È guerra tra il priore della comunità di Bose, Luciano Manicardi e il fondatore Enzo Bianchi. Il 17 febbraio, primo giorno di Quaresima, il noto monaco 77enne avrebbe dovuto lasciare per sempre la sua casa per andare a Cellole, dove Bose ha un’altra fraternità, ma non l’ha fatto. Un rifiuto motivato dalle mancate garanzie del priore Manicardi e dell’economo Guido Dotti a Bianchi e dall’impedimento a continuare a condurre una vita monastica in quel luogo, sia per lui che per chi l’avrebbe seguito.

In una lettera, scritta dal fondatore di Bose il 2 febbraio scorso e indirizzata a Manicardi e al Delegato Pontificio Amedeo Cencini, Enzo Bianchi aveva espresso con estrema chiarezza i motivi per i quali non avrebbe accettato di andare a Cellole. Nella missiva, l’anziano monaco ricordava che non aveva avuto alcuna risposta in merito alla data del termine del comodato degli edifici di Cellole con la conseguente possibilità di essere cacciato in qualsiasi momento, senza motivazione, dall’economo Guido Dotti, molto vicino a Manicardi.

Non solo. Nella stessa lettera, Bianchi sottolinea come a lui e a chi lo avrebbe seguito, Cencini, avrebbero vietato la possibilità di fare vita monastica. Ragioni che hanno spinto il fondatore a opporsi all’esilio preparato per lui, considerato ormai più una punizione che una misura di misericordia.

La soluzione della Toscana, indicata a gennaio dal Delegato Pontificio padre Amedeo Cencini (che dallo scorso mese di maggio ha di fatto commissariato la comunità piemontese) in realtà era arrivata prima da Roma, dove il Segretario di Stato Pietro Parolin, per trovare una via d’uscita conciliante, aveva ipotizzato per Bianchi la destinazione di Cellole con tanto di rassicurazioni per lui e i fratelli e le sorelle che lo avrebbero seguito. Un atto di conciliazione che, secondo chi è vicino al fondatore, sarebbe arrivato con tanto di benedizione del Papa. Una strada percorribile, se non fosse per il cambio delle condizioni in corso d’opera.

Con il decreto dell’8 gennaio scorso, lo psicoterapeuta canossiano aveva chiesto di chiudere la fraternità di Cellole escludendola dalla comunità, “cedendola in comodato d’uso gratuito a Bianchi che vi si trasferirà entro e non oltre martedì 16 febbraio, avendo – cita il documento – già dato il suo assenso al riguardo, assieme ad alcuni fratelli e sorelle che hanno manifestato la propria disponibilità ad andare con lui e si troveranno nella condizione di membri della comunità monastica di Bose extra domum”. Un assenso che non sarebbe però mai arrivato da Bianchi, preoccupato per la sorte sua e dei fratelli e sorelle che lo avrebbero seguito.

Da qui la presa di posizione del fondatore che non si è spostato dal suo eremo (non lontano da Bose, ma indipendente da essa), dove da mesi vive in maniera autonoma, senza più condividere i momenti di preghiera della comunità, di condivisione e senza poter dire la sua nelle assemblee.

Immediata la reazione di chi avrebbe voluto vedere Bianchi con le valigie. In un comunicato non firmato dal titolo Una sofferenza infruttuosa, apparso sul sito di Bose, si spiega: “Con profonda amarezza la comunità ha dovuto prendere atto che fratel Enzo non si è recato a Cellole nei tempi indicatigli dal Decreto del Delegato Pontificio dello scorso 4 gennaio. Si trattava di una soluzione messa a punto in questi mesi con l’assenso ribadito per iscritto dallo stesso Enzo e da alcuni fratelli e sorelle disposti a seguirlo per fornirgli tutta l’assistenza necessaria”.

Secondo le parole scritte nel comunicato, la presenza nell’eremo del vecchio monaco, ormai non più autosufficiente, creerebbe problemi: “Lo spostamento di Enzo a Cellole avrebbe contribuito ad allentare la tensione e la sofferenza di tutti e avrebbe facilitato il lento cammino di riconciliazione e comprensione reciproca. Per attuare tutto questo, da una settimana i fratelli già presenti a Cellole si sono spostati a Bose e altri due, tra quanti avevano dato la propria disponibilità, si sono recati a Cellole per predisporre al meglio l’arrivo di Enzo. Purtroppo, la mano tesa non è stata accolta”. Un atto di disobbedienza a Cencini e a Manicardi per un mancato accordo, ma non al Papa, dal momento che Bianchi lascerà appena possibile l’eremo.

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