Boss, affiliati, imprenditori e un commercialista. Ci sono pure tre poliziotti tra gli oltre 100 indagati dell’inchiesta “Handover-Pecunia Olet” che, stamattina, ha portato all’arresto di 53 persone ritenute vicine alla cosca Pesce di Rosarno. Il blitz è scattato all’alba e anche Vincenzo Pesce detto “Sciorta”, l’uomo delle estorsioni del clan, compare nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata dal gip Vincenzo Quaranta su richiesta del procuratore di Reggio Calabria Giovanni Bombardieri, dell’aggiunto Gaetano Paci e dei pm Francesco Ponzetta, Paola D’Ambrosio e Adriana Sciglio.

Dagli appalti nel porto di Gioia Tauro alla guardiania, passando per il pizzo di cittadini: dovevano chiedere l’autorizzazione della cosca anche solo per vendere un appezzamento di terreno. A Rosarno non c’è attività commerciale o imprenditoriale che possa esistere se non per volere della ‘ndrangheta. È questo il dato più significativo dell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia che ha sequestrato anche una cooperativa agricola e un’impresa individuale per un valore di oltre 8,5 milioni di euro.

Complessivamente 44 indagati sono finiti in carcere e 9 agli arresti domiciliari. Tutti sono accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa, detenzione, porto e ricettazione illegale di armi, estorsioni, favoreggiamento personale, aggravati dalla circostanza del metodo e dell’agevolazione mafiosa, nonché per traffico e cessione di sostanze stupefacenti. L’inchiesta ha fatto luce, inoltre, sulla gestione monopolistica della cosca sul settore della grande distribuzione alimentare e alle attività economiche collegate. Tra gli indagati, infatti, c’è l’imprenditore Rocco Cambria, di Milazzo, accusato di aver fornito “in qualità di amministratore legale della ‘F.lli Cambria S.p.A.’, un contributo causalmente diretto alla conservazione o al rafforzamento” della cosca Pesce.

Nonostante sapesse di trattare con la ‘ndrangheta, secondo i pm, l’imprenditore siciliano ha cercato di mettersi al riparo da possibili indagini nei suoi confronti creando una sorta di schermo. Per farlo è accusato di aver stipulato accordi con un’azienda di autotrasporti pulita riferibile a soggetti incensurati. La società affidava sua volta i trasporti ad altre imprese, queste ultime gradite al clan. Lo stratagemma sarebbe ideato dal commercialista Tiberio Sorrenti, ritenuto intraneo alla cosca Pesce e considerato il mediatore tra la ‘ndrangheta e gli imprenditori taglieggiati o disposti, secondo la Dda, a stringere accordi collusivi con il clan. L’accusa, per il professionista, è di associazione a delinquere di stampo mafioso perché, scrivono i pm – “si prestava alla tenuta delle scritture contabili alle ditte fittiziamente intestate a terzi soggetti, ma riconducibili alla cosca Pesce”. Inoltre, “metteva a disposizione il proprio studio commerciale quale luogo privilegiato di incontro per affrontare questioni di interesse della cosca e degli affari illeciti da questa perseguiti”. In sostanza, Sorrenti era “il regista di attività connesse alla gestione ed all’occultamento e schermatura del patrimonio illecitamente accumulato dalla cosca”.

Per il procuratore Bombardieri, quella di Sorrenti “è un’attività svolta in maniera organica alla ‘ndrangheta, addirittura mediando quando si sono create delle incomprensioni all’interno della stessa famiglia mafiosa”. Per quanto riguarda, invece, l’imprenditore siciliano, il gip riporta nell’ordinanza cosa scrivono i pm: “Cambria ha dovuto fare i conti per raggiungere i suoi obbiettivi con le logiche e le dinamiche ‘ndranghetiste che caratterizzano il territorio calabrese ove l’iniziativa economica non è libera ma deve sottostare non solo alle regole legali di mercato ma anche a quelle di promanazione mafiosa”.

