Chi si sognerebbe mai di sottoporre a giudizio popolare, di mettere ai voti la scelta di un chirurgo per una operazione al cuore o di un amministratore delegato di un’azienda pubblica oppure (so che mi avventuro in un terreno minato) per scegliere l’allenatore o i calciatori da acquistare per una squadra di calcio? Abbiamo già problemi seri quando bisogna trovare e votare i politici…

Perché mai allora si chiede ad un pubblico generalista – tendenzialmente, come è naturale che sia, senza conoscenze specifiche – di scegliere il logo, sulla base di un gradimento estetico-superficiale si suppone, per le Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026? La ricerca di consenso e pubblico (ma di che pubblico parliamo?) o più probabilmente la difficoltà o incapacità di mettere in campo le competenze legate al progetto, nelle scelte dei designer o nelle giurie di esperti, da molto tempo favorisce frettolose scorciatoie come i concorsi – o contest per dirlo più à la page – aperti all’universo mondo e perlopiù gratuiti, in cambio di una risibile millantata “visibilità”, che, come è noto, è il metodo con cui paghiamo l’idraulico o l’avvocato.

Insomma il medico, il Ceo, l’allenatore sono professioni serie dove conta ed è premiata la competenza valutabile per carriera, ruolo o giudizio “fra pari”; quando si parla di progettisti (architetto, designer, grafico; e poi certo anche fotografi, film o video maker etc) invece siamo di fronte a professioni e competenze disciplinari che chiunque, senza conoscenza alcuna, si può permettere di valutare o addirittura, perché anche di questo si parla, pensare poter sostituire.

Credo che ciò sia inaccettabile, da parte delle istituzioni, degli ordini professionali, forse anche degli stessi designer che accettano o si trovano nelle condizioni di accettare tali regole di ingaggio. Senza dire poi che in genere la fase iniziale di un concorso – come è ben noto – conta poco, perché i guadagni si fanno con lo sviluppo e realizzazione, perlopiù assegnati fuori bando e pubblico giudizio questa volta, perché quando ci sono i soldi non si scherza!

La vicenda del logo per l’olimpiade Milano-Cortina non comincia bene fin dal 2018, quando viene proposta una soluzione improvvisata ma rivendicata con orgoglio come – viene raccontato – un’“idea concepita e realizzata all’interno del palazzo del Coni, a costo zero”. Successivamente un concorso fra note agenzie di pubblicità, marketing e comunicazione (Omnicom, Publicis Groupe, Barabino & Partners, Interpublic e Armando Testa) permette di incaricare la milanese Landor Associates, che fa parte del gruppo multinazionale Wpp. Nessuna intenzione di entrare qui nel merito del progetto grafico dei due loghi Dado e Futura, “studiati – si legge – per piacere a chi, tra atleti e appassionati di sport invernali oggi ha 15 anni, ma nel 2026 magari sarà maggiorenne”.

Dal 6 marzo e per due settimane è possibile allora a chiunque votare il preferito ed il vincente, ci compiaciamo di sapere, sarà annunciato in una puntata speciale della trasmissione televisiva ‘I Soliti Ignoti’.

La questione è perché della bontà del lavoro di professionisti possano decidere persone che ne sanno molto poco; naturalmente non essendo il loro lavoro. Si tratta di una esplicita delegittimazione e svalutazione del ruolo dei designer del prodotto o della comunicazione o ancora peggio dell’equivoca illusione che alcune competenze derivate da un percorso di formazione disciplinare non servano e sia sufficiente una perlopiù improvvista soluzione informatica-digitale o altro per sostituirle. Dilettanti allo sbaraglio e “tool”izzazione del mondo: basta un programmino sul computer o sul mobile per essere fotografo, grafico, designer etc etc. Nel settore inoltre è molto temuta anche la soluzione affidata al “cuggino” di passaggio, all’occorrenza improvvisato ultraeconomico esperto.

Senza farla troppo difficile, si tratta dell’ennesimo manifestarsi dell’irrisolta questione della “disintermediazione” socio-politica-culturale caratteristica dei nostri tempi, dell’equivoco della possibilità (senza sensatezza) che tutti possano dire o fare tutto pur senza saperne nulla. In altri termini – conoscendo i rischi che corro a sollevare il tema in questa eletta sede online – gli equivoci della partecipazione diretta o di Internet, citando Umberto Eco, che ha dato la parola gli imbecilli.

Più modestamente però bisognerebbe che nel nostro Paese, come avviene in tutto il resto del mondo, quando si parla di progetto, dall’architettura al design, si chiamino sempre i competenti per fare quello per cui hanno studiato, sono preparati e sanno fare. E nel caso di necessità di giudizio e scelta si lasci che siano i professionisti del settore (progettisti o critici), in quanto conoscitori o detentori di strumenti di giudizio del lavoro specifico, a valutare e decidere. Come dicono ragione e buon senso.

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