Merita una riflessione la notizia, passata quasi inosservata, che nella battaglia elettorale per Milano, Forza Italia ha voluto subito innalzare, contro il novello EuroVerde Giuseppe Sala, il vessillo degli automobilisti oltranzisti. Obiettivi: abolire l’area B, che vieta la circolazione in città di veicoli considerati più inquinanti; limitare a poche ore mattutine l’accesso a pagamento nel centro storico (area C); rilanciare la costruzione di parcheggi sotterranei e difendere gli spazi macchina; cancellare le piste ciclabili post-lockdown e le nuove Ztl, come quella prevista nel quartiere cult della neo-borghesia, l’Isola.

Così Fi spera di non farsi schiacciare troppo dagli alleati, Lega e Fratelli d’Italia, che si sono ritrovati sostanzialmente a convergere (e a concorrere, come si evince anche dall’aperta sfida tra i leader Salvini e Meloni) su quel populismo sovranista-identitario che s’avanza come nuovo spettro per l’Europa, incardinato principalmente sul tema dell’emigrazione. Ma, forse nella Milano metropolitana ricca, dove più di 300mila stranieri servono al bel vivere di quella fetta opulenta del milione di residenti adulti con diritto al voto, ‘Prima gli italiani’ non è una parola d’ordine così vincente, e ‘Prima gli automobilisti’ si può pur ben affiancare come slogan. In fondo, anche nei quartieri periferici popolari molti rimpiangono la cara vecchia e grigia mobilità a quattro ruote, piuttosto che apprezzare i nuovi spazi colorati a scacchi nelle piazze e negli incroci pedonalizzati di oggi.

Il caso Milano insegna quanto oggi gli ambientalisti dovrebbero considerare prima di tutto lo standard di credibilità socio-economica delle proposte, se intendono affrontare una seria sfida contro il populismo, proprio perché questo fenomeno politico affonda le radici nelle crescenti diseguaglianze e nella crisi del cosiddetto ceto medio, come spiegano le ricerche dei politologi più attenti alle analisi elettorali (Pier Giorgio Ardeni, Le ragioni del populismo, Laterza 2020). Solo parlando di nuova mobilità, senza per forza pensare ai costi di un bolide Tesla, oggi una qualunque city-car ibrida ha una soglia d’accesso medio-alta, e da mesi nei negozi di Milano si fa fatica persino a comprare una bici a buon mercato.

Nemmeno poter girare con il car-sharing, o sui monopattini o le bici o le moto elettriche in condivisione, che si trovano a ogni angolo del cuore della metropoli milanese, è propriamente alla portata di tutti, dato che ci vogliono carta di credito e smartphone. C’è poi l’ipocrisia di non tener conto dell’eco-disastro che un primo ‘ingenuo’ approccio alla mobilità dolce rischia di produrre, sia nei termini propri, dei danni ambientali dimostrati dell’e-mob, non solo per il ciclo di vita troppo breve delle batterie. Per non dire delle ricadute sociali negative in termini occupazionali e dei riflessi geopolitici, data la dipendenza assoluta dal mercato cinese e asiatico.

A toccare tutti più da vicino è poi il tema della difficile convivenza di questa nuova e-mob metropolitana con i pedoni. Oggi a Milano basta fare quattro passi per rendersi conto quanto sarebbe necessario un progetto di rieducazione civica stradale, altro che gli ausiliari della sosta. Tra l’altro, ciclisti e mono-pattinisti indisciplinati, per non dire dei motociclisti o dei tanti micro-mini-smart automobilisti, con certi comportamenti alla guida e l’anarchia nei posteggi, sono impopolari quasi quanto gli automobilisti selvaggi, soprattutto tra le categorie più fragili di cittadini, anziani, ipovedenti, portatori di handicap. E’ bello fare i verdi, sì, ma non a spese dell’ambiente, e quello sociale vale come l’aria che si respira. A spazzar via l’equivoco classista-elitarista, per ora provano solo i teorici post-marxisti dell’ecologia integrale, che vogliono imporre l’ambiente come cardine di un più ampio ‘bene-comunismo’, nel senso di tutela prioritaria e comunitaria dei beni di tutti.

Che i bambini schiavi delle miniere di cobalto, gli ecosistemi distrutti per la caccia al nichel e le discariche piene di batterie elettriche siano l’altra faccia di una mobilità dolce per il genere ‘milanesi imbruttiti’, è impensabile e inaccettabile. Se non si corregge questa rotta, in chiave nazionale è evidente il rischio che un nuovo Green&Blu genere Verde-Sala, con le sigle arcobaleno di contorno, sommato al rosso spento di un Pd ‘dei diritti’ e al giallo sbiadito dei 5Stelle istituzionalizzati, fornisca nuovo alimento per l’egemonia populista-sovranista.

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