Nonostante gli arresti degli ultimi anni e molti boss al 41 bis, i Pesce hanno dimostrato la loro capacità di riorganizzarsi e proseguire nella gestione delle attività illecite, operando nei settori del traffico di sostanze stupefacenti, delle estorsioni in danno di operatori economici, del controllo delle attività appaltate dall’autorità portuale di Goia Tauro. Pure sulla proprietà privata dei rosarnesi, la cosca aveva le sue pretese: imponeva i guardiani negli appezzamenti di terreno. Rosarno, infatti, era sotto la “signoria” dei Pesce che, assieme ai Bellocco e ai Piromalli, imponevano mille euro all’anno di pizzo ai proprietari terrieri.

Doveva pagare 3mila euro al mese anche la ditta che si era aggiudicata l’appalto per la raccolta dei rifiuti solidi urbani a San Ferdinando dove i Pesce avevano inizialmente pensato di gestire pure i lavori relativi alla manutenzione del verde pubblico. Non ci sono riusciti ma, stando alle indagini, si sono infiltrati nei lavori effettuati pubblici nell’area portuale. Come quello per la costruzione di un terminal intermodale realizzato da una società lombarda e finito in sub appalto ad altre ditte, alcune delle quali erano state indicate dalle cosche.

Tra i più importanti del Mediterraneo, il porto di Gioia Tauro da sempre è in mano ai Piromalli e ai Molé. Una sorta di dependance della ‘ndrangheta di Gioia Tauro che, però, ricade in buona parte nel territorio di San Ferdinando controllato dalla cosca di Rosarno. Proprio per questo, in un’intercettazione del 2017, Antonino Pesce detto “Pizzolino” pretende la sua parte sui proventi connessi alla realizzazione del terminal intermodale: “Non so come sono combinati a Gioia… quella è casa nostra… perché là siamo… là è casa nostra, voi lo sapete, San Ferdinando è casa nostra”. “Credo che sia l’occasione per dire a tutti gli imprenditori di farsi avanti e collaborare con le forze dell’ordine e della magistratura. Questa operazione dimostra che è possibile fare in modo che questi soggetti vengano arrestati e quindi liberare il territorio dalla cappa oppressiva in cui loro l’hanno costretto”, dice il procuratore aggiunto Gaetano Paci.

Nell’inchiesta sono indagati anche tre poliziotti in servizio presso l’unità distaccata di Gioia Tauro della squadra mobile, il commissariato di Gioia Tauro e la sezione di Palmi della polizia stradale. Pure loro sono accusati di aver favorito i Pesce e per questo, stamattina, hanno ricevuto un avviso di garanzia “a dimostrazione – ha spiegato il questore Bruno Megale – che, nella nostra attività, non guardiamo veramente in faccia nessuno. Laddove ci sia la necessità, facciamo pulizia anche al nostro interno”.

In una nota dell’ordinanza di custodia cautelare compare pure un passaggio a sfondo politico. In un’intercettazione del 26 gennaio 2018, infatti, un “ignoto interlocutore” parla con Antonino Pesce “Pizzolino” facendo riferimento – scrive il gip – “anche all’imminente affidamento dei lavori del verde pubblico e della pulizia spiagge, menzionando per il verde pubblico la ditta di tale Gioffré, già affidataria di lavori di pulizia da parte del Comune di San Ferdinando”. Tale Gioffré” non è indagato ma la polizia giudiziaria lo identifica lo stesso in una nota inserita dal gip nel provvedimento di arresto. Si tratta di “Gioffré Vincenzo classe 1981, – si legge nell’ordinanza – oltre ad esser ritenuto il regista del successo elettorale ottenuto dalla Lega nella città medmea, in occasione delle elezioni politiche del 2018 e delle elezioni europee dello scorso maggio 2019, si segnala per essere entrato in affari con soggetti ritenuti contigui alle cosche Pesce-Bellocco”.

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