In due mesi in Italia sono state effettuate 4.302.717 somministrazioni del vaccino anti-Covid: in totale sono quasi 3 milioni (2.902.455) le persone che hanno ricevuto la prima dose, di cui 1.400.262 hanno avuto anche il richiamo. Questi sono i dati comunicati dal ministero della Salute alle ore 8 di lunedì primo marzo, che raccontano quale sia la situazione della campagna di vaccinazione dopo le difficoltà di gennaio e febbraio: difficoltà dovute alla carenza di dosi rispetto alle aspettative, per via di una produzione partita a rilento. Il trend italiano, infatti, è in linea con il resto dell’Unione europea, come mostra il grafico di Our World in Data. Dopo una partenza migliore, però, l’Italia si è fatta “superare” dagli altri tre grandi Stati dell’Ue (Germania, Francia e Spagna), che ora hanno un tasso di dosi somministrati per 100 abitanti leggermente più alto.

Le difficoltà sono di tutta l’Unione europea, mentre la Gran Bretagna esulta per il traguardo di 20 milioni di persone vaccinate (anche se solo 800mila hanno ricevuto i richiami). Proprio il dibattito sulla possibilità di ritardare la seconda dose per accelerare sulle somministrazioni sta dividendo gli scienziati. Ma in Ue il problema è che le dosi sono poche, al di là di come le si usi. Nell’ultima settimana l’Italia ha effettuato più di 100mila vaccinazioni ogni 24 ore (tranne domenica): di queste, in media meno di 10mila al giorno sono state destinate ai richiami. Questa accelerazione negli ultimi 7 giorni è stata possibile grazie all’aumento delle fiale in arrivo: anzi, alla mattina del primo marzo ci sono 1.527.943 dosi già distribuite e non ancora utilizzate, dopo che sono state consegnate tutte le 463.200 dosi del vaccino AstraZeneca e le 375.500 del vaccino Moderna arrivate durante lo scorso fine settimana. Da ultimo anche Matteo Renzi ha citate in un tweet le dosi inutilizzate, aggiungendo che “mancava un Piano Vaccini serio. Draghi sta rimediando con Curcio e Gabrielli”.

Le dosi rimaste nei frigoriferi servono almeno in parte per assicurarsi di avere le scorte per effettuare i richiami: da qui il dibattito sull’opportunità di ritardare la seconda dose. Il discorso però riguarda solo Pfizer e Moderna, perché per il vaccino di AstraZeneca il richiamo è previsto dopo tre mesi. In più, emergono notevoli differenze territoriali, che possono essere una spia di ritardi e inefficienze da parte di alcune Regioni e spiegare anche perché gli altri Stati Ue nell’ultimo mese siano stati leggermente più veloce dell’Italia. Valle d’Aosta (93,6%), Bolzano (88,8%), ma anche Campania, Toscana e Piemonte, sono tutte Regioni che hanno utilizzato più dell’80% delle dosi. Il Lazio, che pure è la seconda Regione per popolazione residente, ha utilizzato il 76% delle dosi a disposizione. In coda invece ci sono Lombardia e Veneto, che hanno somministrato circa il 69% dell’arsenale anti-Covid a disposizione. Peggio fanno la Liguria, l’Umbria, la Sardegna e Calabria, che hanno in frigorifero più di un terzo delle loro dosi.

Le richieste di un’accelerazione, rilanciate dai retroscena sulla stampa e ora anche da Renzi, si scontrano però con la realtà: il premier Mario Draghi sta lavorando proprio affinché Protezione Civile ed Esercito siano pronti ad intervenire per limitare eventuali gap nelle regioni. Palazzo Chigi però ha fatto sapere che l’auspicio è di procedere fino al ritmo di 500mila dosi al giorno non prima del mese di aprile. Ovvero quando dovrebbe arrivare anche le prime consegne del vaccino monodose Johnson&Johnson. Intanto, dopo che la produzione di Pfizer si è stabilizzata, sono state 618mila le somministrazioni a persone over80. In totale sono 4 milioni e 400mila. Con il via libera ad AstraZeneca è cominciata anche la campagna per i lavoratori dei servizi essenziali: 62.411 iniezioni a membri delle Forze Armate, 158.361 al personale scolastico.

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