La mia grammatica francese è carente. Ho una buona pronuncia, ma regole ed eccezioni non fanno per me. Ne sono consapevole, perciò quando parlo con chi ne sa più di me esordisco sempre con “se sbaglio correggimi e spiegami, per favore”. E quello è il modo più efficace che conosco per imparare un intero nuovo sistema di regole. Vorrei che gli uomini (e chiunque altro non sia convinto) facessero lo stesso col femminismo, mi piacerebbe che dicessero “sono carente sull’argomento, ti ascolto”.

Per questo 8 marzo, ecco otto frasi maschiliste che non sopporto più.

1) “Un po’ se l’è cercata”. Aggiungono un po’ all’inizio così sembrano meno stronzi. È l’abbreviazione di “non sono maschilista ma”. Vogliono dire che è ovvio che chi ha diffuso foto o video della ex su una chat del calcetto ha sbagliato, però lei ha sbagliato per prima. Siete proprio sicuri? Perché da quello che mi risulta inviare scatti al proprio partner non è un reato, diffonderli senza il suo consenso invece sì. Dopo l’approvazione della legge Codice Rosso, i casi di revenge porn sono almeno due al giorno. L’81% delle vittime è una donna, anche minorenni.

2) “Ma è solo un complimento”. Quando tra donne ci raccontiamo che l’ennesimo cretino ci ha clacsonato, la risposta classica (oltre a qualche parolaccia) è “sai che novità!”. E non è una frase fatta: più dell’80% delle donne ha subito catcalling. Se ti va bene – si fa per dire – ti becchi un “ciao bella”, se ti va male sei subito una troia. E no, non sono complimenti. Un complimento è se stiamo avendo una conversazione, se c’è feeling, non se io sono l’oggetto random del tuo desiderio per strada. Quella è molestia, perché infastidisce e spesso provoca paura.

3) “Le quote rosa sono imbarazzanti pure per voi!” Già. Anche a noi piacerebbe vivere in un mondo in cui le discriminazioni non esistono e quindi chiunque viene scelto solo in base alle competenze richieste, ma non è così. Perciò serve una legge che vada a normalizzare la presenza delle donne in ogni campo, uno strumento utile di cui a un certo punto potremo fare a meno, si spera. Quando c’è un’offerta imperdibile al supermercato, scrivono “massimo tre pezzi a cliente”. Perché? Perché se un affare è ottimo e ti pone in una condizione di vantaggio, tendi ad approfittarne. Ecco, le quote rosa sono quel cartello che dice: uomini, se prendete tutto voi perché la Storia vi ha abituati così, non resterà niente per altre persone meritevoli, quindi vi impongo di far spazio anche alle donne. Quando sarà chiaro che metà dello spazio ci spetta di diritto, forse la legge non servirà più.

4) “Non tutti gli uomini sono così”. Lo sappiamo, altrimenti odieremmo ogni uomo sulla faccia della Terra, compresi fidanzati, padri e altre potenziali brave persone. Ma non è questo il punto. Se un uomo venisse da me e mi dicesse “oggi mi hanno riempito di botte in Piazza Pallino” e io rispondessi “strano, Piazza Pallino è un posto così tranquillo”, questo dimostrerebbe una cosa molto semplice: non mi interessa ciò che hai vissuto, mi preme solo aggiungere il mio punto di vista su un elemento secondario. Se una donna dice “oggi uno mi ha palpeggiata” e tu rispondi “io non l’avrei mai fatto, non siamo tutti così”, stai sorvolando sul problema principale: fa male e siamo incazzate.

5) “Non fare la femminuccia”. Una frase che ha cresciuto intere generazioni di campioni mondiali di seppellimento di emozioni e sentimenti. Così tanti problemi in quattro parole: una visione del femminile come debole, la convinzione che il pianto e le lamentele siano un atteggiamento da donne, per non parlare dell’idea stessa che siano reazioni sempre negative e da evitare. Mi fa esplodere il cervello, quando la sento.

6) “Sei una donna con le palle”. Risata amara: spesso è un complimento, chi la usa in buona fede vuole dire che hai coraggio e determinazione. Come per la gemella delle righe precedenti, nasconde la convinzione che questi due attributi siano tipicamente del sesso maschile, quindi se li hai è giusto omaggiarti di un paio di palle ad honorem. Anche no, dai.

7) “Calciatrice, Avvocata, Ingegnera… ci sono cose più importanti a cui pensare”. Sicuramente. Considerando che al mondo c’è gente che muore di fame direi che ci sarebbe sempre qualcosa di più importante a cui pensare. Sorvoliamo su questa argomentazione. Io lo chiamo “femminismo gratuito”, quello del linguaggio. Mi piace perché usandolo immediatamente dimostri da che parte stai, e non devi fare nient’altro se non abituarti a quei termini. Uno, alcune professioni esistevano al femminile e poi sono scomparse, quindi possiamo recuperare termini datati ma già usati; due, le donne oggi fanno lavori che prima ci erano preclusi, quindi ci servono le parole per chiamarci. La nostra lingua è malleabile e ci torna comoda, per fortuna. Sono cacofoniche, mi dite? Poche storie, se si può dire “dirimpettaio” o “obbrobrio”, si può dire pure “sindaca”.

8) “Eh ma non si può più dire niente per colpa del politicamente corretto”. No, tu puoi dire esattamente le stesse cose di prima (nei limiti della legge), la differenza è che qualcuno potrà chiedertene conto. E quel qualcuno siamo noi.

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