Il sistema Italia (governo, armatori, consumatori) si ritrova invischiato nel saccheggio del pesce che dall’Africa Occidentale è arrivato finora sulle tavole degli italiani. I documenti e le testimonianze riservate raccolte da ilfattoquotidiano.it svelano le falle giuridiche e l’omertà istituzionale nel sistema europeo di contrasto alla pesca illegittima nei paesi d’Oltremare. I fondali del Golfo di Guinea sono colonizzati da pescherecci a strascico stranieri che li svuotano, impoverendo i pescatori autoctoni, spesso violando la legge e causando agli Stati costieri perdite stimate dalla FAO a oltre 2 miliardi di euro l’anno.

A farla da padrona è la flotta cinese, affiancata da quella coreana, russa, francese, spagnola, egiziana e quella italiana che dal 2000 ad oggi si è ridotta a poche unità. Sei di esse, registrate in Sicilia, hanno agito per anni in modo illecito o sospetto lungo le coste africane, soprattutto in Sierra Leone che ha rilasciato loro licenze di pesca tra il 2016 e il 2020. Si tratta di Twenty, Eighteen, Orione Q e Pegaso Q della società armatrice Asaro e Idra Q e Myra Q della Italfish. Almeno tre di esse sembrano aver strascicato dove non dovevano, ossia nella fascia costiera che la Sierra Leone riserva alla piccola pesca artigianale. E’ quanto emerge dalla mappa Global Fish Watch che intercetta i segnali trasmessi dalle antenne satellitari AIS, obbligatorie sulle barche di grossa stazza per evitare collisioni. “Analizzando velocità e direzione in base ai dati AIS, identifichiamo i navigli che stanno probabilmente pescando, ma senza averne prova certa”, spiega Maria Valentine dell’ong Oceana, curatrice del progetto.

Clicca sui punti rossi per visualizzare i dettagli delle presunte operazioni di strascico dei pescherecci che hanno sconfinato nella fascia costiera riservata alla pesca artigianale (delimitata dalla linee nere) – I punti verdi sono esempi di sconfinamenti senza strascico.

Gli sconfinamenti sono stati confermati alle ong CFFA, Bloom, Living Seas da pescatori sierraleonesi che hanno segnalato pure incursioni nei luoghi protetti di riproduzione e trasbordi di pescato non autorizzati. Le ong hanno denunciato alla Commissione europea l’inerzia del governo italiano che, come prescrive la normativa Ue, ha l’obbligo di monitorare ed eventualmente sanzionare le imbarcazioni che battono la propria bandiera. La legge italiana prevede fino 2 anni di reclusione o 12mila euro di penale se si pesca in spazi interdetti. Non è la prima volta che l’Italia viene richiamata per la sua carente sorveglianza. In un audit del 2019 l’esecutivo di Bruxelles ha reiterato l’inadeguatezza del suo sistema di geolocalizzazione VMS, obbligatorio per gli organi nazionali di controllo e le barche di oltre 15 metri. Mancanze già evidenziate nel 2015 per le sei imbarcazioni mazaresi che all’epoca operavano nelle vicine Guinea Bissau e Gambia. Quest’ultimo paese aveva per di più ammesso le unità nelle proprie acque con concessioni private in violazione dell’accordo di pesca firmato con l’Ue. A maggio, Bruxelles ha archiviato tutti i contenziosi accontentandosi di un adeguamento a posteriori, nonostante i navigli inadempienti non siano stati puniti dalle autorità italiane. Roma ha ottenuto ulteriore clemenza sulla tardiva notifica del rinnovo delle licenze sierraleonesi alle solite barche, inviata all’Ue un anno dopo la scadenza del gennaio 2018.

Il Dipartimento Pesca del Ministero delle Politiche agricole respinge le accuse delle ong sulla Sierra Leone. E ha comunicato alla Commissione, che sulla questione ha aperto l’ennesimo fascicolo, l’assenza di qualsiasi irregolarità. A riprova, ha fornito un tabulato VMS che ricostruisce le intrusioni nell’area ristretta allo strascico, attribuendole al normale transito da e verso il porto, nonché ad avversità meteorologiche che avrebbero spinto verso terra un paio di unità. Una di queste, Pegaso Q, è stata però multata sul posto proprio per aver calato le reti nella zona proibita, a sud dell’Isola di Sherbro, tra il 6 e il 7 agosto 2019. Posizione e data coincidono con quelle riportate nei tracciati sia VMS che AIS.

