“Mi sono ammalato ed è come se fossi morto. Credevo che il mio viaggio fosse finito”. Invece non era così e ancora oggi, a 15 anni dalla sua scomparsa avvenuta il 20 febbraio 2006, è come se non fosse mai finito quel viaggio di Luca Coscioni, leader dell’associazione che porta il suo nome e allora presidente di Radicali italiani. Affetto da sclerosi laterale amiotrofica, ha combattuto una lunga battaglia sulla bioetica, per la liberalizzazione della ricerca sulle staminali. E proprio oggi, ricordandolo, il Consiglio generale dell’associazione presenta le prossime azioni e discute un pacchetto referendario per il prossimo anno su temi che vanno dall’eutanasia, alle droghe, passando dalla riforma del diritto di famiglia, l’aborto, la fecondazione assistita. Insieme a Ilfattoquotidiano.it, il tesoriere dell’associazione, Marco Cappato, fa un bilancio delle battaglie che hanno animato questi anni e mantenuto vivo quel viaggio fatto di conquiste e ostacoli che tuttora negano diritti fondamentali ai cittadini italiani.

L’obiettivo di ottenere libertà per la ricerca scientifica è alla base dell’impegno politico di Luca Coscioni. Cosa è cambiato in questi anni nel rapporto tra scienza e politica?

“Quando nel 2000 i Radicali hanno lanciato il primo voto on-line per eleggere i membri del Comitato di coordinamento e Luca Coscioni venne eletto, poneva il tema della libertà di ricerca scientifica e, in particolare, delle cellule staminali embrionali sostenendo che, per prendere decisioni valide, la politica debba seguire la scienza e rispettare i dati di fatto. Invece la politica negava ideologicamente l’utilità di quel tipo di ricerca che, nel nostro Paese, è ancora vietata. È significativo che, da allora, l’unico momento nel quale siamo stati costretti come Paese ad ascoltare la scienza è stato quello che viviamo da un anno a questa parte a causa della pandemia, anche se spesso in modo frettoloso e sbagliato. Perché invece di rispettare le informazioni che arrivano dal mondo scientifico, c’è la tendenza a voler trasformare gli scienziati in protagonisti dei talk-show”.

Ancora oggi, dopo il referendum sulla Legge 40/04 sulla procreazione medicalmente assistita e una serie di sentenze della Corte Costituzionale che hanno cancellato alcuni divieti, la norma continua a bloccare la ricerca sugli embrioni non idonei per una gravidanza.

“La legge 40 non è stata modificata sul tema della ricerca scientifica, con gravi conseguenze. Altri Paesi offrono in questo modo una speranza alle persone affette dal morbo di Parkison. In Gran Bretagna la ricerca ha portato, per esempio, a curare alcune forme di cecità. Allo stesso tempo, però, va ricordato che quella norma è stata demolita nei tribunali e davanti alla Corte Costituzionale su tutti gli altri divieti, come quello di fecondazione eterologa e di accesso alle coppie fertili ma portatrici di patologie genetiche, di diagnosi genetica pre-impianto per le coppie non fertili e di conservazione degli embrioni”.

Sono seimila, in Italia, le ‘ragazze Roki’, affette dalla sindrome di Rokitansky (nate senza utero) e tante vorrebbero poter avere dei figli grazie alla gestazione di un’altra donna. Ancora una volta, dall’altra parte c’è la politica: queste donne hanno protestato contro la proposta di legge Carfagna-Meloni per rendere la pratica un reato universale punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con una multa da 600mila a un milione di euro, anche nei casi di gestazione per altri conclusa all’estero.

“Si tratta, tra l’altro, di un tema che non riguarda solo chi ha la sindrome di Rokitansky ma, per esempio, anche chi non può avere figli perché sterile o perché non ha più l’utero a causa di un cancro. Si è alzato un muro ideologico da parte della politica e, come è già accaduto in passato, oltre a presentare una proposta di legge, abbiamo deciso di intraprendere la strada dei tribunali, seguendo la storia di Maria Sole Giardini che ha deciso di diventare mamma grazie alla gestazione di un’altra donna e che, tramite Filomena Gallo (segretario nazionale dell’associazione, ndr) ha presentato ricorso con procedura d’urgenza alla magistratura romana. Questa è ormai una costante. Di fronte all’inerzia del Parlamento, cerchiamo di andare avanti nei tribunali, come ci ha insegnato Luca Coscioni”.

