrizione Umana dell’Agrocampus dell’Inserm, già esperto dell’Agenzia francese per la sicurezza sanitaria, le basi scientifiche su cui si basa sono molto discusse, a cominciare dalla lotta agli acidi grassi saturi “totalmente superata”, ancor più perché il Nutri-Score non distingue tra i diversi tipi di grassi che hanno funzioni ed effetti diversi. Secondo Legrand il Nutri-Score avrebbe dovuto limitarsi agli alimenti trasformati e lavorati, senza includere alimenti naturali di base, come olio, pesce, latticini e zucchero. In Italia sono in molti a pensare, come il presidente di Federalimentare Ivano Vacondio, che “il sistema del Nutri-Score metterebbe sullo stesso piano alimenti molto diversi, a discapito delle eccellenze della dieta mediterranea”, penalizzando prodotti “quali l’olio extravergine di oliva, il parmigiano e il prosciutto crudo”. Per l’europarlamentare ed ex ministro Paolo De Castro, si tratta di un sistema che non tiene in conto l’impatto ambientale “paradossalmente più pesante per gli alimenti che ottengono il bollino verde, perché sono cibi molto trasformati che necessitano di acqua, energia e packaging”. Coldiretti stima che l’etichetta francese metta in pericolo “46,1 miliardi di esportazioni agroalimentari italiane del 2020, in aumento anche nell’anno del Covid dell’1,8%”, finendo per escludere dalla dieta “alimenti sani e naturali – sostiene il presidente Ettore Prandini – per favorire prodotti artificiali di cui in alcuni casi non è nota neanche la ricetta”.

LA PRESA DI POSIZIONE – Il professore Mauro Serafini, docente di Alimentazione e nutrizione umana alla facoltà di Bioscienze dell’Università di Teramo è tra i 19 scienziati italiani (Ricciardi compreso) che hanno firmato l’appello in sostegno del Nutri-Score. “Qualsiasi etichettatura nutrizionale dovrebbe essere associata a una cultura dell’alimentazione e del proprio corpo – spiega a ilfattoquotidiano.it – ma credo che il Nutri-Score sia comunque più efficace, perché parte da una solida letteratura scientifica, i dati sono stati applicati su studi epidemiologici di coorte e il sistema a semaforo offre una lettura molto più immediata al consumatore”. In pratica si capisce subito se il consumo di un determinato elemento va limitato. “Limitato, appunto, e non totalmente bannato”, aggiunge. Eppure, una così netta indicazione potrebbe avere conseguenze sugli acquisti. “Non possiamo escluderlo – spiega – ma dobbiamo domandarci se l’etichettatura abbia come obiettivo quello di migliorare le abitudini alimentari degli europei o quello di tutelare i prodotti, senza impattare sulle vendite”.

LE CRITICHE AL NUTRINFORM – Il sistema italiano non ‘boccia’ nessun alimento, ma la lettura non è così immediata. “Questo significa non toccare nessun interesse – replica Serafini – perché si scorpora l’alimento dicendo, ad esempio, che percentuale di zuccheri contiene rispetto a quella che posso assumere al giorno”. Per Serafini l’etichettatura proposta dall’Italia ha più di un limite. “Non so quante persone si fermeranno a fare i calcoli delle percentuali al supermercato – aggiunge – ma è evidente che il consumatore potrebbe anche rientrare nelle dosi raccomandante prendendo tutti gli zuccheri dalle bevande gasate, invece che dalla frutta. Eppure c’è una differenza sostanziale tra le due fonti. In questo modo non si educa a una corretta alimentazione”. Serafini ricorda, inoltre, che le quantità suggerite “sono valide per una persona normale sana, ma dovrebbero necessariamente variare per gli sportivi, i bambini, le persone con determinate patologie”. Un altro problema riguarda, invece, la capacità di raggiungere il consumatore ovunque e non solo al supermercato: “Con il Nutri-Score tutti ricorderebbero facilmente il colore attribuito a una banana o a qualsiasi altro alimento, anche facendo la spesa al mercato (dunque senza alcuna etichettatura, ndr), abituandosi invece al Nutrinform in un contesto come quello del mercato il consumatore si troverebbe senza alcuno strumento”.

ALIMENTI A CONFRONTO, MA DELLO STESSO GRUPPO – Secondo il ministro Mariastella Gelmini con il sistema francese “prodotti come la Coca-cola zero sono considerati più salutari del parmigiano reggiano, dell’olio d’oliva e del prosciutto di Parma”. Serafini spiega, però, che il Nutri-Score nasce per confrontare alimenti dello stesso gruppo: “Non posso certo paragonare la frutta con il formaggio. E questo andrà spiegato al consumatore”. Già un anno fa, rispondendo alle polemiche, Hercberg e il suo team hanno sottolineato che “comparare l’olio di oliva alla Coca-Cola Light non ha alcun senso” perché il consumatore vuole confrontare “la qualità nutrizionale degli alimenti che possono sostituirsi tra loro”. Così, se vuole acquistare un olio, potrà scegliere quello classificato come migliore. L’olio d’oliva si classifica C (colore giallo), il miglior punteggio per i grassi aggiunti e gli oli vegetali, meglio di quello di soia, di girasole e di mais (D), di quello di cocco e di palma e del burro, tutti nella categoria E, in modo “totalmente coerente con la dieta mediterranea” che “mai promuove formaggi e salumi (per la maggior parte in D e qualcuno in E, che siano italiani oppure no)”, ha spiegato il team dell’Eren. Per Hercberg, invece, è il sistema italiano a batteria a essere “senza basi scientifiche” e “sostenuto dalle lobby italiane”.

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