Trattandosi di tema incandescente, va affrontato con circospezione, ma anche con franchezza. Alludo alla sollevazione delle donne del Partito Democratico per la loro esclusione dalla delegazione al governo. Tre ministri, tre uomini, i tre capi della principali correnti interne. Né si può dare credito alla giustificazione di comodo accampata dai vertici del partito: sarebbe bello – lo preciso, sotto il solo profilo della conformità a ciò che detta l’art. 92 della Costituzione – poter credere che il premier abbia scelto in totale autonomia i ministri. Ma naturalmente le cose non stanno così.

La componente politica dell’esecutivo è il prodotto di una perfetta lottizzazione tra e nei partiti. Un’alchimia da farmacista. Del resto, può essere un caso che, come accennato, a formare la delegazione del Pd siano tutti e solo i tre principali capi corrente? La cruda verità, avvalorata dalla sua personale testimonianza, l’ha enunciata Rosy Bindi. La sola donna che, in passato, al prezzo di battaglie che ha pagato (con D’Alema, la Bindi è stata il principale bersaglio della corrosiva campagna condotta da Renzi all’insegna della rottamazione e non ricordo colleghe che ne abbiano preso le difese), si conquistò una sua autonoma posizione politica tra chi contava nel Pd: partecipò alla contesa per la leadership Pd contro la “corrazzata Veltroni” sostenuta da tutti i capi e capetti del partito e poi si pose a capo di una sua corrente politica, ancorché minoritaria. E, come ha ricordato Gad Lerner, nessuna tra le donne di peso nel Pd la sostenne.

Bindi ha parlato chiaro: il potere gli uomini non lo regalano, lo si deve conquistare, con le idee, l’energia, le battaglie. E se nel Pd, come e più che in altri partiti, il potere si concentra nelle correnti, se non alla leadership è almeno alla guida delle correnti che ci si deve candidare. La sola alternativa è contentarsi di ruoli di risulta graziosamente assegnati dagli uomini che contano. Come usa dire, postazioni octroyée, cioè concesse dal “sovrano”, come la Costituzione francese del 1814. Piaccia o non piaccia, questa è la realtà, perfettamente nota a tutti, uomini e donne del Pd.

Né la soluzione può essere quella accarezzata da qualcuno in queste ore e cioè la corrente delle donne. Una misura di solidarietà di genere sì, ci sta, è auspicabile, ma non la corrente rosa. Decisamente improbabile (l’ambizione e la competizione in politica sono trasversali, riguardano uomini e donne), ma soprattutto sbagliata. Le correnti intese come articolazioni interne ai partiti devono (dovrebbero) condensarsi intorno a chiare e riconoscibili posizioni politiche. Visioni della società e dello Stato.

Chi ha frequentato il Pd sa bene che non è difficile scrivere a fianco di ogni parlamentare Pd, uomo o donna che sia, l’etichetta di una corrente, tutte rigorosamente capeggiate da un maschio. Specie nel tempo non breve in cui Matteo Renzi ha regnato incontrastato, l’allineamento di uomini e donne è stato totale. Anche di quelli che oggi stanno nella maggioranza di Nicola Zingaretti.

Non a caso politologi e opinionisti coniarono l’acronimo PdR, il partito personale di Renzi. Il quale chiuse la sua segreteria Pd scegliendosi nominalmente i parlamentari e le parlamentari (tuttora in carica) e – merita ricordarlo – infarcendo le liste di pluricandidature femminili “specchietto”, per poi ripescare gli uomini fidati primi non eletti. Suscitando qualche debole rimostranza presto rientrata. Ma solo delle escluse…

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