Il pesce catturato nel Golfo di Guinea dai pescherecci tricolore e dai loro concorrenti, con presunti illeciti alle spalle, segue oscuri percorsi fino all’ignaro consumatore. Sbocco chiave è l’Europa che deve compensare la domanda non soddisfatta internamente. I prodotti ittici, fonte di profitto per armatori e distributori internazionali, significano sussistenza economica per la popolazione della Sierra Leone che da essi trae il 12% del pil e l’80% delle proteine animali. Tuttavia, dagli anni ‘80 al 2010 si sono dimezzati da 618.40 a 315.40 milioni di tonnellate, secondo un rapporto Fao. “Molti pescherecci a strascico catturano pesci di piccola taglia, spesso usandoli come esca per prenderne di più grandi o ributtandoli morti in mare, impedendo loro di crescere, con gravi danni per il settore”, commenta l’ufficiale ministeriale Sheku Sei.

Per garantire l’approvvigionamento domestico, il governo impone agli stranieri di sbarcare almeno il 40% delle loro catture. Oltre che pagare una tassa sulla quota destinata all’export, un obbligo che Myra Q avrebbe violato nel 2016 con tanto di multa. Poiché la Sierra Leone non rispetta i requisiti sanitari Ue, non può spedirvi il pesce che viene quindi messo nei surgelatori a bordo e trasportato in Senegal che ne diventa l’esportatore ufficiale. FAO ed Eurostat non rivelano pubblicamente quanto pesce senegalese distribuito nell’Ue e in Italia è catturato in Sierra Leone. E l’etichettatura comunitaria offre poca trasparenza.

Risaliamo comunque la filiera. Luigi Giannini, Presidente di Federpesca dice: “Le due società italiane Asaro e Italfish cedono prevalentemente il loro pescato ai grossisti”. Quali ? Massimo Sabato, Direttore di Italfish che da fine 2018 è attiva solo in Guinea Bissau e in Sierra Leone catturava principalmente mazzancolle, risponde: “Vendevamo, oltre che ai trader in Spagna, ai principali grossisti del nostro paese, come Orogel, Arbi, Esca, Pescanova e Marr”. Tutte le aziende citate negano. Mistero. In Sierra Leone l’insieme della flotta tricolore ha fatto razzia di cefalopodi (polpi, seppie, calamari), richiestissimi in Italia. Solo nel 2017 ne ha stivate quantità superiori a tutto il pesce imbarcato sulle piroghe dei pescatori autoctoni nel 2009: ben 318 tonnellate (il 38% dell’intero bottino delle sei imbarcazioni), di cui 92 di polpo. Valore approssimativo: circa 1,7 milioni di euro, a fronte di poco più di 500mila euro in licenze annuali (più royalties variabili) complessivamente versate al governo sierraleonese. Le catture in Sierra Leone e nei paesi limitrofi confluiscono nell’export di cefalopodi dal Senegal che si è riversato sul mercato italiano con circa 28mila tonnellate (186 milioni di euro) dal 2016 al 2019 e copre un’importante quota dell’import Ue di polpo, di cui l’Italia è il secondo acquirente dopo la Spagna (rapporto dell’Osservatorio europeo del mercato ittico).

“Data la loro elevata qualità, i prodotti di Asaro e Italfish vengono forniti dai grossisti preferibilmente alla ristorazione che purtroppo non ha l’obbligo di informare la clientela sull’origine degli alimenti”, continua Giannini. “Un ristoratore può’ spacciare per fresco del polpo congelato giunto dall’estero e acquistato a un prezzo più basso rispetto al quello pescato nel Mediterraneo”, puntualizza Tonino Giardini, Responsabile nazionale pesca di Coldiretti, “ciò penalizza i nostri pescatori locali, svantaggiati dai maggiori oneri di gestione, rispetto alle unità nei paesi extra-Ue con dubbi controlli di eticità”. Diversi grossisti della ristorazione da noi contattati, come Baldi e Sicilfood, non hanno saputo confermarci il luogo di cattura del polpo surgelato, pubblicizzano come senegalese sui loro siti web.


