Mentre in alcuni ospedali d’Italia tornano a mancare respiratori, quelli donati da Mosca e ancora sigillati potrebbero finire presto al macero. In alternativa prendere il largo, con una vendita all’asta tra paesi extra Ue, Africa, Asia, Cina o Sud America. La dogana è quella di Fiumicino, dove restano abbandonati da un anno perché quella è merce che scotta non una ma due volte: sia perché andavano letteralmente a fuoco e sia per l’accusa mossa da Washington a Mosca di usare gli aiuti Covid per operazioni di spionaggio che anche in Italia non mancano, vedi l’inchiesta allo Stato Maggiore della Difesa costata l’espulsione di funzionari russi e l’arresto del capitano di fregata Walter Biot.

Di quei dispositivi non si aveva più notizia. Il generale Figliuolo ha mandato i suoi militari a vedere cosa c’è effettivamente negli scatoloni 50X50 abbandonati lungo un intero anno di emergenza. Non si sa se a seguito del passaggio di consegne con il predecessore Domenico Arcuri o se perché alcuni ospedali, come quello di Cosenza, lamentano la mancanza di impianti per la ventilazione polmonare nelle terapie intensive. Li ha trovati dove sono sempre stati: in un magazzino alla periferia di Roma ancora sigillati, come mostrano le foto esclusive del fattoquotidiano.it. Apparecchi bianchi e blu, istruzioni in cirillico.

Il loro arrivo in Italia, non senza polemiche, aveva seguito la via diplomatica. A marzo 2020 Mosca li aveva donati a vari paesi tra cui Serbia, Bielorussia e anche allo Stato di New York. L’offerta all’Italia fu fatta direttamente da Putin a Giuseppe Conte nel corso di una telefonata ai primi di marzo, insieme a un contingente di militari, sanitari ed esperti. Il canale per la donazione fu l’ambasciata l’ambasciatore in Russia. Parte della merce fu poi effettivamente trasferita per l’assegnazione negli ospedali di Bergamo e Milano, all’epoca al collasso. Furono gli Alpini e i militari dell’Armata Rossa inviati da Putin ad avvitarli alle pareti.

Una parte invece non ci arrivò mai perché, di lì a qualche giorno, la stampa internazionale diede conto di una serie di incidenti mortali accorsi nei reparti dove venivano impiegati gli “Aventa-M” prodotti dalla Upz, società basata negli Urali che fa capo a Rostec, l’unica industria autorizzata da Mosca a fabbricare ventilatori in Russia. Ai primi di maggio a San Pietroburgo e Mosca morirono bruciati vivi sei pazienti. Non è stato stabilito in via definitiva se per un cortocircuito o un difetto di fabbricazione che innescava il surriscaldamento delle macchine. Secondo le autorità russe era il problema era limitato ai modelli prodotti successivamente ad aprile. Il timbro apposto al documento di importazione via “cargo diplomatico” di quelli a Fiumicino porta la data del 28 aprile.

Quei respiratori potrebbero anche dotare un intero reparto di terapie intensiva ma sono esattamente dove furono stoccati un anno fa, con tanto di lettera di vettura indirizzata al Ministero degli Affari Esteri. Gli uomini di Figliulo si sono ritrovati davanti 70 colli con 35 macchine, il residuo dell’operazione solidale di Mosca. Quello che invece non hanno trovato è il marchio “CE” che non ne consentirebbe l’impiego su suolo europeo. Tutta la parte accessoria, dai tubi alle mascherine interne, ne è provvista salvo il “motore” che dunque difficilmente può essere utilizzato in Europa. Che farne ora? Il destino più probabile è la distruzione come merce abbandonata in dogana, ma si sta valutando anche la possibilità di metterla all’asta sul mercato internazionale consentendo a Paesi Extra Ue di valutarne l’acquisto insieme il rischio-sicurezza. Nella speranza che all’imbarazzo segua un qualche ristoro per le casse pubbliche.

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