È trascorso un mese da quando Luca Attanasio, Vittorio Iacovacci e Mustapha Milambo Baguma sono stati brutalmente uccisi nella Repubblica Democratica del Congo, sulla route national 2 che da Goma porta verso Rutshuru, nel Nord Kivu. Un mese in cui dalla grande commozione già si rischia di passare all’oblio. In Congo, nessuno dei principali quotidiani online ricorda oggi Attanasio a un mese dalla sua morte. Poco lo spazio anche in Italia. E laddove c’è, tra le righe si dà per scontato che sarà impossibile risalire ai colpevoli. Pochi giorni fa il Programma alimentare mondiale (Wfp) ha reso noto che le conclusioni dell’inchiesta delle Nazioni Unite “sono state trasmesse alle autorità italiane e dovranno restare riservate”. “Subito dopo l’attacco – si legge nel comunicato – il Wfp ha chiesto all’Undss (Department of Safety and Security dell’Onu) di condurre una verifica dei fatti. Al contempo, il Wfp continua a collaborare strettamente con le autorità italiane e quelle congolesi che stanno attualmente conducendo le indagini” prosegue la nota. “Le conclusioni della verifica dei fatti dell’Undss sono state fatte pervenire alle autorità italiane: tali conclusioni devono rimanere riservate poiché contengono dati sensibili e informazioni personali e per garantire l’integrità delle indagini e delle verifiche in corso”. “Il Wfp e le Nazioni Unite – conclude la nota – sostengono le autorità congolesi e quelle italiane nelle loro indagini penali” e “stanno anche conducendo una verifica interna su procedure e politiche di sicurezza applicabili”.

Il 10 marzo anche il Parlamento Europeo aveva preso posizione con una risoluzione in cui “condanna con la più grande fermezza l’assassinio di Luca Attanasio, di Mustapha Milambo e di Vittorio Iacovacci, ed esprime la sua più profonda vicinanza alle famiglie delle vittime, al governo italiano e al personale nazionale del Wfp; deplora le perdite di vite umane e la morte di civili innocenti” e, più avanti, “chiede che sia condotta un’inchiesta approfondita, indipendente e trasparente sulle circostanze attorno a questo omicidio”. Reiterato l’appello al governo congolese e a tutti gli attori in campo perché si lotti contro l’impunità e si re-instauri il rispetto dei diritti umani nella regione.

Da ieri è disponibile su RaiNews il reportage realizzato da Veronica Fernandez e Andrea Vaccarella, che si sono recati a Kinshasa e poi a Goma e sono gli unici due italiani ad aver raggiunto il luogo dell’agguato e ad avercelo mostrato. Nel reportage attuale e nei servizi mandati in onda in precedenza, Fernandez parla con alcuni testimoni e in base ai loro racconti mostra il luogo preciso in cui sono stati trovati e soccorsi i nostri connazionali: ai piedi dei tre piloni che si trovano a pochissime centinaia di metri dalla strada. Non dunque in una non meglio precisata località nella foresta, come si era detto all’inizio. Fra le persone che parlano, una in particolare ci mette la faccia: Mambo Kawaya, coordinatore della societé civile del territorio del Nyiragongo, che afferma di essere giunto sul posto dell’agguato poco dopo l’assalto, quando ancora non erano arrivati i caschi blu, mostra i luoghi dove Attanasio e Iacovacci sono stati ritrovati, e afferma fra l’altro: “Non volevano ostaggi, credo”. La sua voce, unita a quelle che nel video amatoriale degli istanti dell’assalto indicano persone che si starebbero cambiando, togliendo delle divise per indossarne altre, suscita interrogativi che non trovano risposte nella versione ufficiale dei fatti.

E qui, alle discrepanze già notate, ne aggiungiamo una inedita: una fonte interna ben informata, che chiede l’anonimato per ragioni di sicurezza, rivela a Ilfattoquotidiano.it un particolare che getta una luce nuova sui fatti. Anzitutto, spiega che la zona in cui è avvenuto l’agguato non registra presenza di gruppi armati, che sono ad una certa distanza, nascosti dentro il parco dei Virunga (comprese le FDLR, accusate all’inizio): in quella zona opera l’esercito regolare, le Fardc, che hanno una postazione a pochissima distanza da 3 antennes, con una trentina di uomini, un battaglione dislocato a 15 minuti a piedi e il 3408° reggimento a 30 minuti a piedi, in direzione di Rutshuru. In questo periodo – ci spiega la fonte – è in costruzione una importante linea elettrica che deve portare la corrente dal parco alla città di Goma, per questo due plotoni sono stati destinati alla protezione dei lavoratori nel parco. Questi due plotoni (di una cinquantina di militari) si trovavano nella parte del parco dove inizia la foresta: “Se gli aggressori avessero voluto nascondersi nel parco – prosegue ancora la fonte – avrebbero dovuto necessariamente passare dove si trovavano i due plotoni, poiché il luogo dove è stato ucciso l’ambasciatore si trova in una zona di savana di circa 3 km a fianco della strada. Quindi, non è possibile nascondersi lì.”

Ma soprattutto: il 21 febbraio, la sera prima dell’agguato, nell’area attorno a Goma (comprese Kibumba e 3 antennes) è stata proclamata un’allerta. Un’allerta ufficiale, di cui a Kinshasa non si era a conoscenza, che ha mobilitato tutte le forze armate e che è stata revocata solo il 23 mattina, il giorno dopo l’uccisione dei nostri connazionali. La procedura, in questi casi, prevede che tutti i militari di stanza nella zona siano nelle loro postazioni, con le armi pronte per fronteggiare una minaccia imminente. L’allerta sembrava prospettare un rischio imminente sul capoluogo: un’unità era stata spostata d’urgenza da Masisi a Goma. Da chi e perché è stata proclamata l’allerta?
E soprattutto, perché in una situazione simile il convoglio del PAM si è potuto muovere e addirittura ha viaggiato senza scorta?

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