di Claudia Di Maio

Diamo il benvenuto all’immancabile condono fiscale che negli anni ha mutato nome e qualche finezza, ma mai la sostanza. Quest’anno però il Governo dei Migliori si è distinto… perché non solo ci ha posto davanti all’ennesima disfatta dello Stato, ma – in nome forse della discontinuità tanto acclamata – addirittura ci rimetterà il denaro già in atto di riscossione (circa 451 milioni).

La meravigliosa manovra annunciata nella conferenza stampa del 19 marzo 2021, reputata da Draghi non risolutiva per l’evasione fiscale men che meno per l’accumulo di cartelle esattoriali, è stata agghindata da una serie di perle enunciate da lui stesso e da illustri politici che hanno fatto assumere al condono una nota quasi zuzzurellona, più da troll come si dice nel gergo del web.

Cominciamo da Draghi:

– Ha definito la manovra un modo per permettere “all’amministrazione di perseguire la lotta all’evasione anche in modo più efficiente”. Quindi per lavorare meglio bisogna buttar via quello che non abbiamo saputo o potuto fare e ripartire.

– Ha precisato che ci sarà una “piccola riforma dei meccanismi di riscossione”. Quindi quando un rubinetto perde, bisogna prima asciugare l’acqua e poi ripararlo.

– Ha specificato che il condono è rivolto ad “una platea piccola di contribuenti che forse ha meno disponibilità” sulla base di una soglia di reddito di 30.000 euro che escluderà circa il 17% degli interessati. Probabilmente il nostro presidente del Consiglio non sa che in Italia un lavoratore dipendente nel 2019 ha percepito una Ral (retribuzione annuale lorda) media di 29.352 euro. Tutti comuni mortali a cui le tasse vengono sottratte alla fonte, senza risparmiare neanche gli stipendi minimi da fame previsti dai nostri Ccnl.

Poi ci sono gli eminenti politici che ci hanno regalato un cambio prospettiva asserendo che “un condono non rappresenta necessariamente un regalo ai furbetti, ma può essere un modo per far funzionare meglio lo Stato” (Bernini, Forza Italia). O che hanno smentito lo stesso Draghi che ci ha rabbonito con la “piccola platea” anticipando che “c’è un accordo ai massimi livelli, parliamo di 137 milioni di cartelle che riguardano 18 milioni di italiani: uno su tre. L’obiettivo è quello di cancellare il 90% di queste cartelle… basta con i multati a vita” (Salvini). Ma sì! Cestiniamo i debiti insieme al principio di uguaglianza garantito dalla Costituzione!

Per non parlare di quante volte gli evasori vengono chiamati poveracci che non possono pagare o furbetti. In barba agli onesti, a chi fa molte rinunce per non avere problemi con il fisco o a chi resta impotente o – come me – allibita di fronte alla differenza tra il proprio stipendio lordo e netto. I facenti parte di un cuscinetto razziato dallo Stato e deriso da chi costantemente beneficia di queste manovre. Eh sì, perché non solo molti degli evasori reiterano nel tempo i loro reati, ma vengono assiduamente graziati da questi “eccezionali” provvedimenti ogni 2 anni circa (dai dati di Banca d’Italia sono stati ben 25 dal 1973 al 2019).

Non starò qui a ripetere il mantra del “se tutti pagassero le tasse, queste diminuirebbero”, smentito da carte alla mano e illustri economisti, ma credo che le conseguenze di un’evasione fiscale da record come quella italiana siano ramificate in tutto il tessuto sociale. Dove un terzo dei cittadini evade il fisco con tecniche così sofisticate da fare invidia alle arti convenzionali. Questa è probabilmente la più autentica delle “Eccellenze Italiane”.

Concludo con una citazione della fumettista Silvia Ziche che con semplicità mi ha illuminato. “L’onestà paga. La disonestà è pagata”.

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