La svolta verde, almeno per ora, esiste solo nella nostra immaginazione. La speranza che il crollo dei consumi energetici causato dalla pandemia ci avrebbe riconsegnato un modello di sviluppo più sostenibile sembra essere solo un’illusione. Le dichiarazioni di politici e istituzioni sono state roboanti ma “c’è un evidente distacco da quella che è la realtà dei dati“, spiega a ilfattoquotidiano.it il presidente di Nomisma Energia Davide Tabarelli. “Sono 50 anni che si dice che i consumi di petrolio devono calare e che bisogna ridurre la dipendenza dalle fonti fossili. Eppure la domanda non ha fatto altro che crescere”, ricorda l’esperto. E sarà così anche questa volta stando alle cifre contenute nel nuovo rapporto dell‘International energy agency (Iea) da cui non emerge alcun rallentamento nel consumo di combustibili fossili nei prossimi cinque anni. Anzi, nel 2023 dovrebbe essere superata la storica soglia dei 100 milioni di barili consumati ogni giorno, per poi salire gradualmente fino ai 104 milioni di barili del 2026, l’ultimo anno fin cui si spingono le stime Iea. Il rialzo dei consumi dipende soprattutto dall’Asia, il continente in cui si gioca la vera partita sul futuro del pianeta.

La pandemia, certo, si è fatta sentire. Nel 2019 si sono sono consumati 99,7 milioni di barili al giorno, nel 2020 quasi 9 milioni in meno, soprattutto a causa del crollo dei collegamenti aerei (che assorbono circa il 20% dei consumi di carburante) oltre che per il generale rallentamento di attività produttive e trasporti. Ma i livelli pre-crisi dovrebbero essere recuperati già l’anno prossimo. Gli investimenti nei “pozzi” sono diminuiti ma le scorte accumulate non dovrebbero far mancare alle richieste neppure una goccia. Senza contare che sul mercato sono ancora assenti il greggio venezuelano e buona parte di quelli libico e iraniano. E ci sono fattori in grado di sostenere e accrescere la domanda. Basti pensare che se in Cina ci fosse la stessa densità di auto che c’è in Europa i consumi di benzina e diesel raddoppierebbero. Gli obiettivi di riduzione delle emissioni, da raggiungere entro il 2030 in base agli accordi di Parigi, verranno quasi certamente “bucati”. Tabarelli ricorda come per raggiungere il traguardo indicato, le emissioni dovrebbero scendere dell’8% l’anno. Impossibile, a meno di ulteriori “catastrofi” che davvero nessuno si augura.

Ora però ci sono in tutto il mondo ingenti investimenti a favore dello sviluppo sostenibile, si potrebbe obiettare. Purtroppo anche qui la realtà è un po’ diversa da come viene raccontata. Vivid Economics monitora costantemente come e dove vengono destinati gli stanziamenti pubblici per fronteggiare l’emergenza Covid nelle 30 principali economie al mondo, con una particolare attenzione alle ricadute in termini di sostenibilità. Il quadro complessivo non è entusiasmante. Solo il 12% dei fondi erogati è destinato a progetti per la riduzione delle emissioni. Meno di quel 16% che aveva caratterizzato gli interventi post crisi 2008, fa notare il quotidiano britannico The Guardian. A febbraio gli stanziamenti complessivi ammontavano a poco meno di 15mila miliardi di dollari (12.600 miliardi di euro), di cui 4,6 mila miliardi destinati a settori rilevanti da un punto di vista ambientale come l’industria, l’agricoltura, la gestione dei rifiuti o i trasporti. Solo 1.800 miliardi hanno però riguardato progetti in grado di ridurre l’ inquinamento mentre gli altri 2.800 sono andati ad attività che hanno incrementato le emissioni.

L’Italia continua a fare peggio degli altri – “Molto di più dev’essere fatto perché si possa assistere ad una vera ripresa verde post-Covid” commenta Jeffrey Beyer, economista e co-autore dello studio che tuttavia spende anche qualche parola di ottimismo: “ci sono stati segnali incoraggianti da paesi come Canada e Stati Uniti”. Nel complesso gli stanziamenti USA rimangono comunque sbilanciati verso un aumento delle emissioni inquinanti. Purtroppo il nostro paese si distingue in negativo. “Le misure ambientali adottate nell’ambito dei vari interventi di sostegno all’economia sono poche e l’Italia continua ha fare peggio dei paesi comparabili ” si legge nel rapporto che rimarca in particolare i sussidi erogati all’industria e ai trasporti senza alcuna condizionalità di natura ambientale. Viene invece giudicato positivamente l’impianto complessivo del Recovery fund europeo da 750 miliardi di euro che vincola buona parte delle risorse al rispetto di requisiti di sostenibilità. Ma l’Europa è responsabile solo del 20% delle emissioni di Co2 nell’atmosfera.

Auto elettrica, futuro o illusione pericolosa? – “Il mio timore è che in Italia e in Europa si punterà soprattutto sullo sviluppo di colonnine per l’alimentazione di auto elettriche. Lo ritengo uno spreco“, sottolinea Davide Tabarelli che aggiunge “il fatto è cha agire su altri settori è molto più complesso e quindi i governi incidono dove è più semplice”. L’auto elettrica è altro tema dove da un grammo di realtà si sono costruiti quintali di illusioni. Le previsioni sono abbastanza indicative. Oggi circolano nel mondo 20 milioni di vetture elettriche su un miliardo di veicoli. PwC stima che nel 2030 saranno 130 milioni, vale a dire una su sette. Per avere impatti significativi sul consumo di greggio (due milioni di barili in meno al giorno) bisogna raggiungere almeno la soglia dei 200 milioni di auto. Il più grande produttore al mondo di auto, la giapponese Toyota, ha sostanzialmente rinunciato alla motorizzazione interamente elettrica, privilegiando l’ibrido. L’auto elettrica comporta comunque che l’energia per ricaricarla venga prodotta a monte, generalmente questo avviene grazie a centrali elettriche che usano gas o altri combustibili fossili. Esiste inoltre un serio problema si smaltimento delle batterie che contengono composti estremamente inquinanti.

Secondo Tabarelli sarebbe opportuno innanzitutto incrementare le risorse destinate alle rinnovabili e quelle dedicate al miglioramento tecnologico delle reti. Reti evolute consentono infatti di gestire meglio gli alti e bassi delle produzioni da rinnovabili come eolico o solare e sfruttane appieno il potenziale. Un esempio: l’energia prodotta dagli impianti eolici di notte e che quindi non viene usata da industrie e popolazione, può essere impiegata per pompare verso l’alto l’acqua di impianti idroelettrici, cosa che oggi avviene solo in piccola misura ma che potrebbe migliorare con una rete più avanzata.

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