“Nemmeno l’acqua ci hanno fatto prendere. Io non mangio da 4 giorni”. È il racconto di uno dei detenuti del carcere di Lecce che da giorni, secondo quanto svelato al Fatto dai familiari, sarebbe stato trasferito in isolamento dopo aver scoperto di essere positivo al Covid. Non un caso isolato, però: il trasferimento avrebbe infatti riguardato complessivamente una decina di carcerati in particolare della sezione “C2” e sarebbe avvenuto nel corso della notte soprattutto senza che né i parenti né gli avvocati difensori dei detenuti fossero stati informati. E quando la notizia è arrivata ai familiari è scoppiata la rabbia. I parenti lamentano condizioni in cui da giorni si trovano i loro congiunti: “Letteralmente deportati, privi di effetti personali, cibo e acqua, in isolamento” scrive Francesca, sorella di un ospite dell’istituto penitenziario salentino. In una pec inviata alla direttrice del carcere Rita Monica Russo, al procuratore della Repubblica di Lecce Leonardo Leone De Castris e al ministro della Giustizia Marta Cartabia, la donna ha denunciato che di aver ricevuto “la disperata telefonata” del fratello con la quale oltre a informarla di aver contratto il Covid come altri detenuti della sua sezione, ha raccontato che “ai detenuti risultati positivi al Covid e spostati in isolamento non sarebbe stata fornita nemmeno una bottiglietta d’acqua e per questo sarebbero costretti a bere da rubinetti acqua sporca e maleodorante, decisamente non potabile”.

Da alcuni audio in possesso de ilfattoquotidiano.it è emerso inoltre che nelle scorse ore i detenuti avrebbero dato vita a uno sciopero: si sarebbero rifiutati di sottoporsi al rilevamento della temperatura svolta da un infermiere richiedendo la presenza di un medico che sostengono di non aver mai incontrato dal momento del loro collocamento in zona isolata. Contattata per fornire una chiarimento sulla vicenda, la direttrice della Casa circondariale leccese ha preferito non rispondere alle domande. E in risposta alla sorella del detenuto ha replicato che l’amministrazione “ha attivato il protocollo sanitario condiviso con il medico competente della ASL di Lecce ed il dirigente Sanitario” e “ ha adottato tutte le cure prescritte per i casi di positività asintomatica”. La direttrice ha fatto sapere anche che “i detenuti positivi da COVID-19 sono rutti monitorati e assistititi presso il reparto COVID-19 allestito dalla ASL di Lecce e non presentano sintomi”, per poi aggiungere che rispetto “alle ulteriori doglianze” della donna, “fornirà ogni informazione alla Sig.ra Ministra della Giustizia Marta Cartabia e al Sig. Procuratore della Repubblica di Lecce Leonardo Leone Dc Castris”.

E la procura, intanto, sta seguendo la vicenda: non ci sarebbero ancora fascicoli aperti, ma fonti giudiziarie fanno sapere che se dovessero emergere notizie di reato sarà chiaramente avviata un’azione penale. Intanto tra i parenti serpeggiano timori: ai detenuti positivi, infatti, sarebbe stato vietato di presentare le “domandine”, cioè le richieste da sottoporre alla direzione. Anche le video chiamate che in questo periodo hanno sostituito le visite familiari sono state vietate. Il telefono è l’unico mezzo con il quale i carcerati possono comunicare con i familiari. Ed è da queste telefonate, alcune delle quali registrate dai familiari, sarebbero emerse le notizie che stanno preoccupando le famiglie. “In questo momento di grande fragilità” si legge ancora nella lettera inviata alle istituzioni “si stanno calpestando non uno ma due diritti fondamentali degli esseri umani: quello all’acqua e alla salute. Mi chiedo se si stiano monitorando le condizioni di salute dei detenuti dal momento che non verrebbe fornita loro nemmeno l’acqua. E poi – chiede ancora la sorella di un detenuto – perché nessun legale è stato tempestivamente avvisato delle condizioni di salute dei rispettivi clienti? Si sarà ritenuto forse trascurabile il non comunicare ai famigliari che i propri cari hanno contratto il virus? È evidente come non esistano cittadini di serie A e serie B e anche se questi hanno commesso dei reati per i quali stanno pagando (altrimenti non sarebbero detenuti) non deve essere negato loro – ha aggiunto la donna – il diritto alla dignità”. La richiesta, quindi, è quella di fare luce sulla situazione che per i familiari non è degna “di un Paese civile quale si presume sia l’Italia”.

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