È accaduto anche per il fine vita. Lei ha rischiato anche il carcere per aver aiutato Fabiano Antoniani a morire in Svizzera, come lui stesso aveva scelto. Quanto è cambiato in Italia dalla storica la sentenza della Corte Costituzionale, intervenuta nel corso del procedimento, che ha ritenuto non punibile “chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile”.

“Sul fine vita c’è molto da fare, ma sono stati compiuti enormi passi avanti, sia con l’approvazione della legge sul testamento biologico che garantisce il diritto a interrompere le cure, sia con la sentenza della Corte costituzionale intervenuta nel processo a mio carico. Solo che l’applicazione è un’altra cosa e la legge sul testamento biologico non è riconosciuta da molti medici, mentre per l’aiuto al suicidio non esiste una norma che ne stabilisca la procedura. Il Parlamento si è rifiutato di affrontare la questione, ignorando la discussione sulla proposta di legge Eutanasia Legale, come chiesto dalla stessa Consulta e lasciando la responsabilità in capo al sistema sanitario. Oltre all’esclusione dell’eutanasia attiva, in Italia non è prevista neppure la tutela per tutte quelle persone che non dipendono da trattamenti di sostegno vitale, come i pazienti affetti da cancro. Di fatto, oggi nessun malato ha potuto ancora ottenere l’aiuto a morire attraverso l’autosomministrazione del farmaco, nonostante la sentenza di più di un anno fa, di fatto boicottata”.

Un altro percorso a ostacoli è stato quello della piena applicazione della legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza. La pandemia in atto non ha rischiato, proprio a causa di tali ostacoli, di far aumentare gli aborti clandestini?

“Il rischio c’era, ma l’emergenza sanitaria legata alla pandemia SARS CoV-2 ha anche facilitato l’introduzione dei cambiamenti che da anni auspicavamo. Nelle scorse settimane la Regione Lazio ha annunciato di aver recepito le linee di indirizzo emanate dal ministro della Salute ad agosto 2020 che sanciscono lo stop all’obbligo di ricovero e utilizzo della pillola abortiva sino a nove settimane di gravidanza, agevolando il ricorso al metodo farmacologico. Era l’unica strada, anche per ridurre i rischi di contagio. Dopo dieci anni dall’introduzione del metodo farmacologico in Italia, finalmente si equipara il nostro Paese a quelli dove tale procedura viene applicata da alcuni decenni”.

Il 23 febbraio si terrà l’udienza preliminare nel procedimento che vede imputato per coltivazione di sostanza stupefacente in concorso Walter De Benedetto, paziente affetto da anni da una gravissima forma di artrite reumatoide, ricorso all’autoproduzione non riuscendo a ottenere la quantità di cannabis medica per la quale aveva regolare prescrizione.

“Il problema è che riceviamo quotidianamente segnalazioni per la mancanza di cannabinoidi terapeutici. Oltre a raddoppiare le risorse per incrementare la produzione allo stabilimento di Firenze e aumentare l’importazione, anche senza gara d’appalto, il governo deve superare il monopolio della coltivazione, perché non è in grado di sopperire al fabbisogno nazionale. Occorre sospendere qualsiasi tipo di sanzione per chi coltiva cannabis per uso personale, aprire anche ai privati la produzione della cannabis terapeutica, semplificarne l’importazione e investire in ricerca. Ad oggi, però, la proposta di legge d’iniziativa popolare ‘Legalizziamo’ giace alla Camera da quattro anni, mentre la Commissione Giustizia è bloccata dietro a una proposta leghista di indurire le pene per detenzione e consumo di stupefacenti, anche di piccole quantità”.

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