Le vie del commercio che portano il pesce dalla Sierra Leone fino in Italia

Neanche la distribuzione al dettaglio offre un’informazione completa. Le confezioni di pesce non lavorato devono indicare solo la regione oceanica che, per l’Africa occidentale, è la Zona FAO 34 (Atlantico Centro-orientale). Il polpo con tale codice è presente nella nota catena di supermercati Pam, che rifiuta di dire l’esatto paese di provenienza. A proporlo al pubblico è la stessa società Asaro sul suo negozio online TistaShop che sfoggia il bollino di sostenibilità Friend of the Sea, certificato da Rina nel 2017. Il servizio clientela dell’armatore ci precisa che tutto il polpo in vendita è della sua flotta. Ovvero quella in Sierra Leone che comprende il peschereccio multato Pegaso Q, che ha strascicato fino alla scorsa estate, nonché Eighteen e Twenty che per un certo periodo potrebbero aver esercitato senza permesso. “Le licenze, scadute il 3 dicembre 2016, non sembrano rinnovate per tutti e due i pescherecci sino a fine febbraio 2017”, chiarisce un anonimo funzionario sierraleonese dopo aver verificato i lacunosi elenchi ufficiali del Ministero della pesca.


Tracciati AIS su Global Fishing Watch: apparente attività di pesca di Eighteen durante un lasso di tempo incluso nel periodo (04/12/16-03/03/17) in cui non è reperibile alcuna licenza rilasciata dalla Sierra Leone.


Tracciati AIS su Global Fishing Watch: apparente attività di pesca di Twenty durante un lasso di tempo incluso nel periodo (04/12/16-03/03/17) in cui non è reperibile alcuna licenza rilasciata dalla Sierra Leone

I battelli tricolore hanno via via abbandonato la Sierra Leone. Orione Q è l’unico a mantenervi una licenza, rinnovata fino a gennaio 2021. La maggioranza delle specie ittiche continuano a essere sfruttate dai pescherecci cinesi che, attraverso triangolazioni commerciali, introducono in Europa prodotti altrimenti proibiti. “Le compagnie cinesi, contrariamente a quelle europee, non sono assoggettate al divieto di pescare polpi di peso inferiore a 450 grammi nell’Atlantico centro-orientale”, spiega Valentina Tepedino, direttrice di Eurofishmarket, “quindi capita che esemplari sotto-taglia, inammissibili in Europa se confezionati interi, vadano prima in Cina che poi li riesporta anche in Italia a pezzi o mischiati in preparazioni (esenti dall’indicazione della zona FAO)”. Le statistiche del ministero della Pesca sierraleonese mostrano che dal 2016 al 2019 la flotta cinese, composta da oltre 70 unità (il 75% di tutte quelle straniere), si è aggiudicata il record di catture con 167mila tonnellate di pesce. Le sei barche italiane (terze dopo i russi) ne hanno totalizzate poco più di 13mila. Tale quantità è però sette volte superiore a quanto comunicato dal Dipartimento pesca italiano (1.780). La direttrice ministeriale, Kadijatu Jalloh, dichiara dal suo ufficio di Freetown: “Quantifichiamo le catture in base ai giornali di bordo degli osservatori, non dei capitani (che invece rendicontano allo stato di bandiera)”.

Il Dipartimento italiano invoca divergenze metodologiche nel conteggio delle catture annuali. “Questa apparente discrepanza mette in discussione la capacità del governo di controllare le attività della propria flotta”, denuncia Dyhia Belhabib di Ecotrust Canada. “La Commissione europea deve far luce sulle scorrettezze da noi denunciate“, chiede Beatrice Gorez dell’Ong CFFA. Di fronte all’inazione di Roma, Bruxelles ha facoltà di indagare in maniera autonoma e aggiungere alla lista nera Ue le imbarcazioni giudicate fuorilegge, annullandone le licenze.

Ha collaborato dalla Sierra Leone, Alpha Kamara

Questa inchiesta è stato realizzata col supporto del Programma Money Trail (www.money-trail.org)

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