“Prova. Prova. Mi sentite? Se vi avvicinate al vetro possiamo comunicare”. La dottoressa entra nella cabina di monitoraggio della terapia intensiva, prende il walkie talkie e chiama i colleghi. Davanti a lei si vede la fila di letti: sono 18 e sono tutti occupati da pazienti. Alla sua destra un monitor inquadra le postazioni, appena sotto ci sono i parametri vitali dei singoli: una lunga serie di numeri che si illumina ogni volta che viene superato il livello di guardia. L’Hub “a vetri” dell’ospedale civile di Baggiovara, alle porte di Modena, è stato creato a luglio scorso per far fronte alle nuove ondate di contagi Covid. E la sua struttura, in parte trasparente, ha avuto conseguenze non solo sull’efficienza delle cure, ma ha anche permesso di far rientrare un po’ di umanità in uno dei momenti più disumani. “Qui, su appuntamento e uno alla volta, accogliamo i familiari”, spiega Eleonora Bertellini, direttrice di anestesia e rianimazione . “E’ molto importante per superare l’isolamento e l’angoscia di questa malattia”. L’incontro avviene nella zona di regia, quella che ormai tutti chiamano “bolla” perché è un vero e proprio spazio d’aria “pulita” dentro l’area più contaminata di tutte. Non è semplice, ma i sanitari ogni volta cercano di farlo realizzare nel miglior modo possibile. “A volte, se il letto è troppo lontano o coperto, lo inquadriamo con la telecamera perché i parenti vedano ancora meglio sul monitor la persona. E se il paziente è sveglio viene girato per fare in modo che possa almeno salutare e vedere cosa succede. Se poi può comunicare, l’infermiere parla e da qui si vede quello che si dicono”.

Sono gesti minimi, ma che in queste circostanze fanno la differenza. Per questo gli ospedali, da Padova a Bologna e Torino, stanno cercando di favorire sempre di più l’ingresso nei limiti di quanto concede la pandemia. “All’inizio”, racconta Bertellini, “un elemento drammatico era l’assoluto isolamento e la mancanza di un qualsiasi rapporto con i parenti”. Un trauma che ha colpito anche gli stessi sanitari, perché “è venuto a mancare il percorso di umanizzazione delle terapie intensive”. La dottoressa parla da rianimatrice abituata a intervenire in situazioni di profonda difficoltà, quando le speranze sono poche e si lotta per ogni piccolo miglioramento. E se la sua voce non si incrina mai mentre parla dell’impennata dei contagi a Modena (solo nelle ultime 24 ore +701 casi) e delle preoccupazioni per le prossime settimane, l’emozione la tradisce quando deve parlare della solitudine che vivono questi pazienti. E di conseguenza anche i loro medici. “A marzo scorso”, continua, “l’unico tipo di contatto possibile con le famiglie, che tante volte erano in quarantena, era la telefonata. Poi rapidissimamente siamo passati alle videochiamate. E già questo è stato un elemento molto più confortante”. Ora, grazie alla nuova struttura in vetro, a Baggiovara si sono autorizzati gli incontri su appuntamento. “Sono visite molto importanti“, dice Bertellini. E non solo perché la vicinanza dei proprio cari ha degli effetti sulla guarigione. “Lo sono anche per i familiari dei pazienti che non ce l’hanno fatta. Per loro è stato importante vederli, c’è stata un’elaborazione del lutto molto diversa rispetto a chi ha visto i suoi familiari uscire di casa, salire sulle ambulanze e poi non li ha più visti”. Grazie agli appuntamenti dentro la bolla, è “come se avessero potuto salutarli un’ultima volta”.

Nei reparti Covid come nelle terapie intensive, la pandemia ha reso più difficile ogni rapporto umano. E ha complicato anche il rapporto tra medico e paziente. Mentre parla, Eleonora Bertellini si interrompe e con il walkie talkie chiama il collega che è in turno dentro la terapia intensiva. Il dottor Maurizio Pavesi è vestito con la tuta d’ordinanza, poi la mascherina, i guanti e la visiera. Sono pochi i particolari per cui si distingue dai colleghi: è il più alto e porta gli occhiali. Piccoli dettagli che diventano fondamentali se lo scenario è composto solo da divise bianche e flebo. Quando prende in mano il walkie talkie ha un attimo di esitazione: le sue parole e quelle di chi risponderà alla ricetrasmittente si sentiranno nella sala dove i rumori sono il meno possibile. E anche per questo dosa le frasi una a una. “Il nostro impegno è massimo e stiamo mettendo in campo tutte le energie. Ovviamente inizia a farsi sentire anche la stanchezza”. Ogni dieci parole si ferma: la mascherina si mangia l’aria e lui ha bisogno di prendere fiato. “Noi teniamo duro, lo facciamo soprattutto per i pazienti“. La voce, al di qua del vetro, arriva metallica: sembra il messaggio di chi vive ogni giorno il dolore di una realtà che possono capire in pochi. “Comprendiamo la difficoltà delle persone che devono mantenere l’isolamento. La controparte è che noi purtroppo siamo in questa situazione per il diffondersi del virus. L’unica arma sono il distanziamento sociale e i dispositivi di protezione”. Mentre parla si guarda intorno: deve verificare che i colleghi non abbiano bisogno di lui, che da uno dei letti non arrivi un segnale di aggravamento della situazione. Dei suoi pazienti conosce a memoria le facce, volti di sofferenza impossibili da dimenticare. “Il nostro sforzo”, chiude Pavesi, “è proprio quello di eliminare le barriere” con chi è ricoverato. “Riuscire a stare vicino, confortare e rassicurare i pazienti che sono qua dentro, con i quali interagiamo proprio di persona”. Anche perché quando si svegliano, se si svegliano, hanno molta paura: “Ovviamente sanno di avere un certo tipo di infezione, un certo tipo di problematica che già di per sé spaventa. E poi trovarsi di fronte delle persone che si occupano di loro con questo sistema”, dice indicando la sua tuta, la mascherina, i guanti e la visiera, “appare subito come una situazione di non normalità”. Ecco perché un vetro, invece di una porta chiusa, aiuta a tenere il contatto tra i due mondi.

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