Tracciati AIS su sulla mappa Global Fishing Watch: il cerchio bianco racchiude i punti dove l’imbarcazione Pegaso Q ha presumibilmente operato nella fascia riservata alla pesca artigianale tra le date 6 e 7 agosto 2019 – Infrazione accertata e sanzionata.

Il peschereccio mazarese ha pagato 25mila euro su un totale di 5 milioni di euro incassati dal governo sierraleonese da gennaio 2019 ad agosto 2020 da una dozzina di equipaggi multati (quasi tutti cinesi) che “rappresentano solo una frazione dei contravvenenti che invece sfuggono all’arresto”, precisa Dyhia Belhabib, analista ad Ecotrust Canada e Fondatrice di SpyGlass, banca dati sullo sciacallaggio ittico. La ricercatrice considera inoltre “strano che gli europei ricevono ammende più basse rispetto ai cinesi che, per infrazioni simili, sborsano spesso oltre 400mila euro”. Belhabib, in contatto con le autorità locali, ha riferito a ilfattoquotidiano.it che Pegaso Q è stata richiamato in porto per via della sua posizione anomala e nel giornale dell’osservatore di bordo sono state riscontrate le catture avvenute nella fascia vietata. No comment da parte di Asaro, proprietario di Pegaso Q e di Eighteen, l’altra unità che ufficialmente avrebbe sconfinato per via dell’infelice meteo, e sulla quale peraltro nel 2017 erano state rinvenute pinne di squalo (praticata bandita dall’Ue per tutelare la specie).

Tracciati AIS sulla mappa Global Fishing Watch: il cerchio bianco racchiude i punti dove l’imbarcazione Eighteen ha presumibilmente operato nella fascia riservata alla pesca artigianale, nei pressi dell’Isola Sherbro, tra le date 15 e 23 ottobre 2017 – Infrazione non accertata.

“Chissà quante violazioni sono sfuggite al governo italiano”, insinua Belhabib; “il nostro studio dimostra che una navigazione dinanzi alla costa di oltre tre ore, tempo più che sufficiente per l’approdo, significa che si sta pescando, come ha fatto Idra Q nel 2016”. L’imbarcazione di Italfish, stando ai rilevamenti AIS, avrebbe presumibilmente operato intorno alle inviolabili Isole Banana fino al 2018. “Costeggiavamo l’arcipelago fino alla rada litoranea per il cambio turni e viveri, appoggiandoci alla nostra agenzia locale”, si difende Massimo Sabato, Direttore dell’azienda. “Ho sorpreso spesso cinesi e italiani a pescare nei paraggi’, protesta l’isolano delle Banana, Samuel Caulker, “tiriamo su sempre meno pesce, quasi tutto accaparrato dalle grandi barche straniere che, seppur multate, continuano le loro scorribande”.


Tracciati AIS su Global Fishing Watch: il cerchio bianco racchiude i punti dove l’imbarcazione Idra Q ha presumibilmente operato nella fascia riservata alla pesca artigianale, nei pressi delle Isole Banana, nelle date 22 novembre 2017 e 15 gennaio, 6 febbraio 2018 – Infrazione non accertata.

Sheku Sei, responsabile al ministero della Pesca sierraleonese, confessa: “Abbiamo potenziato i pattugliamenti, ma molti predoni ci scappano ancora”. A luglio, tre battelli cinesi in stato di sequestro sono spariti dalla capitale portuale Freetown. Nel villaggio Yeliboya, nel nord del paese, il marinaio Saidu Sesay giura di aver avvistato bandiere straniere a largo anche durante il lockdown anti-Covid della prima settimana di maggio che ha provocato proteste e morti tra i pescatori artigianali contrari al fermo. “Frequente è la connivenza dell’amministrazione pubblica”, afferma Joe Rahal dell’ong Green Scenery. “Le barche d’oltre frontiera viaggiano con mucchi di denaro per elargire mazzette“, rivela anonimamente un agente di intermediazione. Che aggiunge: “Ho dovuto corrompere impiegati ministeriali con 400 euro l’uno per registrare le licenze dei miei clienti cinesi e italiani nel 2018 e 2019”.

Questa inchiesta è stato realizzata col supporto del Programma Money Trail (www.money-trail.org)

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